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Marty Supreme – Josh Safdie

Avanti, diciamoci la verità, dando un occhiata al materiale promozionale (teaser, trailer, pubblicità, conferenze stampa) tutti ci siamo fatti – me compreso – un idea ben precisa in merito a Marty Supreme e a quello che sarebbe potuto essere il suo tratto caratteriale in termini filmici.


Chissà per quante di queste persone il fatto di ritrovarsi di fronte ad un prodotto che invece fa dell’imprevedibilità il suo massimo punto di forza, possa aver rappresentato un grande difetto con il quale confrontarsi.
Le influenze Scorsesiane, marcate e palesate in ben più di un occasione già coi primi lavori dei fratelli Safdie e la scelta di un icona contemporanea molto forte nello star system come quella di Timothée Chalamet, aveva creato in seno al pubblico delle aspettative radicate, lasciando presagire lo sviluppo di un racconto nei binari che narrasse ascesa e declino di un protagonista verso cui provare fascino e magnetismo a dispetto della figura grigia e controversa che andava a rappresentare.


Josh Safdie, invece, qui alla sua prima avventura nelle vesti di regista in singolo, esattamente lo stesso anno in cui l’altro fratello (Benny) ha deciso di fare altrettanto – se lo chiedete a me, non con gli stessi risultati – prende tutti in contropiede (o forse no) realizzando una sorta di road movie tragicomico in cui la star di punta non diventa più un personaggio carismatico di cui seguiamo con entusiasmo le gesta, quanto più un mezzo in cui vengono riversate tutte le fallace e le contraddizioni partorite da un America moderna al collasso più totale.
Una massiccia dose di autoironia, metanarrazione e riscrittura dei topoi classici in operazioni di questo tipo, concorrono insieme al fine di delineare il contrasto interiore di un individuo caduto facilmente vittima e preda di una società alla deriva che se da una parte si dimostra incline nel richiamare a se soggetti promettendo loro fama e gloria, dall’altra è pronta a rivomitarli in strada svestiti di tutti i loro sogni per passare immediatamente alle vittime successive.


La regia, il montaggio, come la stessa America che fa da cornice alle vicende si muovono di continuo, in modo quasi schizofrenico, delineando uno status quo in perenne cambiamento in superficie, ma fermo nel proprio immobilismo in senso pratico e quello che all’apparenza da l’idea di presentarsi come l’ennesimo prodotto volto a riflettere sulle controversie generate dal sogno americano, si trasforma in una delle sue rappresentazioni più fresche, feroci e contemporanee.


Sin dai tempi della new Hollywood il sistema produttivo americano ha incentrato gran parte dei propri discorsi nello sviscerare le insidie interne di una nazione rotta e inquinata, eppure ancora oggi, a quasi più di cinquant’anni di distanza, l’esigenza di parlarne sembra essere più impellente che mai e lo stesso film, cambiando più volte genere e tono con lo scorrere dei minuti, ne diventa un estensione in termini cinematografici.
Josh Safdie regala al pubblico, probabilmente, non tanto uno dei migliori film che siano usciti oltreoceano nell’ultimo decennio, quanto più una pellicola necessaria al momento più opportuno; in un periodo storico in cui tutti cercano qualcuno in cui identificarsi e sono alla ricerca costante di uno status da raggiungere, il regista americano decide di mostrarci il ritratto sporco e squattrinato di un personaggio talentuoso destinato alla mediocrità.
Marty Mauser, il protagonista portato in scena egregiamente da uno Chalamet da Oscar (dai che forse quest’anno sarà la volta buona) è un eterno perdente, un narcisista patologico ossessionato dalla proprie ambizioni al punto tale da diventarne l’ostaggio di punta.


