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Immaculate – La prescelta – Michael Mohan

Diciamocelo chiaramente: un po’ tutti osservando i primi scampoli di trailer di “Immaculate”, il nuovo horror con protagonista la star del momento Sydney Sweeney (Euphoria, Tutti Tranne Te) diretto da Michael Mohan (The Voyeurs) abbiamo pensato di trovarci di nuovo ed inevitabilmente di fronte al solito pop corn movie di genere che tanto fa presa sul pubblico generalista, tanto in termini di apprezzamento quanto in quelli remunerativi.

Lieto di constatare che, a dispetto di qualche caduta burrascosa di stile soprattutto nella sezione centrale, il nuovo lavoro di Mohan è stato a suo modo una piacevole “sorpresa”.

La pellicola esordisce con un quarto d’ora iniziale accattivante, poggiando le fondamenta narrative di quello che da quel momento in avanti trainerà il racconto.

La confezione è di tutto rispetto; da un punto di vista prettamente formale il lungometraggio si presenta nel migliore dei modi vantando una fotografia citazionista e funzionale, un montaggio discreto e una regia solida che nel suo lavorare di sottrazione si dimostra perfettamente aderente alla narrazione imbastita, esaltando in modo ispirato alcuni momenti laddove le viene espressamente richiesto.

Sydney Sweeney è inaspettatamente credibile: timida, rimessa, ma detentrice al tempo stesso di una forza silente che cresce dentro di lei cautamente in attesa dell’esplosione finale, restituendo una performance intensa ed elegante, scevra da qualsiasi tentativo (anche solo accennato) di esagerazione o manierismi vari.

Peccato però che dopo un prologo di tutto rispetto e una prestazione dei personaggi soddisfacente, il film cominci man mano a perdersi per strada, inglobando al proprio interno tutti quei difetti accomunabili agli horror da videocassetta che vediamo ormai a bizzeffe tutti gli anni, ed è qui che cliché triti e ritriti, scelte narrative discutibili, tempistiche dilatate e jumpscares inseriti gratuitamente senza un effettiva costruzione pregressa, prendono il sopravvento sul progetto trascinandolo in una spirale di dinamiche francamente evitabili, viste le premesse di partenza.

Non tutto però risulta essere propriamente indigesto, c’è anche spazio infatti per inserire una critica, seppur timida e incolore, rivolta al fanatismo religioso e al trattamento improprio della figura della donna identificata unicamente come incubatrice di un qualcosa avverso alle proprie volontà e i propri desideri e che tra una scelta narrativa discutibile e l’altra darà poi il via al susseguirsi degli eventi.

Si parla di emancipazione femminile ma rigettando qualsiasi forma di pietismo o di spettacolarità, anteponendo la volontà di veicolare tale messaggio alle logiche imposte da un modus operandi circostante sempre più ruffiano e manipolatore; sembra poco ma non lo è.

E si procede così, in modo goffo e claudicante verso l’epilogo finale: il vero fiore all’occhiello della pellicola e che mi porta ad esprimermi, come si evince in apertura, in maniera non poi del tutto negativa.

Insomma, un titolo tutto sommato discreto a discapito di ciò che si sarebbe potuto pensare; certo, si parla pur sempre di un horror dimenticabilissimo che entro la fine dell’anno avremmo già scordato da un pezzo, ma se si pensa che potenzialmente ci saremmo potuti trovare di fronte ad un ibrido adibito a lungometraggio partorito dalla malsana fusione tra un “The Nun” e una “Llorona” qualsiasi, direi che ci si possa ritenere moderatamente soddisfatti.

Jackie Soprano

Diciamocelo chiaramente: un po’ tutti osservando i primi scampoli di trailer di “Immaculate”, il nuovo horror con protagonista la star del momento Sydney Sweeney (Euphoria, Tutti Tranne Te) diretto da Michael Mohan (The Voyeurs) abbiamo pensato di trovarci di nuovo ed inevitabilmente di fronte al solito pop corn movie di genere che tanto fa presa sul pubblico generalista, tanto in termini di apprezzamento quanto in quelli remunerativi.

