Yoshi si guadagna da vivere attraverso la pratica del reselling insieme ad un amico. Ben presto però vedrà la situazione sfuggirgli di mano e si ritroverà costretto ad affrontare le conseguenze delle proprie azioni. Non c’è altro da sapere, se non che, per chi ha dimestichezza con il cinema del giapponese, lo svolgimento della narrazione sarà caratterizzato da svolte tanto impronosticabili quanto suggestive; e forse, in qualche modo, allegoriche.
Inizialmente la pellicola ha tutte le connotazioni del thriller psicologico dalle forti venature funeree, in cui un alone di mistero permea lentamente l’esistenza dei personaggi e sembra conferire un tono ben definito alla narrazione. Kurosawa si dimostra ancora una volta un maestro assoluto nel costruire la tensione giocando con lo spettro sensoriale del pubblico: improvvisi e sordi silenzi immersi in contesti cittadini (se non addirittura metropolitani); fortissimi rumori a squarciare la (comunque tensiva) quiete domestica; ambienti spogli, grigi, pre-apocalittici; caratteri e personalità ambigui e insondabili che contribuiscono a suscitare un senso di angoscia perenne ed esponenziale. Kurosawa crea un mondo in cui l’intangibile sembra riuscire a governare l’esistenza degli uomini senza che loro se ne rendano conto. Ma, seppur la tensione percepita si farà via via più acuta nel corso della narrazione, il cinema del giapponese ci ha insegnato a lasciarci trasportare dalle immagini senza scervellarci con teorie che il più delle volte rimangono tali. La realtà filmica descritta infatti rimane tale fino agli ultimi quaranta minuti, durante i quali l’opera cambia improvvisamente ritmo e tono per trasformarsi in un action granitico e terreo del tutto apatico e dalle evidenti connotazioni videoludiche. Questa svolta netta e apparentemente fuori contesto da una parte annienta completamente (e momentaneamente) la tensione del primo atto, dall’altra però non fa altro che esasperarla, perchè ciò che succede a schermo diviene macabramente privo di logica, ingiustificato, quasi fastidioso. Per certi versi onirico, per altri, del tutto infernale. Il finale infatti non farà altro che confermare e portare alla vera e irreversibile esagerazione quanto appena scritto. Ed è esattamente questa la sensazione che Kurosawa ricerca in ogni suo film: la disturbante incomprensibilità, che in questo film assume forma umana in un personaggio sostanzialmente demoniaco che ha chiare (ma impercettibili) connessioni con l’inafferrabile.
Se dovessimo utilizzare un aggettivo per descrivere il cinema di Kurosawa, “spettrale” sarebbe con ogni probabilità quello più aderente.
A quasi 70 anni, il giapponese dimostra di saper analizzare lucidamente la società contemporanea utilizzando come simulacro il mondo virtuale e tutte le sue idiosincrasie, disseminate di paradossi, corruzioni e debolezze. Formalmente l’opera sublima il contenuto inserendo i personaggi in quadri spesso asettici e incolori, metallici e impermeabili alle emozioni.
“Cloud” è, ancora una volta, un’opera che va subita e lasciata sedimentare proteggendola da qualsivoglia tipo di preconcetto, e, soprattuto, non facendo l’errore di sottovalutarla.
Un inferno nuvoloso.
Federico Cenni







