Geppetto è un falegname che ha perso il proprio figlio, Carlo, durante la prima guerra mondiale. Diversi anni dopo, ancora sconvolto per il lutto, cesellerà un burattino di legno a cui, con sua somma gioia e stupore, uno Spirito del Bosco darà vita. Purtroppo, però, l’avvento del fascismo complicherà le loro vite.
Della favola di Carlo Collodi esistono diverse versioni: il burattino di legno animato è senza ombra di dubbio una delle figure più iconiche del mondo fiabesco e la sua storia è nota a tutti.
Guillermo Del Toro, abile narratore di fiabe nere e cupe, riesce nella difficile impresa di lasciare il proprio marchio anche nel raccontare delle rocambolesche avventure di Geppetto e Pinocchio. Tutto, dalle ambientazioni alle rielaborazioni della trama, dalle tematiche alla grottesca presa in giro al potere di stampo totalitario, porta la firma del regista messicano: al centro di tutto vi è la riflessione sulla vita e la morte e su cosa renda la prima superiore e migliore della seconda. Sullo sfondo di quello che è il più classico dei racconti di formazione, si muovono dei personaggi che cercano la propria identità (Lucignolo e Spazzatura) ed altri che incarnano i vizi degli esseri umani, le loro ombre più nascoste ed ataviche.
Sebbene l’opera sia di pregevolissima fattura e rappresenti una interessantissima rilettura ed approfondimento della vicenda fiabesca classica, sia in termini tematici che narrativi, un paio di dettagli non convincono del tutto: in primis l’utilizzo eccessivo della musica e delle canzoni ed in secundis la lunghezza un po’ eccessiva e non necessaria di alcune scene.
Convince del tutto, invece, la scelta di utilizzare la tecnica stop-motion, che risulta coerente e ben amalgamata con quella che è l’intelaiatura del racconto.
In conclusione, Pinocchio di Guillermo del Toro convince pienamente al netto di qualche peccatuccio veniale.
Roberto Vitacolonna
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