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Il regno del pianeta delle scimmie – Wes Ball

Nelle scorse settimane mi sono cimentato nel recuperone di tutta la saga a partire dal capolavoro del ’68 chiedendomi a più riprese per quale motivo sia entrata così tanto nel dimenticatoio essendo ad oggi probabilmente (tenendo fede alla saga nel suo insieme) una delle più interessanti e coerenti che mi sia capitato di vedere.

Tutto questo preambolo per dire che arrivato ad oggi credo di aver sedimentato un idea piuttosto chiara del proprio marchio di fabbrica e degli elementi che ne hanno fatto la fortuna fino ad oggi.

Avevo sentito pareri tiepidi nei confronti di questo capitolo, altri addirittura drastici e per l’ennesima volta ho abbandonato la sala terminata la visione chiedendomi cos’abbia realmente visto la gente…

Un film sicuramente inferiore se messo a confronto con la trilogia di Wyatt e Reeves, ma che al netto di tutti i suoi difetti riesce comunque a difendersi benissimo affermandosi all’interno della produzione filmica odierna come un buonissimo film d’intrattenimento (cosa che visti gli ultimi blockbuster usciti non è poi così tanto scontata).

Ci troviamo molte generazioni dopo la morte di Cesare ed è senza dubbio ammirevole il modo in cui il prodotto decida di interrogarsi sull’importanza della memoria collettiva; il passato che ha portato le scimmie a vivere in quello che è il presente del film è tramandato in maniera frammentata, metabolizzato in modo coerente da alcuni e completamente travisato da altri che interpretano invece l’eredità sulla base dei propri interessi a discapito della comunità intesa nel proprio insieme.

Ancora una volta ci viene presentata una stimolante disamina che riflette sui rapporti che contrappongono scimmie ad esseri umani e individui appartenenti alla stessa specie, in perenne bilico tra quelle che sono le esigenze primarie e necessarie per la propria sopravvivenza e una natura di fondo che intende invece concretizzarle attraverso una condotta morale di fondo estremamente ed eticamente discutibile.

Ho sentito diverse lamentele per quanto riguarda il ritmo, che francamente ho trovato gestito correttamente in piena sintonia coi capitoli precedenti che, avendo appunto rivisto di recente e avendo ben fresco il loro ricordo, hanno sempre fatto delle tempistiche dilatate una cifra stilistica consolidata all’interno del franchise, prendendosi sempre i propri tempi per lavorare sul world building e sulla descrizione dello status quo.

A differenza dei capitoli precedenti manca sicuramente un indagine introspettiva degna di tale nome.

I personaggi presentati risultano fin troppo abbozzati, fatta eccezione per il protagonista, e le dinamiche emotive che li coinvolgono non sembrano infatti avere un riscontro pienamente soddisfacente per quello che è il punto di arrivo a cui il film ambisce; punto di arrivo che peraltro viene sbrigliato nella seconda parte in modo davvero troppo sbrigativo, tra incongruenze interne alla narrazione (una su tutte è un vero e proprio buco di trama) una gestione relativa al villain di turno che vanifica quasi interamente tutta l’interessante costruzione che gli era stata ricamata sulle battute iniziali e un impiego nel voler imbastire una critica sociale di fondo non poi così cinica e graffiante come la saga ci aveva abituato finora.

Ci si risolleva clamorosamente sul finale, con una chiusura del cerchio che posiziona al posto giusto tutte le pedine disposte sul campo da gioco e fomenta quanto basta lo spettatore presentando delle premesse narrative che lasciano presagire ad un proseguio della storia veramente interessante.

Come sempre i VFX viaggiano a livelli omerici, offrendo un comparto estetico ammaliante e una resa visiva relativa alla realizzazione delle scimmie che lascia sbalorditi per via dell’espressività e del senso di realismo che caratterizza le performance in motion capture offerte dagli attori di turno e devo dire che al netto di tutto anche la regia di Wes Ball si comporta egregiamente soprattutto nel momento in cui irrompe l’azione.

Forse era lecito aspettarsi qualcosina di più, quello sicuramente e mai come adesso l’esigenza di dare in mano la saga ad un autore degno di tale nome non è mai stata così tanto una priorità, ma il risultato complessivo, tra alti e bassi, può certamente dirsi positivo e funzionale agli obiettivi del progetto.

Jackie Soprano

Nelle scorse settimane mi sono cimentato nel recuperone di tutta la saga a partire dal capolavoro del ’68 chiedendomi a più riprese per quale motivo sia entrata così tanto nel dimenticatoio essendo ad oggi probabilmente (tenendo fede alla saga nel suo insieme) una delle più interessanti e coerenti che mi sia capitato di vedere.

