Sembra esserci tanto del suo autore, in questo Springsteen – Liberami dal nulla (Springsteen: Deliver Me From Nowhere), e forse più di quanto non ci sia dell’icona musicale che vorrebbe raccontare. Se prendiamo infatti la carriera del regista statunitense classe 1970 di Abingdon, nella contea di Washington, Virginia, constatiamo la profonda fascinazione e passione di Scott Cooper per storie di personaggi colti su quella fragile linea di confine che separa la fine dalla speranza di una rinascita.Fu così per il suo esordio Crazy Heart (2009), valso l’Oscar al miglior attore protagonista ad un Jeff Bridges non di certo reduce da grandi successi economici o artistici, messo nei panni Bad Blake, star del country folk di una volta e ora in bilico tra l’oblio e l’ultima possibilità, al contempo impegnato nel drammatico tentativo di riassestamento di una vita privata lacerata e alla deriva, in un intrigante gioco di meta-rispecchiamenti – quelli tra l’attore e il personaggio, e se vogliamo anche tra la nuova musica statunitense e un country che arrancava – ad esaltare un di certo solido esordio, non brillante in tutto ma forte di tali trovate “meta” e di una certa coscienza narrativa su atmosfere e personalità di quegli States.Similmente fu poi per Il fuoco della vendetta – Out of the Furnace (Out of the Furnace, 2013), con un grande Christian Bale stavolta in un grande film si Cooper, diviso tra una nuova vita onesta e – appunto – “il fuoco della vendetta” che pare riavvicinarlo ad un passato che credeva di aver abbandonato, anche stavolta a rivitalizzare e innalzare un vegeance thriller/noir che s’era fin troppo lasciato andare a stilemi e ed esempi noti di una più o meno bassa muscolarità conservatrice, di nuovo nella provincia e, nello specifico, in un sobborgo della Pennsylvania. Ecco allora la prima caduta con Black Mass – L’ultimo gangster (Black Mass, 2015), stessa questione tematica e stesso divo finito in ombra: un Johnny Depp che catalizza il film pur non essendo forse ancora pronto a rialzarsi, e il film rimane a terra con lui. Con Hostiles – Ostili (Hostiles, 2017) Cooper torna a Bale e ad un ottimo film, nella frontiera sperduta e dimenticata per eccellenza che è quella del western; con Antlers – Spirito insaziabile (Antlers, 2021) siamo ancora in una dimenticata provincia, con la non troppo nota figura folk del wendigo, ma in un genere (l’horror) che in quegli anni era fin troppo avanti, lasciando Cooper indietro; la sfortunata seppur in parte interessante avventura con Netflix per The Pale Blue Eye – I delitti di West Point (The Pale Blue Eye, 2022), tra il thriller e l’horror investigativi, ancora Bale, un grande cast e una non abbastanza sfruttata e ben trattata icona di Edgar Allan Poe…Una carriera che in circa quindici anni è tutt’altro che scarna, fatta di azzardi, picchi eccelsi e grossi baratri di delusione. Ecco dunque che arriviamo ad oggi, anno domini 2025, in cui Cooper torna alla musica, al film biografico – stavolta di una personalità davvero esistita, a differenza di Crazy Heart – , alla provincia e ai suoi fantasmi, col racconto di uno Springsteen alle prese col ritorno a Long Branch, New Jersey, nel pieno della sua scalata alle top ten e sul punto di gettare o cambiare tutto, componendo e pubblicando l’album che è tutt’oggi tra i più grandi racconti del suolo a stelle e strisce mai concepito: Nebraska, 1982.Per quanto il sostegno e il consiglio del “Boss” non siano mancati durante la realizzazione del film – il che non è sempre garanzia di libertà e qualità artistica, giacché già si partiva dalla solida base dell’omonimo libro di Warren Zanes – , ciò che traspare da questo sfrondato racconto, al limite della