Marty non è un Jordan Belfort, non è un vincente, ma un looser fatto e finito; un uomo rotto dentro consumato dal desiderio continuo di ottenere un riconoscimento su scala sociale e che per quasi tutta la totalità del racconto sbatte continuamente contro quel muro di gomma metaforico costruito attorno a lui da una realtà circostante che non si dimostra mai disposta a concedergli quanto richiesto, sballottandolo da una parte all’altra del paese esattamente come una pallina da ping pong in un marasma di situazioni strampalate e surreali.
Ed è proprio da qui che le coordinate di un prodotto apparentemente semplice, e in un certo senso gridato nelle intenzioni in faccia al pubblico, gettano le basi per un discorso ben più ampio e articolato in cui le gesta del protagonista diventano la rappresentazione concettuale e tematica di un Odissea grottesca lastricata di sangue, disillusioni e (letteralmente) calci nel culo.


È curioso constatare come nel corso dello stesso anno i due fratelli Safdie si siano trovati – sebbene con risultati diversi e attraverso un linguaggio che li pone comunque in antitesi tra di loro – nel narrare le peripezie di personaggi destinati alla grandezza ma che, loro malgrado, si sono dovuti confrontare con le conseguenze di una realtà che rema invece nella direzione opposta, e se nel film dedicato a lui il personaggio di Dwayne Jhonson sul finale riscopriva e accetteva il sapore della sconfitta col sorriso sulle labbra, qui Marty, consumato dal peso della propria hybris, si accontenta di aver ottenuto ciò che ha sempre avuto affianco sin dall’inizio: l’amore e la promessa di un futuro stabile e monotono.


In un mondo di Marty Supreme quanti di voi sono disposti ad accettare di essere dei semplici Marty Mauser? Josh Safdie e Timothée Chalamet ti aspettano in sala per scoprire la risposta assieme a loro, ma non è detto che quest’ultima possa soddisfarvi come avreste pensato.

Avanti, diciamoci la verità, dando un occhiata al materiale promozionale (teaser, trailer, pubblicità, conferenze stampa) tutti ci siamo fatti – me compreso – un idea ben precisa in merito a Marty Supreme e a quello che sarebbe potuto essere il suo tratto caratteriale in termini filmici.


Chissà per quante di queste persone il fatto di ritrovarsi di fronte ad un prodotto che invece fa dell’imprevedibilità il suo massimo punto di forza, possa aver rappresentato un grande difetto con il quale confrontarsi.
Le influenze Scorsesiane, marcate e palesate in ben più di un occasione già coi primi lavori dei fratelli Safdie e la scelta di un icona contemporanea molto forte nello star system come quella di Timothée Chalamet, aveva creato in seno al pubblico delle aspettative radicate, lasciando presagire lo sviluppo di un racconto nei binari che narrasse ascesa e declino di un protagonista verso cui provare fascino e magnetismo a dispetto della figura grigia e controversa che andava a rappresentare.


Josh Safdie, invece, qui alla sua prima avventura nelle vesti di regista in singolo, esattamente lo stesso anno in cui l’altro fratello (Benny) ha deciso di fare altrettanto – se lo chiedete a me, non con gli stessi risultati – prende tutti in contropiede (o forse no) realizzando una sorta di road movie tragicomico in cui la star di punta non diventa più un personaggio carismatico di cui seguiamo con entusiasmo le gesta, quanto più un mezzo in cui vengono riversate tutte le fallace e le contraddizioni partorite da un America moderna al collasso più totale.
Una massiccia dose di autoironia, metanarrazione e riscrittura dei topoi classici in operazioni di questo tipo, concorrono insieme al fine di delineare il contrasto interiore di un individuo caduto facilmente vittima e preda di una società alla deriva che se da una parte si dimostra incline nel richiamare a se soggetti promettendo loro fama e gloria, dall’altra è pronta a rivomitarli in strada svestiti di tutti i loro sogni per passare immediatamente alle vittime successive.


La regia, il montaggio, come la stessa America che fa da cornice alle vicende si muovono di continuo, in modo quasi schizofrenico, delineando uno status quo in perenne cambiamento in superficie, ma fermo nel proprio immobilismo in senso pratico e quello che all’apparenza da l’idea di presentarsi come l’ennesimo prodotto volto a riflettere sulle controversie generate dal sogno americano, si trasforma in una delle sue rappresentazioni più fresche, feroci e contemporanee.


