In sordina, in mezzo ai giganti dei primi giorni dell’83esima Mostra del Cinema di Venezia, si nasconde nella sezione del concorso un film quasi straordinario: 15/18 di Cédric Kahn ha colpito perfettamente nel segno, lasciando nel festival una nota dolce amara con le storie di ragazzi che, attenzione, non sono affatto matti: nel reparto psichiatrico dai 15 ai 18 anni, sono tutti normali.
Lucia (Malou Khebizi), diciassettenne, viene portata dalla polizia nel reparto di psichiatria infantile e adolescenziale di un ospedale pubblico, dove tutti i pazienti hanno un’età compresa tra i 15 e i 18 anni. Qui, oltre a vecchie conoscenze come l’amica Eloïse, ricoverata già da tempo, vive a contatto con altri ragazzi come lei (Yasmine, Camilia, Ulysse, André) ognuno con vite complicate e caratteri molto forti, un equilibrio che verrà scosso dall’arrivo di un nuovo paziente, Enzo.
15/18 non è un film di guerra, come molti qui alla kermesse pensavano fino a poco prima di entrare in sala, ed è importante dirlo, perché ho avuto l’impressione che questa pellicola sia stata, e sia tuttora, poco discussa in questi giorni di festival. Kahn scrive un film che vive in un limbo intelligentissimo tra il drammatico di vite segnate da traumi tra i più disparati e la comicità che questi giovani ragazzi portano nel loro animo. Questo perché, come dice lo stesso Kahn all’interno del film (interpreta il primario del reparto): “Qui, nel 15/18, vedo solo ragazzi normali”.
Il film infatti non è mai esageratamente caricato a livello drammatico e non rischia mai di trasformare le malattie dei pazienti in qualcosa da deridere, ma esiste in uno spazio sottilissimo, quello in cui lo spettatore, nella stessa scena, può ridere per lo show che i ragazzi mettono in piedi e quasi piangere per le rivelazioni fatte da chi, un attimo prima, stava ridendo. Questo è stato possibile grazie a due elementi che hanno tenuto in piedi tutto il film: i dialoghi e le interpretazioni di tutti gli attori in scena (e dico veramente tutti). Il cast corale di questo lavoro si destreggia tra dialoghi molto veri e crudi e momenti in cui devono comportarsi semplicemente da ragazzi curiosi e desiderosi di crescere e migliorare, ed è tutto credibilissimo.
Kahn riesce inoltre a caratterizzare benissimo il gruppo anche a livello visivo: merito anche della fotografia di Patrick Ghiringhelli, capace di restituire più di un’occasione la sensazione di vedere il film attraverso occhi molto giovani, tanto che ci si immerge completamente nel racconto.
15/18 funziona perché non cerca mai la scorciatoia della pietà a buon mercato: Kahn osserva questi ragazzi con la stessa cura con cui il reparto stesso li accoglie, senza mai etichettarli solo per la loro diagnosi, restituendo prima le persone e poi, semmai, le patologie. È un film che mi ha ricordato certo cinema corale francese ambientato nelle istituzioni — la stessa capacità di trasformare un microcosmo chiuso in uno specchio della società fuori dalle sue mura — ma con una delicatezza tutta sua, fatta di sguardi più che di sentenze. Meritava, e merita ancora, molta più attenzione di quanta questo festival gli abbia finora concesso.







