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El Jockey – Luis Ortega

Il viaggio intrapreso da Luis Ortega con “El Jockey” traccia un itinerario affabile e coinvolgente ma che sfortunatamente imbocca tutte le vie sbagliate, rendendo particolarmente indigesto un soggetto di base potenzialmente digeribile.

Le influenze cinematografiche che sembrano aver orientato lo stile registico dell’autore argentino risultano essere, invece che una piacevole sorpresa, un operazione pigra e ruffiana che nulla aggiunge in termini prolifici al registro narrativo messo in piedi.

L’opera di Ortega si pone l’obiettivo di riflettere, attraverso un tono che verte per la maggior parte sul surrealismo più sfrenato, sul cambiamento: sia morale che fisico e perché no, sul mezzo cinematografico stesso.

Il protagonista Remo, che vive di un ottima interpretazione da parte di Nahuel Pérez Biscayart, subisce una morte concettuale che fa da apripista ad una rinascita morale ed estetica, scandita all’interno di una sceneggiatura tanto interessante quanto tremendamente incerta sul punto di arrivo da raggiungere, in cui si alternano personaggi che fanno da contorno sprecando il proprio potenziale in quella che risulta essere una caratterizzazione fin troppo superficiale e incolore.

L’intento di base è chiaro fin dall’inizio, suggerito in maniera piuttosto implicita dai personaggi stessi, costretti a ricorrere ad espedienti platealmente didascalici per rendere più accessibili interpretazioni altrimenti esplicitate senza la consapevolezza necessaria che servirebbe per farle germogliare, in netto contrasto con un impianto formale di tutto rispetto, capace di rendere il tutto paradossalmente intrattenente grazie soprattutto all’utilizzo sapiente di una componente ironica molto ispirata.

Non un brutto film, semplicemente un bellissimo contenitore con un pugno di mosche al proprio interno, come leggere un libro di Dostoevskij scritto come se fosse un romanzo di Fabio Volo; fate voi.

Jackie Soprano

Il viaggio intrapreso da Luis Ortega con “El Jockey” traccia un itinerario affabile e coinvolgente ma che sfortunatamente imbocca tutte le vie sbagliate, rendendo particolarmente indigesto un soggetto di base potenzialmente digeribile.

Le influenze cinematografiche che sembrano aver orientato lo stile registico dell’autore argentino risultano essere, invece che una piacevole sorpresa, un operazione pigra e ruffiana che nulla aggiunge in termini prolifici al registro narrativo messo in piedi.

L’opera di Ortega si pone l’obiettivo di riflettere, attraverso un tono che verte per la maggior parte sul surrealismo più sfrenato, sul cambiamento: sia morale che fisico e perché no, sul mezzo cinematografico stesso.

Il protagonista Remo, che vive di un ottima interpretazione da parte di Nahuel Pérez Biscayart, subisce una morte concettuale che fa da apripista ad una rinascita morale ed estetica, scandita all’interno di una sceneggiatura tanto interessante quanto tremendamente incerta sul punto di arrivo da raggiungere, in cui si alternano personaggi che fanno da contorno sprecando il proprio potenziale in quella che risulta essere una caratterizzazione fin troppo superficiale e incolore.

L’intento di base è chiaro fin dall’inizio, suggerito in maniera piuttosto implicita dai personaggi stessi, costretti a ricorrere ad espedienti platealmente didascalici per rendere più accessibili interpretazioni altrimenti esplicitate senza la consapevolezza necessaria che servirebbe per farle germogliare, in netto contrasto con un impianto formale di tutto rispetto, capace di rendere il tutto paradossalmente intrattenente grazie soprattutto all’utilizzo sapiente di una componente ironica molto ispirata.

Non un brutto film, semplicemente un bellissimo contenitore con un pugno di mosche al proprio interno, come leggere un libro di Dostoevskij scritto come se fosse un romanzo di Fabio Volo; fate voi.

Jackie Soprano


Classe 1996 (esattamente come Scream) cresciuto col trauma per la morte di Mufasa, la profonda ammirazione verso i gangster scorsesiani e l’amore viscerale nei confronti delle femme fatale di hitchcockiana memoria. Amante della settima arte in ogni sua singola declinazione, dalle pietre miliari del cinema classico alle produzioni di largo consumo. Ricorderemo il mondo attraverso il cinema, diceva Bertolucci… come dargli torto, in fin dei conti?

Classe 1996 (esattamente come Scream) cresciuto col trauma per la morte di Mufasa, la profonda ammirazione verso i gangster scorsesiani e l’amore viscerale nei confronti delle femme fatale di hitchcockiana memoria. Amante della settima arte in ogni sua singola declinazione, dalle pietre miliari del cinema classico alle produzioni di largo consumo. Ricorderemo il mondo attraverso il cinema, diceva Bertolucci… come dargli torto, in fin dei conti?


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