Sin dai tempi della new Hollywood il sistema produttivo americano ha incentrato gran parte dei propri discorsi nello sviscerare le insidie interne di una nazione rotta e inquinata, eppure ancora oggi, a quasi più di cinquant’anni di distanza, l’esigenza di parlarne sembra essere più impellente che mai e lo stesso film, cambiando più volte genere e tono con lo scorrere dei minuti, ne diventa un estensione in termini cinematografici.
Josh Safdie regala al pubblico, probabilmente, non tanto uno dei migliori film che siano usciti oltreoceano nell’ultimo decennio, quanto più una pellicola necessaria al momento più opportuno; in un periodo storico in cui tutti cercano qualcuno in cui identificarsi e sono alla ricerca costante di uno status da raggiungere, il regista americano decide di mostrarci il ritratto sporco e squattrinato di un personaggio talentuoso destinato alla mediocrità.
Marty Mauser, il protagonista portato in scena egregiamente da uno Chalamet da Oscar (dai che forse quest’anno sarà la volta buona) è un eterno perdente, un narcisista patologico ossessionato dalla proprie ambizioni al punto tale da diventarne l’ostaggio di punta.


Marty non è un Jordan Belfort, non è un vincente, ma un looser fatto e finito; un uomo rotto dentro consumato dal desiderio continuo di ottenere un riconoscimento su scala sociale e che per quasi tutta la totalità del racconto sbatte continuamente contro quel muro di gomma metaforico costruito attorno a lui da una realtà circostante che non si dimostra mai disposta a concedergli quanto richiesto, sballottandolo da una parte all’altra del paese esattamente come una pallina da ping pong in un marasma di situazioni strampalate e surreali.
Ed è proprio da qui che le coordinate di un prodotto apparentemente semplice, e in un certo senso gridato nelle intenzioni in faccia al pubblico, gettano le basi per un discorso ben più ampio e articolato in cui le gesta del protagonista diventano la rappresentazione concettuale e tematica di un Odissea grottesca lastricata di sangue, disillusioni e (letteralmente) calci nel culo.


È curioso constatare come nel corso dello stesso anno i due fratelli Safdie si siano trovati – sebbene con risultati diversi e attraverso un linguaggio che li pone comunque in antitesi tra di loro – nel narrare le peripezie di personaggi destinati alla grandezza ma che, loro malgrado, si sono dovuti confrontare con le conseguenze di una realtà che rema invece nella direzione opposta, e se nel film dedicato a lui il personaggio di Dwayne Jhonson sul finale riscopriva e accetteva il sapore della sconfitta col sorriso sulle labbra, qui Marty, consumato dal peso della propria hybris, si accontenta di aver ottenuto ciò che ha sempre avuto affianco sin dall’inizio: l’amore e la promessa di un futuro stabile e monotono.


In un mondo di Marty Supreme quanti di voi sono disposti ad accettare di essere dei semplici Marty Mauser? Josh Safdie e Timothée Chalamet ti aspettano in sala per scoprire la risposta assieme a loro, ma non è detto che quest’ultima possa soddisfarvi come avreste pensato.


Classe 1996 (esattamente come Scream) cresciuto col trauma per la morte di Mufasa, la profonda ammirazione verso i gangster scorsesiani e l’amore viscerale nei confronti delle femme fatale di hitchcockiana memoria. Amante della settima arte in ogni sua singola declinazione, dalle pietre miliari del cinema classico alle produzioni di largo consumo. Ricorderemo il mondo attraverso il cinema, diceva Bertolucci… come dargli torto, in fin dei conti?

Classe 1996 (esattamente come Scream) cresciuto col trauma per la morte di Mufasa, la profonda ammirazione verso i gangster scorsesiani e l’amore viscerale nei confronti delle femme fatale di hitchcockiana memoria. Amante della settima arte in ogni sua singola declinazione, dalle pietre miliari del cinema classico alle produzioni di largo consumo. Ricorderemo il mondo attraverso il cinema, diceva Bertolucci… come dargli torto, in fin dei conti?


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