Nel film Il caso 137 (Dossier 137, Dominik Moll), presentato alla 78esima edizione del Festival di Cannes, il potere immaginifico delle fotografie – inizialmente animate con una carrellata contenente i suoni extradiegetici, poi incastrate nell’immobilità dell’artefatto fotogrammatico e nel fuoricampo dell’evento caotico – e della registrazione/documentazione dei video – porzioni di realtà decodificate e ricostruite da dichiarazioni verbali e interpretazioni visivo-visuali dei punti di vista soggettivi – sono il motore riflessivo per osservare il fattore testimoniale della realtà, messo a dura prova nell’epoca del paradigma postveritativo e nella frantumazione identitaria della democrazia.
L’ispettrice Stéphanie Bertrand (Léa Drucker, vincitrice del premio César e del premio Lumière per la Migliore attrice) dell’IGPN (Inspetction Généerale de la Police Nationale) deve occuparsi di un caso che vede coinvolti una pattuglia del BRI (Brigade de Recherche e d’Intervention) e un gilet giallo, identificato con il nome di Guillaume Girard, aggredito durante la manifestazione a Parigi la notte dell’8 dicembre 2018 – una risultanza del “dove” e del “quando” che rimanda simbolicamente al femminicidio commesso in La notte del 12 (La Nuit du 12, il precedente di Dominik Moll).
Il film riecheggia semioticamente anche una dicotomia politica già espressa sono la pressione nazionale e geopolitica dell’Iran di Mohammad Rasoulof nel lungometraggio Il seme del fico sacro (Dāne-ye anjīr-e ma’ābed, 2024), utilizzando due dispositivi schermici contrapposti (non in senso assoluto a seconda della gerarchia di potere di ciascun Paese): il formato orizzontale (rapporto 16:9) del televisore – lo strumento nelle mani delle istituzioni e che offre un’analisi complessivamente generica dei fatti – e l’ottimizzazione verticale (rapporto 9:16) dei first person shot dell’era dello smartphone mobile – appartenenti ai giovani attivisti social e alla dimensione privata delle nostre esistenze, come nell’emblematica intesa kubrickiana tra il Padre Iman (Missagh Zaregh – simile al Jack Torrance di Jack Nicholson) e le Figlie Rezvan e Sanà (Mahsa Rostami e Setareh Maleki). Nell’esempio specifico de Il caso 137, invece,ci si riferisce alle sommosse popolari e periferiche, spazialmente e ideologicamente distanti dalla folla metropolitana parigina.
Ormai lo sguardo del cinema francese – in relazione ai mutamenti storici, socio-culturali e contemporanei del genere polar, una fusione tra thriller e poliziesco di matrice cinematografica – , decide di approfondire il baricentro dell’agency nel punto intermedio: da un lato incarnato in quei soggetti umani carichi di grosse pressioni e responsabilità e intenzionati a riportare alla luce la veridicità e l’attendibilità dei singoli accaduti; dall’altro sollevato da una realizzazione di una mise en scène focalizzata sulla soglia del desktop degli uffici – anglicizzare il sostantivo “scrivania” serve per recuperare una pratica mediale ricorrente in alcuni film, come Searching (2018, Aneesh Chaganty) e il sequel stand-alone Missing (2023, Nick Johnson e Will Merrick), due pilastri del desktop cinema, per tematizzare aspetti legati alla media awareness e alla concezione di forme narrative, aggregate e spazializzate. Queste scene includono tre interlocutori (di cui uno indiretto nel ruolo di verbalizzante) immersi nel confronto/scontro interrogatorio, con la necessità di fruire dei contenuti video attraverso le interfacce digitali del computer.
Ciò che poteva delimitarsi nell’atto di ludicizzazione dei dispositivi schermici – raffigurato nel pacifismo di una famiglia lavoratrice e impiegatizia proveniente da Saint Dizier – deve espandersi lungo i sentieri giudiziari di una Parigi cosciente del culto della violenza e del vandalismo, e al tempo stesso offuscata dall’euristica della rappresentatività. Di conseguenza i gilet gialli vengono associati istantaneamente a un’unica categoria iconografica, in un mondo a cui non importa più la distinzione tra chi manifesta tranquillamente e chi vuole compromettere la convivenza civile con il disordine.