Tutto questo preambolo per dire che arrivato ad oggi credo di aver sedimentato un idea piuttosto chiara del proprio marchio di fabbrica e degli elementi che ne hanno fatto la fortuna fino ad oggi.

Avevo sentito pareri tiepidi nei confronti di questo capitolo, altri addirittura drastici e per l’ennesima volta ho abbandonato la sala terminata la visione chiedendomi cos’abbia realmente visto la gente…

Un film sicuramente inferiore se messo a confronto con la trilogia di Wyatt e Reeves, ma che al netto di tutti i suoi difetti riesce comunque a difendersi benissimo affermandosi all’interno della produzione filmica odierna come un buonissimo film d’intrattenimento (cosa che visti gli ultimi blockbuster usciti non è poi così tanto scontata).

Ci troviamo molte generazioni dopo la morte di Cesare ed è senza dubbio ammirevole il modo in cui il prodotto decida di interrogarsi sull’importanza della memoria collettiva; il passato che ha portato le scimmie a vivere in quello che è il presente del film è tramandato in maniera frammentata, metabolizzato in modo coerente da alcuni e completamente travisato da altri che interpretano invece l’eredità sulla base dei propri interessi a discapito della comunità intesa nel proprio insieme.

Ancora una volta ci viene presentata una stimolante disamina che riflette sui rapporti che contrappongono scimmie ad esseri umani e individui appartenenti alla stessa specie, in perenne bilico tra quelle che sono le esigenze primarie e necessarie per la propria sopravvivenza e una natura di fondo che intende invece concretizzarle attraverso una condotta morale di fondo estremamente ed eticamente discutibile.

Ho sentito diverse lamentele per quanto riguarda il ritmo, che francamente ho trovato gestito correttamente in piena sintonia coi capitoli precedenti che, avendo appunto rivisto di recente e avendo ben fresco il loro ricordo, hanno sempre fatto delle tempistiche dilatate una cifra stilistica consolidata all’interno del franchise, prendendosi sempre i propri tempi per lavorare sul world building e sulla descrizione dello status quo.

A differenza dei capitoli precedenti manca sicuramente un indagine introspettiva degna di tale nome.

I personaggi presentati risultano fin troppo abbozzati, fatta eccezione per il protagonista, e le dinamiche emotive che li coinvolgono non sembrano infatti avere un riscontro pienamente soddisfacente per quello che è il punto di arrivo a cui il film ambisce; punto di arrivo che peraltro viene sbrigliato nella seconda parte in modo davvero troppo sbrigativo, tra incongruenze interne alla narrazione (una su tutte è un vero e proprio buco di trama) una gestione relativa al villain di turno che vanifica quasi interamente tutta l’interessante costruzione che gli era stata ricamata sulle battute iniziali e un impiego nel voler imbastire una critica sociale di fondo non poi così cinica e graffiante come la saga ci aveva abituato finora.

Ci si risolleva clamorosamente sul finale, con una chiusura del cerchio che posiziona al posto giusto tutte le pedine disposte sul campo da gioco e fomenta quanto basta lo spettatore presentando delle premesse narrative che lasciano presagire ad un proseguio della storia veramente interessante.

Come sempre i VFX viaggiano a livelli omerici, offrendo un comparto estetico ammaliante e una resa visiva relativa alla realizzazione delle scimmie che lascia sbalorditi per via dell’espressività e del senso di realismo che caratterizza le performance in motion capture offerte dagli attori di turno e devo dire che al netto di tutto anche la regia di Wes Ball si comporta egregiamente soprattutto nel momento in cui irrompe l’azione.

Forse era lecito aspettarsi qualcosina di più, quello sicuramente e mai come adesso l’esigenza di dare in mano la saga ad un autore degno di tale nome non è mai stata così tanto una priorità, ma il risultato complessivo, tra alti e bassi, può certamente dirsi positivo e funzionale agli obiettivi del progetto.

Jackie Soprano


Classe 1996 (esattamente come Scream) cresciuto col trauma per la morte di Mufasa, la profonda ammirazione verso i gangster scorsesiani e l’amore viscerale nei confronti delle femme fatale di hitchcockiana memoria. Amante della settima arte in ogni sua singola declinazione, dalle pietre miliari del cinema classico alle produzioni di largo consumo. Ricorderemo il mondo attraverso il cinema, diceva Bertolucci… come dargli torto, in fin dei conti?

Classe 1996 (esattamente come Scream) cresciuto col trauma per la morte di Mufasa, la profonda ammirazione verso i gangster scorsesiani e l’amore viscerale nei confronti delle femme fatale di hitchcockiana memoria. Amante della settima arte in ogni sua singola declinazione, dalle pietre miliari del cinema classico alle produzioni di largo consumo. Ricorderemo il mondo attraverso il cinema, diceva Bertolucci… come dargli torto, in fin dei conti?


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