documentazione e del “dietro le quinte” di Nebraska, è più che altro l’auto racconto di un autore di certo talento, dal passato altalenante che ora usa un’altra icona artistica per riflettere sulla frustrazione delle sue stesse velleità di sperimentazione in un contesto major.Affidato al buon Jeremy Allen White (la star di The Bear, 2022- , cerata da Christopher Storer), Bruce Springsteen è qui nel pieno della crisi esistenziale che scaturirà la coscienza di un disturbo depressivo che si porterà avanti per tutta la vita. Ha appena finito il tour, e le major lo vorrebbero in studio, a lavoro su singoli al giorno d’oggi più che noti e apprezzati come Born in the USA, ma la sua testa è ad un album che registra in camera con apparecchiature di fortuna per mantenere le imprecisioni, le sporcature, il linguaggio semplice e suoni d’eco che facciano rimbombare le storie come sussurrate o urlate dal passato: Nebraska.Il problema però sta qui, non è l’unico, e con calma ci arriviamo.Quando il tuo film si confronta con un disco del genere, i cuoi suoni sporchi e rozzi quasi visualizzano la nebbia, il petrolio, la neve gelida, tra voci ora ebbre e ora malinconiche, ora arrabbiate e ora morenti che si confessano nella pasta della voce stanca dal lavoro, ubriaca a fine giornata o arresa ad una condanna a morte per sedia elettrica… beh il paragone nasce facilmente, ma non con altrettanta facilità lo si vince. Se infatti si esulano le sequenze al passato, in un bel bianco e nero classico a richiamare la copertina dell’album, e abitate dal fantasma ubriaco, violento ma disfunzionalmente dolce del padre (Stephen Graham); il resto della messa in scena di questo Springsteen – Liberami dal nulla porta a chiedersi come mai, in un periodo in cui ogni cosa è quasi forzatamente in pellicola, a formato ridotto, in bianco e nero o mimante una poco credibile disponibilità di mezzi produttivi, si sia scelta una tale patinatura proprio per il momento più buio – e, banale ma vero, più artisticamente valido – del Boss, per il racconto della genesi di un disco vibrante dolore, memoria e abbandono quale Nebraska, che Springsteen oltretutto volle pubblicare senza ritocchi, senza contorno stampa, senza troppo elaborati master e senza live tour.La messa in scena infatti, per quanto di certo buona e al livello di un tecnico visivo di livello come Cooper, non si scosta troppo dai canonici rapporti primo piano e totale, di una qualità visiva e d’illuminazione alta, a volte capace di rapire l’occhio, ma ferma in un’immobilità vuota che davvero poco s’adatta al racconto di un tale periodo, come poco s’adatta a Nebraska.La struttura segue infatti per ampie sezioni la composizione di questo, in un racconto che alterna poco emozionanti scambi tra Bruce e l’agente Jon Landau (Jeremy Strong) alla relazione della star con la nuova fiamma Faye (Odessa Young), donna con una figlia che lo ama e che è amata da lui, nonostante questo sia certo di non poterle dare ciò che vuole e merita. Per il resto – e non è poco – non si tratta che di un rapido succedersi di fasi produttive, ora nella casa di Long Branch e ora in studio a New York, scene di quando in quando alternate da momenti in casa di Landau in cui questo tenta di ricomporre alla sua disinteressatissima moglie un profilo del suo assistito, esponendo anche il senso di impotenza di fronte a scelte commerciali suicide, ma di cui, sotto un’ottica artistica e umana, non può che fidarsi ciecamente.La situazione s’aggrava ancora, parlando, di paragoni, perché comunque Cooper è stato vero e attento nel riportare a scena tutte le ispirazioni che alimentarono Nebraska, che Bruce trasse da una visione in tv di La rabbia giovane (Badlands, 