Ci stiamo avvicinando alla Pasqua e la Illumination Entertainment sfrutta nuovamente il calendario liturgico per distribuire Super Mario Galaxy – Il film, sequel che probabilmente potrebbe confermare un franchise cinematografico in espansione e oltre il videoludico, soprattutto dopo che il suo predecessore Super Mario Bros – Il film (The Super Mario Bros. Movie, 2023) ha ottenuto un riscontro positivo in sala, guadagnando più di un miliardo di dollari al botteghino e restando sempre in vetta alle classifiche. Un’ulteriore mossa strategica per attirare l’attenzione del pubblico è la ricerca degli easter eggs, individuati nei videogiochi e ricollocati sul grande schermo, che verranno esplicitati durante la lettura della recensione. Come molti ben sanno, questo cosiddetto fan service risulta complice, allo stesso tempo, di un’eccessiva linearità a favore del prodotto preconfezionato per gli standard idonei a una longeva sopravvivenza nel mercato audiovisivo e a discapito di un assetto narrativo legato alla profondità psicologica e interrelazionale dei personaggi – e non solo. C’è mancato davvero poco al poter assistere a uno sviluppo romantico – ridotto anche qui esclusivamente e iconicamente a un bacio sulla guancia – tra Mario, il loser di Brooklyn divenuto eroe dopo aver sconfitto Bowser (con la voce di Jack Black), e Peach (Anya Taylor-Joy), l’archetipo femminile che supera la stigmatizzata “damigella in pericolo” per caratterizzarsi come una leader guerriera del Regno dei Funghi ed eroina da combattimento – in questo secondo capitolo lei domina tutte le scene action.
SPOILER ALERT!
La trama si muove sin da subito con l’intento di far luccicare gli occhi dei nerd fanatici con le presentazioni dei personaggi e del loro setting di appartenenza: Rosalinda e gli Sfavilotti – un legame materno-filiale custodito nell’Osservatorio Cometa e intrattenuto attraverso le letture eroiche in Biblioteca, con protagonisti la principessa e i fratelli idraulici Mario (M – berretto rosso) e Luigi (L-berretto verde) – , i quali vengono attaccati dal Robo-Impianto di Bowser Junior (Benny Sadfie), figlio dell’antagonista principale del primo film che ha come obiettivo quello di assorbire le potenzialità magiche della Principessa delle stelle per inaugurare il nuovo impero galattico e seguire le orme paterne di tiranno e conquistatore di mondi.
Il prologo si sposta verso il Mondo 2 di Super Mario Bros, raffigurato nell’originario storyboard come un vasta area desertica, e qui rimodellato con una corsa motociclistica in stile Mad Max per giungere a una caverna sotterranea in cui si nasconde il dinosauro Yoshi (Donald Glover), personaggio giocabile nel gioco Super Mario Galaxy 2 non appena esce dall’uovo e cavalcabile dall’idraulico rosso. Intanto si sta festeggiando il compleanno di Peach – in realtà è il giorno in cui la popolazione dei Toad (Keegan-Michael Key) l’ha trovata vicino ai tubi verdi interspaziali di trasporto – e sopraggiunge in concomitanza una pioggia di stelle cadenti, da cui ha inizio il motore della trama traducibile nella graduale rivelazione del passato con Rosalinda e l’attraversamento di più luoghi iconici – come la Galassia Varco Celestiale (una stazione di treni e navicelle aerospaziali), la Galassia Polvere di Stelle (luogo di prigionia di Rosalinda e trono dei sovrani dei Koopa), la Galassia Dolceape (sprovvista purtroppo del fungo ape come potenzialità tattica per le numerose battaglie) e il Pianeta Bowser (anch’esso impoverito dall’assenza di uno scontro planetario con l’Astronave Mario e il vice-capitano Lume in Super Mario Galaxy 2).