Lieto di constatare che, a dispetto di qualche caduta burrascosa di stile soprattutto nella sezione centrale, il nuovo lavoro di Mohan è stato a suo modo una piacevole “sorpresa”.

La pellicola esordisce con un quarto d’ora iniziale accattivante, poggiando le fondamenta narrative di quello che da quel momento in avanti trainerà il racconto.

La confezione è di tutto rispetto; da un punto di vista prettamente formale il lungometraggio si presenta nel migliore dei modi vantando una fotografia citazionista e funzionale, un montaggio discreto e una regia solida che nel suo lavorare di sottrazione si dimostra perfettamente aderente alla narrazione imbastita, esaltando in modo ispirato alcuni momenti laddove le viene espressamente richiesto.

Sydney Sweeney è inaspettatamente credibile: timida, rimessa, ma detentrice al tempo stesso di una forza silente che cresce dentro di lei cautamente in attesa dell’esplosione finale, restituendo una performance intensa ed elegante, scevra da qualsiasi tentativo (anche solo accennato) di esagerazione o manierismi vari.

Peccato però che dopo un prologo di tutto rispetto e una prestazione dei personaggi soddisfacente, il film cominci man mano a perdersi per strada, inglobando al proprio interno tutti quei difetti accomunabili agli horror da videocassetta che vediamo ormai a bizzeffe tutti gli anni, ed è qui che cliché triti e ritriti, scelte narrative discutibili, tempistiche dilatate e jumpscares inseriti gratuitamente senza un effettiva costruzione pregressa, prendono il sopravvento sul progetto trascinandolo in una spirale di dinamiche francamente evitabili, viste le premesse di partenza.

Non tutto però risulta essere propriamente indigesto, c’è anche spazio infatti per inserire una critica, seppur timida e incolore, rivolta al fanatismo religioso e al trattamento improprio della figura della donna identificata unicamente come incubatrice di un qualcosa avverso alle proprie volontà e i propri desideri e che tra una scelta narrativa discutibile e l’altra darà poi il via al susseguirsi degli eventi.

Si parla di emancipazione femminile ma rigettando qualsiasi forma di pietismo o di spettacolarità, anteponendo la volontà di veicolare tale messaggio alle logiche imposte da un modus operandi circostante sempre più ruffiano e manipolatore; sembra poco ma non lo è.

E si procede così, in modo goffo e claudicante verso l’epilogo finale: il vero fiore all’occhiello della pellicola e che mi porta ad esprimermi, come si evince in apertura, in maniera non poi del tutto negativa.

Insomma, un titolo tutto sommato discreto a discapito di ciò che si sarebbe potuto pensare; certo, si parla pur sempre di un horror dimenticabilissimo che entro la fine dell’anno avremmo già scordato da un pezzo, ma se si pensa che potenzialmente ci saremmo potuti trovare di fronte ad un ibrido adibito a lungometraggio partorito dalla malsana fusione tra un “The Nun” e una “Llorona” qualsiasi, direi che ci si possa ritenere moderatamente soddisfatti.

Jackie Soprano


Classe 1996 (esattamente come Scream) cresciuto col trauma per la morte di Mufasa, la profonda ammirazione verso i gangster scorsesiani e l’amore viscerale nei confronti delle femme fatale di hitchcockiana memoria. Amante della settima arte in ogni sua singola declinazione, dalle pietre miliari del cinema classico alle produzioni di largo consumo. Ricorderemo il mondo attraverso il cinema, diceva Bertolucci… come dargli torto, in fin dei conti?

Classe 1996 (esattamente come Scream) cresciuto col trauma per la morte di Mufasa, la profonda ammirazione verso i gangster scorsesiani e l’amore viscerale nei confronti delle femme fatale di hitchcockiana memoria. Amante della settima arte in ogni sua singola declinazione, dalle pietre miliari del cinema classico alle produzioni di largo consumo. Ricorderemo il mondo attraverso il cinema, diceva Bertolucci… come dargli torto, in fin dei conti?


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