Se in Roubaix, Una luce nell’ombra (Roubaix, une lumière, 2019) Arnaud Desplechin mostrava il commissario Yacoub Daoud (Roschdy Zem) attuare una maieutica psicologica per far confessare i suoi criminali di provincia – interpretati dalla coppia istrionica Léa Seydoux e Sara Forestier – , Moll si sposta nell’altra angolazione del campo/controcampo per mettere a nudo le visioni contraddittorie delle forze dell’ordine e della loro schematizzazione interna, difficile da giudicare per una predisposizione politicamente organizzata dalle gerarchie. Dietro il lavoro di Stephanie, fissata in quell’intermezzo da considerare inutile nella dimensione concreta e nella sussistenza fattuale dell’ingiustizia, si scorge l’elevazione di un concetto riguardante il mancato esame di coscienza del potere autoritario e poliziesco – portatore di narrazioni diversificate e distorte, irremovibili nel clima macroniano e nocive per le fasce meno abbienti.
Il popolo archivia i filmati amatoriali non ancora in possesso delle squadre investigative e preserva l’esperienza testimoniale della soggettiva senza dover ricorrere a un conseguente coinvolgimento per decifrare l’accidentalità della vita, concatenata e regolata dalle relazioni umane. La cameriera del Hotel Prince de Galles, interpretata da Gusliagie Malanda – conosciuta principalmente per la sua perfomance magnetica nei panni di Madame Coly in Saint Omer (2022, Alice Diop) – nutre un sentimento di paura e terrore di fronte a qualsiasi mossa compiuta e domanda formulata dalla polizia. Seconda la descrizione di Laura Bazzicalupo nel saggio Dispositivi e soggettivazioni, quegli sguardi che esercitano autorità e sorveglianza sono “segnali tutti dell’invadenza dei dispositivi di controllo nelle vite delle persone, ma anche di una capacità di modificazione antropologica”.
Lungo questo processo d’indagine, si inserisce in maniera apparentemente innocua anche il trigger dei gattini, una moda social di like e visualizzazioni, un fattore compensatorio per le nostre percezioni influenzate dagli shock mediatici, un potente strumento coercitivo volto alla disconnessione dalla realtà e al mantenimento affordatico della comfort zone. Lo scroll infinito dei reels sui gattini trasforma le nostre reazioni neuro-fenomenologiche in circuiti di gratificazione. Il fenomeno appena argomentato non produce affatto effetti positivi nella linea narrativa de Il caso 137: infatti la madre Sylvie trascura un’informazione rilevante da riferire anticipatamente alla figlia Stephanie, e farne parola con i colleghi minerebbe “l’obiettività, l’imparzialità e l’equanimità” del caso assegnato, portando l’ispettrice a contravvenire al proprio codice deontologico. La quasi inefficacia di far processare i colpevoli, infatti, conduce la protagonista verso quella consapevolezza mista tra vigilanza della responsabilità etica e anestestetizzazione della sopravvivenza emotiva.
La negazione sistemica dei propri crimini costituisce l’ulteriore potenza dietro la capacità di trascrivere le immagini, l’idea di asimmetria nel processo di visione e l’autonomia interpretativa. Nonostante le prove confutabili registrate da diversi soggetti in simbiosi con la ripresa e le sue facoltà fisiche e percettive, c’è un controllo e una gestione sulle diverse tipologie di comunicazione pubblica ad opera delle forze di polizia: utilizzare i frammenti video significa creare scudi per l’impunità e giustificazioni tattiche. L’intrusione di un’ispettrice – che vuole ascoltare ma non giustificare gli sbagli, sia degli individui facinorosi nelle loro azioni che dei sindacalisti nei loro pregiudizi verso i manifestanti, insomma due fazioni incapaci di dialogare sul dibattito incentrato sulla criminalità e sugli atti terroristici – può significare un tentativo di sopprimere l’ambiguità degli eventi narrati e raccontati, fornire una lettura ragionevole che, però, può essere compromessa dai suoi superiori per mantenere un ordine apparentemente funzionante, incorrendo nel rischio di sottoporre una moltitudine di soggetti classificati a logiche prescritte di visibilità. Lo Stato ha dato l’ordine di salvare la Repubblica e partecipare allo sforzo bellico.
Alessandro Passariello