1973, Terrence Malick), a sua volta ispirato alla folie à deux che vide protagonisti Charles Starkweather e Caril Ann Fugate, autori di undici omicidi nella loro fuga d’amore tra Nebraska e Wyoming nel 1958, storia su cui Springsteen si informò e che dà il titolo tanto al singolo quanto all’album Nebraska; dai ricordi di una proiezione di La morte corre sul fiume (The Night of the Hunter, 1955, Charles Laughton), visto al cinema col padre in un giorno di assenza a scuola accordata dal genitore stesso; e, solo secondo assai credibili illazioni – i cui riferimenti non sono di fatti presenti nel film, ma di cui vi raccontiamo perla resa di un più ampio contesto – , da Atlantic City, U.S.A. (Atlantic City, 1980), capolavoro frutto della trasferta statunitense del grande Louis Malle, premiato col Leone d’oro (ex æquo con Una notte d’estate, o Gloria, di John Cassavetes) e nominato agli Oscar nel pieno della stesura totale di Nebraska e dell’omonimo singolo in esso presente, entrambe storie di amori sul filo del rasoio tra due anime che si incontrano e abbandonano, impossibilitate ad amarsi, nel non luogo della sfavillante cittadina di Atlantic City, tra le capitali di un gioco d’azzardo appena legalizzato.Insomma, c’è anche tanto cinema in Springsteen – Liberami dal nulla, ma con la controindicazione che, se già non fosse bastata l’ombra immensa dell’album a cui si fa riferimento, tali opere cinematografiche complicano ed evidenziano ancor di più la posizione di inferiorità di quest’ultimo lavoro di Cooper, che forzatamente se ne rimane al suo posto e fa quasi sì che ci si chieda perché non si è scelto di vedere queste altre opere, essendo il film oggi in sala assai meno potente e suggestivo persino dell’a tratti sbilenco esordio registico di Sean Penn del 1991, quel Lupo solitario (The Indian Runner) che, nonostante qualche pecca, vale assolutamente la pena di recuperare, a sua volta ispirato dal singolo Highway Petrolman, sempre in Nebraska. Concludiamo perché rischiamo di far passare da film orribile ciò che tale non è, e lo ripetiamo, pur non potendo far a meno di notare il forte controsenso tra il racconto della creazione di un album che è fatto di storie e che altrettante ne ha brillantemente o oscuramente ispirate, col risultato di questo Springsteen, che un tale magma vivo di vite e drammi, dolori e piccole speranze, fini e nuovi inizi, non fa che renderlo ancor più informe, asciugandone però la suggestione e facendo si che ognuna di queste anime collassi su sé stessa, per un prodotto ben fatto ma senza una direzione, che suggerisce la vita pur astraendola dall’azione a schermo.Figlio problematico dell’altrettanto problematica pratica hollywoodiana recente, quella di raccontare musicisti antisistema o in momenti del genere per poi farli rientrare nel sistematizzatissimo contesto dei biopic dalle narrazioni più che mai pop, Springsteen – Liberami dal nulla (“deliver me from nowhere”, strofa di State Trooper, ancora in Nebraska) non fa nulla perché nel nulla non si finisca che sprofondare, tanto meno personale del recente A Complete Unknown (2024, James Mangold) su Bob Dylan e assai meno spettacolare anche di un Elvis (2022, Baz Luhrmann). Se siete interessati a Nebraska, alle storie che vi si animano tra le pieghe gracchiate e rimbombanti del suono, o che ad esso hanno dato vita, vi consigliamo di recuperare piuttosto tutti i film sopracitati e, assolutamente, di ascoltare l’album, il cui colpo finale infertogli qui – per chi lo ama – è veder scorrere i titoli di coda su di una versione di Nebraska (il singolo) suonata in un live, riarrangiata e resa più orecchiabile, in un contesto circondato dai fan e raccontato dalla stampa.

