Los Angeles negli anni ’20. Una storia di ambizione smodata ed eccesso sfrenato, l’ascesa e la caduta di vari personaggi nella creazione di Hollywood, un’epoca di decadenza e depravazione sfrenate.
“Babylon” è uno spettacolo pirotecnico visivamente stupefacente, con una colonna sonora che sa di già sentito e che accompagna la narrazione con le sue trombe e i suoi sax, ma che narrativamente risulta confuso, seppur affascinante.
Un’ode al cinema come divertimento che però viene soppiantato dalla serietà e dalla professionalità: i set caotici ed esagerati che vediamo nella prima ora del film rappresentano il vero punto forte della pellicola, che dal momento in cui introduce il sonoro (ovviamente nella narrazione non nel film in sé) si trasforma in un’altra cosa, silenziosa e professionale, quasi poetica (seppur inizialmente no). Infatti anche la questione attoriale risente di ciò e Chazelle ce lo mostra bene: dai movimenti esagerati e al limite dei set all’aperto si passa alla teatralità dell’attore post sonoro, che vive sul set il quale si trasforma in una sorta di cimitero.
La comicità certo non manca, anzi Chazelle ne fa uno dei punti più forti e solidi del film.
Le prove attoriali sono fenomenali, da Pitt che ruba la scena con un personaggio profondissimo e stratificato a Margot Robbie che lavora tanto sulla mimica facciale. Ma il premio va a Diego Calva, l’attore messicano regala una performance splendida e recitata con una passione vista poche volte recentemente.
E ora passiamo alla nota dolente, la scrittura generale: il film è si interessante, ma esageratamente prolisso (nonostante le 3 ore filino lisce queste sono troppe) e spesso confuso e pretestuoso. Ci sono momenti che non sembrano nemmeno appartenere all’opera da quanto sono sconnessi e imperfetti.
Tommaso Malguzzi
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