Titoli di testa. Un lettering ispirato chiaramente a “Il Dottor Stranamore – Ovvero come ho imparato a non preoccuparmi e ad amare la bomba” (Kubrick, 1964) opera dallo stesso designer, Pablo Ferro.
L’ombra della paletta di una chitarra, proiettata a terra. Un paio di scarpe bianche, dei pantaloni grigi, classici, con la riga perfettamente stirata camminano e si portano al centro del palco.
“Ciao, sto per farvi ascoltare un nastro”.
Dietro all’asta di un microfono, vediamo appoggiare a terra un soundblaster. Play.
Parte il suono di una drum machine. I piedi inquadrati iniziano a tenere il tempo e a muoversi. Il ritmo incalza.
Finalmente l’inquadratura si alza da terra. Una chitarra acustica su cui viene suonato un giro familiare, da un uomo in abito classico e camicia bianca. Ecco David Byrne, leader dei Talking Heads che, sullo sfondo di uno stage vuoto, inizia ad intonare “Psycho Killer”.
“Io mi lancio, verso la gloria… ok. Siamo vani e siamo ciechi. Odio la gente quando non è educata.Assassino psicopatico,cosa c’è? E’ meglio star lontani! Correre correre correre via”
La base alterna il ritmo sincopato a riff mitraglianti che sembrano colpire Byrne, che barcolla sul palco quasi crivellato dai proiettili come un Belmondo in “Fino all’ultimo respiro” (J.L.Godard, 1960), “un eroe che soccombe sorpreso da una violenza che non era pronto ad affrontare. (Ma a differenza di Belmondo, lui non cade: è un assassino psicopatico, è indistruttibile)” come descritto da Stephanie Zacharet già nel 1999. Scena che sembra strizzare l’occhio alla leggenda metropolitana secondo cui “Psycho Killer” fosse stata scritta ispirandosi ai crimini dell’assassino David Berkowitz, il “figlio di Sam”, attivo nel 1977 all’uscita del singolo.
Questa introduzione al film musicale diretto da Jonathan Demme, uscito per la prima volta al cinema nel 1984, con un grande successo, ci fa intuire quanto non sia solo la registrazione digitale dell’audio del concerto (eseguita per la prima volta in un live), ma il connubio stesso tra l’intrinseca cinematograficità di Byrne e dei Talking Heads, unita ad una visione registica scarna ma perfettamente integrata nello show a rendere questa pellicola una delle più importanti del suo genere.
Il film è stato girato in tre serate, al Pantages Theater di Hollywood nel 1983, durante il tour per “Speaking Tongues”. Fu il gruppo stesso a finanziare la pellicola e a studiare insieme al regista Demme (amico di un amico, come dichiarò lo stesso Byrne) l’impostazione registica di “Stop Making Sense” (titolo tratto dalla canzone “Girlfriend is better”: “ho una ragazza che è meglio di questo, ma non ricordi per niente che invecchiando smettiamo di avere senso e vedrai che lei non ti aspetterà a lungo. Smetti di avere senso. Ho una ragazza che è meglio di quello e niente è meglio di questo (lo è?)” riferendosi forse ad una donna, o forse ad una dipendenza, ma certamente come dichiarato da Byrne, intervistato da Stephen Colbert durante il suo show nel 2023, semplicemente un invito ad abbandonare la razionalità in favore delle proprie emozioni).
La scelta fu di girare prima di tutto i totali del palco, per interferire il meno possibile con i movimenti della band, avvicinandosi poi per i primi piani e i dettagli coreografici, senza mai inquadrare il pubblico, fino alla fine del concerto. Questo per non “contagiare gli spettatori” con l’euforia del parterre. I Talking Heads rifiutarono di inserire interviste, di rigirare parti in studio, l’utilizzo di luci colorate, privilegiando metodi di illuminazione originalissimi, ridussero al minimo gli elementi sul palco che potessero distrarre dalla visione, scelsero oggetti di scena di colore nero e dello stesso colore fecero vestire la crew, visibile durante i cambi di allestimento.