Il risvolto narrativo dei due idraulici non è così rilevante: Mario (Chris Pratt) e Luigi (Charlie Day) svolgono dei lavoretti equivalenti al superamento dei livelli più difficili nel gioco e, in quel momento, un’astronave spara il suo raggio per gravitare nello spazio il Castello della Principessa Peach, all’interno del quale si scatena una battaglia contro Bowser Jr con un concept design rievocato da Super Mario Bros. Wonder, rendendolo tenebroso e pericoloso agli occhi di un pubblico infantile. Dopo lo scampato pericolo, il Castello viene distrutto completamente – una scena altamente depotenziata dal punto di vista del pathos drammaturgico rispetto al disastro fallimentare ed esistenziale di Buster Moon e del suo Moon Theatre di Sing (2016, Garth Jennings e co-regia di Christopher Lourdelet) – secondo il parere del sottoscritto si tratta del miglior film della casa di produzione specializzata in lungometraggi animati – , e i nostri eroi stringono un’alleanza momentanea con Bowser, combattuto tra una possibile fase di redemptio e una fascinazione di sguardo verso la leadership carismatica del figlio e con la quale ha consolidato un rapporto affettivo duraturo, caratterizzato dall’eredità intergenerazionale di vecchi e nuovi villain, da identificare (fino a un certo punto) dietro lo sfondo geopolitico attuale con le conseguenti tensioni belliche in atto per poi ridurre i loro background infantili a un processo fastidioso di flanderizzazione (termine utilizzato per indicare lo svilimento delle caratteristiche multisfaccettate dei personaggi che lo subiscono).
Con il susseguirsi degli eventi nella seconda parte, il film assume l’architettura di un crossover contenente alleati e personaggi secondari appartenenti ad altre dimensioni narrative e videoludiche. Appariranno infatti il pilota aerospaziale Fox McCloud della serie Nintendo Star Fox, il giocattolo R.O.B. per scopi prettamente commerciali e promozionali della console, e i simpatici Pikmin dell’omonimo videogioco puzzle-solving – forse questi inserimenti suggeriscono un media franchise comparabile alle strutture transmediali e agli universi immaginari del Marvel Cinematic Universe (MCU) o dell’ancora poco conosciuto, almeno in Occidente, del Fengshen Cinematic Universe (FCU), detentore di Ne Zha – L’ascesa del guerriero di fuoco (Nézhā zhī mótóng nàohǎ, 2025, Jiaozi), il film d’animazione con il maggiore incasso nella storia del cinema con il superamento globale di 2 miliardi di dollari, ingiustamente escluso dalla cerimonia degli Oscar 2026. Consigliamo ancora una volta di non abbandonare la sala fino al termine della proiezione e dei titoli di coda. Abbiamo già capito che Super Mario potrebbe auspicare a una saga dalle proporzioni simili a Cattivissimo Me e Sonic, altri due filoni notevoli per la messa in discussione del ruolo antagonistico e delle nette opposizioni manichee.
Seppure nel primo film la composizione lineare e sintattica delle singole sequenze e delle divertenti gag riusciva comunque a orchestrare perfettamente tutte le fusioni e le convergenze oggettuali e ambientali, Super Mario Galaxy – il Film non riesce sempre a salvaguardarsi dal pretesto della semplicità e del citazionismo, rendendo ancora più evidente i salti spaziali e temporali da un evento all’altro come i fattori negativi, o gli epiteti di una sintesi esornativa volta allo stupore immediato e irrazionale dei riferimenti malinconici e nostalgici, con qualche intrusione sonora e musicale della cultura pop, con il prestigioso lavoro di Koji Kondo, che funge da catalizzatore proustiano della memoria celebrativa uditiva.
Anzi, essendo un grande estimatore del gioco per Nintendo Wii, il film è in grado di restituire solo un assaggio delle galassie da esplorare durante l’esperienza del videogiocatore. Un problema che non riguarda direttamente la durata complessiva di un’ora e mezza, ma una volontaria e autoreferenziale mancanza di un’economia narrativa: se si citano le location visive di Mad Max, non ci si può aspettare un approfondimento tematico-narrativo e ideologico analogo alla dissoluzione sociale del mondo post-atomico; se c’è uno sguardo rivolto al contemporaneo riguardo l’agency e l’emancipazione del soggetto femminile e della sua evoluzione archetipica, non si può far partire il discorso sovversivo del male gaze; se si traspone una serie videoludica indirizzata ai bambini, viene meno la possibilità di realizzare un’opera innovativa e di riflettere sull’allargamento del paradigma fruitivo e interattivo attraverso una convergenza ibrida delle dinamiche di ripresa tra la soggettiva cinematografica e l’interfaccia ergodica (e non solo), un’operazione già concretizzata in altre sperimentazioni audiovisive divise tra il successo e il fallimento commerciale e le accoglienze e le stroncature della critica – per citare alcuni titoli ci sono Street Fighter – Sfida finale (Street Fighter, 1994, Steven E. de Souza), The Beach (2000, Danny Boyle), Elephant (2003, Gus Van Sant) e Tekken (2009, Dwight H. Little).
Intrattenimento non significa però accontentarsi o arrendersi neutralmente. E neanche qui la logica primitiva del cinema delle attrazioni può soddisfare le “aspettative altre”.
di Alessandro Passariello






