La vita di Peter, con la sua nuova compagna Emma e il loro bambino, viene sconvolta quando l’ex moglie Kate si presenta con il figlio adolescente Nicholas che sta vivendo una profonda crisi.
Zeller ritorna dopo il meraviglioso “The Father” a raccontare questo secondo capitolo dell’annunciata trilogia antologica dedicata alla famiglia. Qui il nucleo del racconto ruota attorno alla figura del “figlio” e al suo momento di depressione acuta, che però a differenza di “The Father”, che ci faceva vivere la condizione racocntata dal punto di vista di chi la subiva in prima persona, viene messa in scena per mostrarci la risposta di coloro che gli vivono attorno, indagando in particolare la figura del padre. Hugh Jackman è sensazionale, una prova attoriale di una potenza inaudita, che non ricorre mai a comportamenti plateali per manifestare i propri stati d’animo, facendo un lavoro di sottrazione apprezzabile e dando prova dell’enorme talento che possiede. Per il resto il film è discreto, forse anche di più, ma soffre terribilmente il confronto col film del 2020 con protagonista Anthony Hopkins. Purtroppo Zeller, questa volta, pur mettendo in gioco una regia di livello, coadiuvata ad un comparto fotografico eccellente, cade negli stereotipi del dramma, regalando momenti estremamente didascalici e prevedibili e privilegiando, a differenza di “The Father” spazi più aperti che allo stesso tempo però, trasmettono un senso di soffocamento permanente.
Il figlio, inoltre, punto focale attorno al quale si diramano gli eventi è davvero troppo esasperante, forse per volontà dello stesso regista, che cerca di raccontarci una parentesi delicatissima che gioca proprio sul senso di irritabilità che una situazione del genere provoca nei confronti del soggetto stesso e di chi lo circonda, con comportamenti che non hanno un vero e proprio riscontro logico, in quanto psichiatricamente parlando non inclini ad una spiegazione sensata, ma probabilmente è un problema mio e magari una seconda visione potrebbe convincermi maggiormente. Ciò detto, ci sono almeno due o tre momenti in cui ho rischiato fortemente di scoppiare in lacrime, a volte genuinamente, a volte perché il palese intento messo in piedi dall’autore è messo lì apposta perché ciò accada, ma di certo non è un elemento trascurabile nell’economia dell’apprezzamento del prodotto, che solitamente, quando ricorre ad escamotage simili, con me fa presa molto di rado.
Jackie Soprano
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