Doug, figlio di un padre tirannico, viene costretto fin da piccolo a vivere e crescere in una fangosa gabbia insieme ai cani di famiglia, con i quali sviluppa un atipico ma profondissimo rapporto. Una volta cresciuto, utilizzerà la connessione inter-specie per vendicarsi degli orrori subiti.
Besson torna a Venezia con un film gravido di tematiche profondamente radicate nella società contemporanea e mai davvero scontate (l’emarginazione sociale, la sessualità e il genere, la famiglia, la religione) che emergono nel contesto di una narrazione sempre in bilico tra lo spunto del grande autore e l’imbarazzo di un plot indubbiamente difficile da materializzare attraverso l’immagine cinematografica.
Ecco, con tutta probabilità il pregio principale di “Dogman” risiede proprio nella non sottovalutabile padronanza del mezzo che il francese ha dimostrato d’avere; padronanza che consente alla pellicola di non cedere sotto il peso di una trama poco plausibile.
La pellicola assume da subito toni marcatamente pop e mai davvero capaci di immergersi nella psiche del protagonista così come sarebbe stato possibile fare optando per un impianto narrativo meno commerciale; ma va specificato che, pur nel suo animo mainstream, il film è comunque capace di sottolineare tutte le fragilità di un uomo psicologicamente compromesso; di un uomo senza futuro e dal passato costantemente presente.
Forse un po’ derivativo lo schema attraverso il quale la pellicola è concepita, che, fra gli altri, attinge sicuramente dai caratteri del Joker per il personaggio di Douglas, e, più in generale, da una vasta gamma di stilemi e archetipi americani per tutto ciò che concerne la costruzione narrativa – che si tratti di montaggio e/o di messa in scena – ma da quello che sarebbe potuto essere solo il vacuo e grottesco tentativo d’imbastire un thriller forzatamente atipico emerge invece un’opera sicura di se e del proprio obiettivo, coraggiosa nel prendersi sul serio e intelligente nel non mostrare praticamente mai insicurezze di sorta.
Da sottolineare l’ottima performance di Caleb Landry Jones nei panni del protagonista e, soprattutto, l’incredibile gestione del cast canino da parte di Besson.
Dogman racconta la storia di un umano deumanizzato, di un’anima priva di vitalità che cresce in un mondo ostile e ghettizzante, troppo difficile da affrontare per uno che non ne ha mai fatto parte.
Il regista di “Leon” e “Nikita” torna così a fare ottimo cinema d’intrattenimento trasponendo con assoluta efficenza una sceneggiatura innegabilmente ambiziosa.
Federico Cenni







