Dopo il grande successo ai botteghini del film del 2022, inizialmente pensato per lo streaming e successivamente approdato in sala con risultati inaspettatamente convincenti, la Paramount scommette sul cavallo vincente mettendo in cantiere “Smile 2” che vede la luce proprio quest’anno e che potete trovare nelle sale da circa una settimana.
Se ne faceva un gran parlare, sopratutto a fronte di un apprezzamento generale da parte della critica statunitense, che pochi giorni prima dell’arrivo in sala aveva dipinto il film come un prodotto di gran lunga superiore al capostipite, con alcune soluzioni estetico-narrative in grado di elevarlo al di sopra delle produzioni di riferimento, che sembrano si, accontentare una larga fetta di pubblico, a discapito però di un risultato finale non sempre convincente, per non dire fallimentare.
Il film di Parker Finn, regista a cui peraltro è stato assegnato l’arduo compito di portare sul grande schermo il remake di “Possession” (tanti auguri) si difende senz’altro molto bene da un punto di vista prettamente formale, con alcune soluzioni registiche che stupiscono per il modo in cui vengono gestite a livello di composizione e un paio di momenti orrorifici che permettono al prodotto di rendersi un minimo più coraggioso e interessante rispetto a ciò che ci si sarebbe potuto aspettare.
Non bastano però un ottima tecnica di base, scampoli di bel cinema e una Naomi Scott protagonista sugli scudi, a sopperire alle mancanze di una sceneggiatura completamente deficitaria, che si trascina inspiegabilmente per circa due ore e venti diluendo e incasinando una narrazione che avrebbe potuto esprimersi in molto meno tempo.
Si procede per frasi fatte, per clichè, per sequenze reiterate all’infinito in cui gli unici momenti che sembrerebbero dare una scossa al ritmo claudicante che la pellicola si impone, si materializzano in prevedibili jumpescare portando il pubblico stesso in sala a divertirsi piuttosto che inquietarsi.
È un circolo vizioso; il solito film che promette tanto ma mantiene poco, esaurendo peraltro l’efficacia di alcune riflessioni stimolanti che affrontano il tema relativo all’utilizzo delle droghe e alle conseguenze della notorietà, che vengono soltanto accarezzate rimanendo ancorate ad una superficie dalla quale il film pare non volersi mai distaccare.
È un vero peccato; così come il film del 2022, questo sequel di “Smile” soffre di quello che potremmo definire un cosciente ed inspiegabile bipolarismo, che contrappone ad una forma estetica ricercata, una storia rivista e didascalica all’interno della quale gli spunti su cui fare leva sulle paure dello spettatore si trasformano in una divertentissima montagna russa in cui ci si spaventa col sorriso stampato sulle labbra, esattamente come i personaggi del film.
Si premia lo sfrozo, ma è impossibile rimanere soddisfatti o quanto meno speranzosi, di fronte ad un opera del genere: potenzialmente interessante in essere ma estremamente deludente e prevedibile nella sua realizzazione finale, sopratutto in un momento come questo in cui i critici, si lasciano andare a parole di encomio nei confronti di prodotti di questo tipo deridendone invece altri come il “Megalopolis” di Francis Ford Coppola.
Caro “Smile”: c’è davvero ben poco da ridere…
Stefano Berta







