Dopo aver rispedito al mittente la proposta di partecipazione alla settantanovesima edizione del festival di Cannes perché quest’ultima non comprendente uno slot per la sezione dei film in concorso, Werner Herzog si presenta in concorso a Venezia 83 con Bucking Fastard, prima opera narrativa dal 2019.
Nel corso della conferenza stampa antecedente alla prima proiezione pubblica di Bucking Fastard, Herzog non senza commozione ha voluto ricordare e ringraziare David Lynch rammaricandosi all’idea di non poter condividere con il collega (e amico) il suo ultimo, lynchianissimo lungometraggio.
Non a caso Bucking Fastard si apre con una dedica al regista statunitense, che in qualche modo aleggerà sulla narrazione fino all’ultima parola dell’ultimo dialogo dell’ultima scena di un film che, a conti fatti, può dirsi fortemente ispirato al cinema di Lynch.
Jean (Kate Mara) e Joan (Rooney Mara) Holbrooke sono due sorelle legate da un rapporto talmente simbiotico da portarle a parlare all’unisono, avere gli stessi sogni, muoversi in sincronia, amare lo stesso uomo e, fondamentalmente, vincolarle a vivere la stessa identica vita. Questa la premessa del film, ma sarebbe superfluo aggiungere altro.
Ispirato alla vera storia delle sorelle Freda e Greta Chaplin, Bucking Fastard ci racconta Jean e Joan come due traduzioni corporee della stessa mente, e forse è da questo presupposto che si può provare ad affacciarsi sul denso strato di tematiche e allegorie che si accavallano in un film indubbiamente difficile da decodificare, ammesso che una codifica esista.
Nella sinossi ufficiale Herzog scrive che “non possiamo vedere il mondo come lo vedono loro, ma possiamo vedere come il mondo reagisce a loro”, che se da una certa prospettiva aiuta a far fioca luce sul senso del film, dall’altra addensa le ombre che già lo avvolgono.
Perché il mondo non reagisce alle sorelle con raziocinio e logica, non sempre almeno, e non lo fa – o lo fa – senza rispondere a uno schema intellegibile.
In Bucking Fastard i personaggi che entrano in contatto con Jean e Joan vivono a tratti di logiche terrene, come l’assistente sociale (Domhnall Gleeson) che tenta di separarle con cura e pazienza senza mai scomporsi, a tratti sono figli dello stesso surrealismo di cui è infuso il film, e quindi impossibile non citare Gareth Mulroney (Orlando Bloom), il cinquantenne belloccio del quale le due sono innamorate.
Cardine del lungometraggio è probabilmente la contrapposizione fra individualità e dualismo e come ambo gli aspetti si riflettano sulla vita delle sorelle, che legate indissolubilmente da una forza più simile ad una maledizione che ad un amore sconsiderato, non possono che imbattersi continuamente in impedimenti banali e del tutto grotteschi che per chiunque altro sarebbero azioni comuni e scontate, come non riuscire a passare nello spazio che intercorre fra due poltrone distanti qualche decina di centimetri o aprire una semplice scatoletta di sardine. La loro individualità quindi consiste nel costante e anestetizzante dualismo.
Ma quando è il dualismo che dovrebbe consistere nell’individualità?
Più avanti nel corso del film Jean e Joan dovranno unire le (già coesistenti) forze per conseguire un obiettivo, ma per la prima e unica volta avvertiranno una lieve e transitoria dissonanza che le porterà a vivere un contrasto interiore a loro sconosciuto, conseguenza di uno sforzo con il quale non sembrano avere familiarità.
Per quasi due ore infatti seguiamo la vita di due ragazze che non paiono avere consapevolezza del mondo che le circonda e delle leggi che lo governano, probabilmente perché sedate da una condizione imperativa e innaturale che per autoconservazione le ha spinte a forza fuori dalla realtà; realtà sulla quale non sembrano avere controllo ma che indubbiamente controlla loro.
Cosa volesse comunicarci il cineasta tedesco con questo film lo lascio teorizzare a voi, dal mio canto non posso dire d’averlo disprezzato – al netto di forti incertezze formali e di una frammentazione sostanziale decisamente sfidante – ma non sono riuscito neanche a farmi attraversare come avrei voluto.