Blog
Springsteen: Liberami dal nulla – Scott Cooper

Sembra esserci tanto del suo autore, in questo Springsteen – Liberami dal nulla (Springsteen: Deliver Me From Nowhere), e forse più di quanto non ci sia dell’icona musicale che vorrebbe raccontare. Se prendiamo infatti la carriera del regista statunitense classe 1970 di Abingdon, nella contea di Washington, Virginia, constatiamo la profonda fascinazione e passione di Scott Cooper per storie di personaggi colti su quella fragile linea di confine che separa la fine dalla speranza di una rinascita.Fu così per il suo esordio Crazy Heart (2009), valso l’Oscar al miglior attore protagonista ad un Jeff Bridges non di certo reduce da grandi successi economici o artistici, messo nei panni Bad Blake, star del country folk di una volta e ora in bilico tra l’oblio e l’ultima possibilità, al contempo impegnato nel drammatico tentativo di riassestamento di una vita privata lacerata e alla deriva, in un intrigante gioco di meta-rispecchiamenti – quelli tra l’attore e il personaggio, e se vogliamo anche tra la nuova musica statunitense e un country che arrancava – ad esaltare un di certo solido esordio, non brillante in tutto ma forte di tali trovate “meta” e di una certa coscienza narrativa su atmosfere e personalità di quegli States.Similmente fu poi per Il fuoco della vendetta – Out of the Furnace (Out of the Furnace, 2013), con un grande Christian Bale stavolta in un grande film si Cooper, diviso tra una nuova vita onesta e – appunto – “il fuoco della vendetta” che pare riavvicinarlo ad un passato che credeva di aver abbandonato, anche stavolta a rivitalizzare e innalzare un vegeance thriller/noir che s’era fin troppo lasciato andare a stilemi e ed esempi noti di una più o meno bassa muscolarità conservatrice, di nuovo nella provincia e, nello specifico, in un sobborgo della Pennsylvania. Ecco allora la prima caduta con Black Mass – L’ultimo gangster (Black Mass, 2015), stessa questione tematica e stesso divo finito in ombra: un Johnny Depp che catalizza il film pur non essendo forse ancora pronto a rialzarsi, e il film rimane a terra con lui. Con Hostiles – Ostili (Hostiles, 2017) Cooper torna a Bale e ad un ottimo film, nella frontiera sperduta e dimenticata per eccellenza che è quella del western; con Antlers – Spirito insaziabile (Antlers, 2021) siamo ancora in una dimenticata provincia, con la non troppo nota figura folk del wendigo, ma in un genere (l’horror) che in quegli anni era fin troppo avanti, lasciando Cooper indietro; la sfortunata seppur in parte interessante avventura con Netflix per The Pale Blue Eye – I delitti di West Point (The Pale Blue Eye, 2022), tra il thriller e l’horror investigativi, ancora Bale, un grande cast e una non abbastanza sfruttata e ben trattata icona di Edgar Allan Poe…Una carriera che in circa quindici anni è tutt’altro che scarna, fatta di azzardi, picchi eccelsi e grossi baratri di delusione. Ecco dunque che arriviamo ad oggi, anno domini 2025, in cui Cooper torna alla musica, al film biografico – stavolta di una personalità davvero esistita, a differenza di Crazy Heart – , alla provincia e ai suoi fantasmi, col racconto di uno Springsteen alle prese col ritorno a Long Branch, New Jersey, nel pieno della sua scalata alle top ten e sul punto di gettare o cambiare tutto, componendo e pubblicando l’album che è tutt’oggi tra i più grandi racconti del suolo a stelle e strisce mai concepito: Nebraska, 1982.Per quanto il sostegno e il consiglio del “Boss” non siano mancati durante la realizzazione del film – il che non è sempre garanzia di libertà e qualità artistica, giacché già si partiva dalla solida base dell’omonimo libro di Warren Zanes – , ciò che traspare da questo sfrondato racconto, al limite della documentazione e del “dietro le quinte” di Nebraska, è più che altro l’auto racconto di un autore di certo talento, dal passato altalenante che ora usa un’altra icona artistica per riflettere sulla frustrazione delle sue stesse velleità di sperimentazione in un contesto major.Affidato al buon Jeremy Allen