Edoardo De Angelis firma Il fuoco che ti porti dentro, un film che è la perfetta descrizione della frase “breve ma intenso”: la pellicola del regista napoletano, tratta dal romanzo di Antonio Franchini, dura infatti appena 93 minuti, ma in questa durata riesce a condensare benissimo una storia familiare e dei personaggi complessi e sfaccettati.
Antonio (Lino Musella), fuggito molti anni fa da Napoli, ha costruito a Milano una famiglia e una carriera di successo, lontano da sua madre Angela (Vanessa Scalera), una donna esagerata nel bene e nel male, irresistibile, antica e ostile come poche, che lo ha raggiunto per Natale e sembra decisa a restare. La cena della Vigilia diventa così un campo di battaglia emotivo, comico e feroce al tempo stesso, che fa riemergere un passato di sopraffazioni e incomprensioni.
De Angelis sforna un film complicato e tesissimo, difficile da reggere fino alla fine, ma non per i motivi che potreste pensare: difatti il regista, che firma la sceneggiatura insieme a Francesco Piccolo e Ilaria Macchia, sceglie un metodo di scrittura che gli ha permesso di spingere sull’acceleratore e semplificare molto le dinamiche tra i diversi personaggi, senza risultare mai frettoloso o approssimativo. I rapporti tra madre e figlio (principalmente con Antonio, vero protagonista insieme a una Vanessa Scalera da Coppa Volpi) sono letteralmente corrosivi, tossici, con radici che nel film vengono tracciate non solo per motivazioni private ma anche per colpa di elementi esterni alla famiglia, quali il posto dove vivere (il dualismo Milano-Napoli è centrale) oppure il lavoro.
Questo approccio, però, ha portato con sé un modo di scrivere i dialoghi piuttosto strano: mentre le battute in napoletano sono efficaci e taglienti, quelle recitate non in dialetto hanno poco peso e non riescono quasi mai a essere incisive al punto giusto. Anche per questo la Scalera (che recita sempre in napoletano) firma continuamente i momenti più difficili da reggere, per come si scaglia sul figlio e per quello che dice a tutta la famiglia: raramente ho visto un personaggio così turbato sullo schermo.
Oltre a tutto ciò, De Angelis ha optato per un formato largo ma con inquadrature strettissime, i volti sempre al centro e molti dettagli su oggetti e angoli della casa, quasi a voler intrappolare i personaggi nello stesso spazio claustrofobico in cui sono costretti a incontrarsi.
Alla fine, Il fuoco che ti porti dentro funziona proprio perché non ha paura di essere un film piccolo nella forma e enorme nei contenuti: bastano un appartamento, una tavola imbandita e due generazioni distanti per raccontare qualcosa di universale sul rapporto tra genitori e figli, su quanto sia difficile amarsi quando ci si assomiglia troppo. De Angelis conferma di essere uno dei registi italiani più a suo agio nel raccontare Napoli anche quando la mette in scena a distanza, lontano dai suoi vicoli, dentro un salotto di Milano che non riuscirà mai davvero a diventare casa per una donna come Angela. E se la sceneggiatura non risolve del tutto lo squilibrio tra le battute in dialetto e quelle in italiano, ci pensa Vanessa Scalera a tenere insieme ogni cosa, con un’interpretazione che da sola tiene in piedi il progetto.