Questo rigore della messa in scena contrasta con il crescendo che si svolge sul palco: ad ogni canzone successiva all’apertura, un membro della band raggiunge Byrne in scena.
La prima è Tina Weymouth, al basso, per “Heaven”, seguita da Chris Frantz alla batteria per “Thank you for Send Me an Angel”, mentre il palco inizia ad essere riempito da pedane nere su cui è installata la strumentazione, per finire con Jerry Harrison alle tastiere in “Found a Job”. Ai quattro membri principali continuano ad aggiungersi componenti della band ( eccellenze del periodo che collaborarono col gruppo per l’arrangiamento dei brani dell’intero tour ), le coriste Lynn Marby e Edna Holt, Il tastierista Bernie Worrell, il percussionista Steve Scales e il chitarrista Alex Weir: il gruppo è al completo sulle note di “Burning Down the House” e da quel momento non cessano mai avvicendamenti tra uno strumento e un altro, lasciando spazio anche ad un brano dei Tom Tom Club (il duo Weymouth-Franz), mentre David Byrne si assenta dal palco, per rientrare indossando l’iconico abito fuori taglia (ispirato al teatro Nō) e interpretare proprio “Girlfriend is better”.
Proprio in questo brano possiamo notare una delle innovative trovate luministiche scelte per la performance: tutta la band è illuminata da un proiettore spostato manualmente da un tecnico che proietta, come in un gioco di ombre cinesi o una lanterna magica, le sagome dei componenti della band sullo schermo alle loro spalle. In “This must be the place”, l’unica fonte di illuminazione sul palco è una lampada a stelo, mentre sul telo alle spalle della formazione vengono proiettate immagini di luoghi diversi, da interni a skyline di grandi città (“A casa è dove voglio essere, ma immagino di esserci già. Vado a casa, lei ha sollevato le ali. Penso il posto sia questo. Non riesco a distinguermi da lei. Ti ho trovata io o mi hai trovata tu? C’era un tempo, prima che nascessimo. Se qualcuno te lo chiede sarò qui..). E con questo elemento, la lampada, Byrne gioca, quasi si trattasse di una slapstick comedy.
Tutta la formazione riesce a creare un ritmo sempre altissimo, tutti i musicisti sono vere e proprie “macchine da guerra” e per tutta la durata del film è difficile restare seduti sulla poltrona. Ma la prova più eccezionale è quella di David Byrne, sospeso tra il ruolo di frontman, di attore, di performer. Perfettamente coordinato con il resto del gruppo, mette in scena una rappresentazione surreale e quasi chapliniana, in cui riesce a far convergere cinema, musica, ispirazioni teatrali, danza e assurdo.
Sempre accompagnato dalla macchina da presa di Demme che, anche grazie proprio alla figura di Byrne (che “buca lo schermo”), può rifiutare gli stacchi da videoclip, seguendo in modo rigoroso ciò che avviene sul palco. Il regista riesce a rendere cinematograficamente l’allestimento minimal, tipico della scena newyorkese di quegli anni, con un dinamismo non invasivo, che si pone in contrasto netto con la produzione di film su eventi musicali precedenti, più improntati ad una ripresa statica, avulsa dalla componente teatrale delle performance.
Solo alla fine ci viene rivelato il pubblico presente al Pantages Theater, trascinato nelle danze e nei movimenti più bislacchi e, nello stesso momento, spontanei dalla performance dei Talking Heads.
E proprio sul finale, guardandosi attorno in sala, per chi ha rivisto questo film nei tre giorni in cui è stato riproposto al cinema, rimasterizzato in 4K, ci si accorge che anche nel buio qualcuno tiene il tempo, canta, o versa qualche lacrima nostalgica ripensando a quando vide il film nel 1984, o successivamente, la prima volta. Magia del cinema e della musica.
Titoli di coda.
E per citare Byrne: “qualcuno ha qualche domanda?”.
Andrea Brena