White (la star di The Bear, 2022- , cerata da Christopher Storer), Bruce Springsteen è qui nel pieno della crisi esistenziale che scaturirà la coscienza di un disturbo depressivo che si porterà avanti per tutta la vita. Ha appena finito il tour, e le major lo vorrebbero in studio, a lavoro su singoli al giorno d’oggi più che noti e apprezzati come Born in the USA, ma la sua testa è ad un album che registra in camera con apparecchiature di fortuna per mantenere le imprecisioni, le sporcature, il linguaggio semplice e suoni d’eco che facciano rimbombare le storie come sussurrate o urlate dal passato: Nebraska.Il problema però sta qui, non è l’unico, e con calma ci arriviamo.Quando il tuo film si confronta con un disco del genere, i cuoi suoni sporchi e rozzi quasi visualizzano la nebbia, il petrolio, la neve gelida, tra voci ora ebbre e ora malinconiche, ora arrabbiate e ora morenti che si confessano nella pasta della voce stanca dal lavoro, ubriaca a fine giornata o arresa ad una condanna a morte per sedia elettrica… beh il paragone nasce facilmente, ma non con altrettanta facilità lo si vince. Se infatti si esulano le sequenze al passato, in un bel bianco e nero classico a richiamare la copertina dell’album, e abitate dal fantasma ubriaco, violento ma disfunzionalmente dolce del padre (Stephen Graham); il resto della messa in scena di questo Springsteen – Liberami dal nulla porta a chiedersi come mai, in un periodo in cui ogni cosa è quasi forzatamente in pellicola, a formato ridotto, in bianco e nero o mimante una poco credibile disponibilità di mezzi produttivi, si sia scelta una tale patinatura proprio per il momento più buio – e, banale ma vero, più artisticamente valido – del Boss, per il racconto della genesi di un disco vibrante dolore, memoria e abbandono quale Nebraska, che Springsteen oltretutto volle pubblicare senza ritocchi, senza contorno stampa, senza troppo elaborati master e senza live tour.La messa in scena infatti, per quanto di certo buona e al livello di un tecnico visivo di livello come Cooper, non si scosta troppo dai canonici rapporti primo piano e totale, di una qualità visiva e d’illuminazione alta, a volte capace di rapire l’occhio, ma ferma in un’immobilità vuota che davvero poco s’adatta al racconto di un tale periodo, come poco s’adatta a Nebraska.La struttura segue infatti per ampie sezioni la composizione di questo, in un racconto che alterna poco emozionanti scambi tra Bruce e l’agente Jon Landau (Jeremy Strong) alla relazione della star con la nuova fiamma Faye (Odessa Young), donna con una figlia che lo ama e che è amata da lui, nonostante questo sia certo di non poterle dare ciò che vuole e merita. Per il resto – e non è poco – non si tratta che di un rapido succedersi di fasi produttive, ora nella casa di Long Branch e ora in studio a New York, scene di quando in quando alternate da momenti in casa di Landau in cui questo tenta di ricomporre alla sua disinteressatissima moglie un profilo del suo assistito, esponendo anche il senso di impotenza di fronte a scelte commerciali suicide, ma di cui, sotto un’ottica artistica e umana, non può che fidarsi ciecamente.La situazione s’aggrava ancora, parlando, di paragoni, perché comunque Cooper è stato vero e attento nel riportare a scena tutte le ispirazioni che alimentarono Nebraska, che Bruce trasse da una visione in tv di La rabbia giovane (Badlands, 1973, Terrence Malick), a sua volta ispirato alla folie à deux che vide protagonisti Charles Starkweather e Caril Ann Fugate, autori di undici omicidi nella loro fuga d’amore tra Nebraska e Wyoming nel 1958, storia su cui Springsteen si informò e che dà il titolo tanto al singolo quanto all’album Nebraska; dai ricordi di una proiezione di La morte corre sul fiume (The Night of the Hunter, 1955, Charles Laughton), visto al cinema col padre in un giorno di assenza a scuola accordata dal genitore stesso; e, solo secondo assai credibili illazioni – i cui riferimenti non sono di fatti presenti nel film, ma di cui vi raccontiamo perla resa di un più ampio contesto – , da Atlantic City, U.S.A. (Atlantic City, 1980), capolavoro frutto della trasferta statunitense del grande Louis Malle, premiato col Leone d’oro (ex æquo con Una notte d’estate, o Gloria, di John Cassavetes) e nominato agli Oscar nel pieno della stesura totale di Nebraska e dell’omonimo singolo in esso presente, entrambe storie di amori sul filo del rasoio tra due anime che si incontrano e abbandonano, impossibilitate ad amarsi, nel non luogo della sfavillante cittadina di Atlantic City, tra le capitali di un gioco d’azzardo appena legalizzato.Insomma, c’è anche tanto cinema in Springsteen – Liberami dal nulla, ma con la controindicazione che, se già non fosse bastata l’ombra immensa dell’album a cui si fa riferimento, tali opere cinematografiche complicano ed evidenziano ancor di più la posizione di inferiorità di quest’ultimo lavoro di Cooper, che forzatamente se ne rimane al suo posto e fa quasi sì che ci si chieda perché non si è scelto di vedere queste altre opere, essendo il film oggi in sala assai meno potente e suggestivo persino dell’a tratti sbilenco esordio registico di Sean Penn del 1991, quel Lupo solitario (The Indian Runner) che, nonostante qualche pecca, vale assolutamente la pena di recuperare, a sua volta ispirato dal singolo Highway Petrolman, sempre in Nebraska. Concludiamo perché rischiamo di far passare da film orribile ciò che tale non è, e lo ripetiamo, pur non potendo far a meno di notare il forte controsenso tra il racconto della creazione di un album che è fatto di storie e che altrettante ne ha brillantemente o oscuramente ispirate, col risultato di questo Springsteen, che un tale magma vivo di vite e drammi, dolori e piccole speranze, fini e nuovi inizi, non fa che renderlo ancor più informe, asciugandone però la suggestione e facendo si che ognuna di queste anime collassi su sé stessa, per un prodotto ben fatto ma senza una direzione, che suggerisce la vita pur astraendola dall’azione a schermo.Figlio problematico dell’altrettanto problematica pratica hollywoodiana recente, quella di raccontare musicisti antisistema o in momenti del genere per poi farli rientrare nel sistematizzatissimo contesto dei biopic dalle narrazioni più che mai pop, Springsteen – Liberami dal nulla (“deliver me from nowhere”, strofa di State Trooper, ancora in Nebraska) non fa nulla perché nel nulla non si finisca che sprofondare, tanto meno personale del recente A Complete Unknown (2024, James Mangold) su Bob Dylan e assai meno spettacolare anche di un Elvis (2022, Baz Luhrmann). Se siete interessati a Nebraska, alle storie che vi si animano tra le pieghe gracchiate e rimbombanti del suono, o che ad esso hanno dato vita, vi consigliamo di recuperare piuttosto tutti i film sopracitati e, assolutamente, di ascoltare l’album, il cui colpo finale infertogli qui – per chi lo ama – è veder scorrere i titoli di coda su di una versione di Nebraska (il singolo) suonata in un live, riarrangiata e resa più orecchiabile, in un contesto circondato dai fan e raccontato dalla stampa.

Diplomato all’Artistico, laureato magistrale in cinema, critico e politicamente schierato in tutto…ma non sui film: se li fai bene, bene, o questi anni di studio e scrittura s’abbatteranno su di te con grandissima vendetta e furiosissimo sdegno – come contasse qualcosa. Amante dell’avanguardia, dello spavento, di ciò che è lento e del B/N; prometto di scovare quel cavillo non visto – e non volevate – , quella tematica persa – “chi ve lo fa fa” – , ma strappando un sorriso o, magari, solo un colpevole ghigno.
Diplomato all’Artistico, laureato magistrale in cinema, critico e politicamente schierato in tutto…ma non sui film: se li fai bene, bene, o questi anni di studio e scrittura s’abbatteranno su di te con grandissima vendetta e furiosissimo sdegno – come contasse qualcosa. Amante dell’avanguardia, dello spavento, di ciò che è lento e del B/N; prometto di scovare quel cavillo non visto – e non volevate – , quella tematica persa – “chi ve lo fa fa” – , ma strappando un sorriso o, magari, solo un colpevole ghigno.





