Che tra Mike Flanagan e il maestro del brivido di Portland, Maine, sia scoppiato da anni un amore profondo, è agli occhi di tutti più che mai chiaro. D’altronde l’oramai quarantasettenne regista del Massachusetts non è nato – nemmeno a farlo apposta – in una qualsiasi città del Massachusetts, ma proprio a Salem, tristemente nota per sanguinose e ingiustificate pagine della statunitense caccia alle “streghe” e, quindi, che immaginiamo ben si presti – certo, semplificando – al florilegio di un immaginario come quello adottato da Flanagan, nell’evoluzione di una carriera che pare fosse destinata a lui quasi per nascita. Inoltre, appena tre anni prima della nascita di Flanagan, un certo Stephen King pubblicava il suo celebre ‘Salem’s Lot (1975), tradotto da noi in Le notti di Salem nonostante non sia ambientato nell’orribilmente celebre cittadina, bensì – come spesso ama fare King – a Jerusalem’s Lot, immaginaria cittadina del suo amato Maine che, pur non essendo quella che il nome suggerirebbe ai più, risulterebbe oltremodo ingenuo non ritenere un suggestivo e voluto rimando, senza streghe, ma coi vampiri.
Possiamo immaginare un piccolo Mike come sentitosi giustamente chiamato in causa, e possiamo immaginare che lo abbia poi letto data la quantità di classici del genere da lui amati e poi riadattati in tv: l’eccezionale The Haunting of Hill House (2018) dall’omonimo capolavoro gotico di Shirley Jackson del 1959 (L’incubo di Hill House, nella versione italiana); The Haunting of Bly Manor (2020) dal The Turn of the Screw di Henry James del 1898 (Giro di vite, nella versione italiana) – che sino ad oggi ha avuto più di un adattamento, tra i quali vi consigliamo il meraviglioso Suspense (The Innocents, 1961, per la regia di Jack Clyton e che, tra gli sceneggiatori, vedeva un certo Truman Capote), infinitamente superiore alla zoppicante versione di Flanagan; e ultima, ma assolutamente non per importanza, la stavolta più che riuscita La caduta della casa degli Husher (The Fall of the House of Usher, 2023) dall’omonimo racconto del 1839, firmato Edgar Allan Poe.
Insomma Jackson, James, Poe, e poi chi? Lovecraft? Magari un giorno, ma no. Stephen King è l’altro maestro del tenebroso e del bizzarro scelto a comporre il già ricco pantheon dei riferimenti flanaganiani, con una collaborazione per direttissima che ha visto il regista di Salem adattare già il fedele e più che convincente Il gioco di Gerald (Gerald’s Game, 2017, dall’omonimo romanzo di King del 1992) e il tanto rischioso quanto quasi del tutto fallimentare Doctor Sleep (2019), sempre tratto dall’omonimo e premiato testo di King del 2013, il quale ha amato il lavoro di Flanagan nonostante il diretto collegamento col cult di Stanley Kubrick, a cui a suo tempo lo scrittore del Maine diede non poche noie…ma perché?
Qui sta probabilmente la risposta alla passione reciproca tra i due autori fin qui nominati, la motivazione per cui – tralasciando l’imminente ruolo dietro la macchina da presa per un “Utitled The Exorcist film” e, nello stesso 2026, alla sceneggiatura dell’horrorifico Clayface per l’universo DC di James Gunn – Mike Flanagan s’accinga alla trasposizione televisiva di Carrie per Amazon Prime Video, sempre da un celebre e omonimo testo di King del 1974, e già portato con estremo successo al cinema appena un anno doppo da Brian De Palma.
Ma non solo, il motivo dell’apparentemente strettissimo sodalizio tra i due potrebbe altresì rivelare una tra le più grandi chiavi critiche riguardo il film che tratteremo oggi perché, e ve lo anticipiamo, i motivi per cui The Life of Chuck funziona sono gli stessi per cui non funziona fino in fondo, e noi suggeriamo possano riguardare tanto la ancora ARTISTICAMENTE – e specifichiamo solo artisticamente – convincente ma inesplosa carriera di Flanagan, quanto pure un vecchio trascorso tra King e Stanley Kubrick…ma c’arriviamo, tenetelo a mente, e intanto parliamo del film.
Ah, se lo avete già fatto – o avete letto il racconto – , fatti vostri; ma se ancora non siete incappati nei più classici siti d’informazione cinematografica, sappiate che la trama viene riportata svelando quello che dovrebbe essere la più massiccia rivelazione della visione, e che sopraggiunge solo dopo il primo episodio del film, motivo per cui vi riporteremo la storia evitando di commettere il medesimo errore.
Fedelissimo adattamento del racconto kinghiano, parte della raccolta del 2020 Se scorre il sangue (If It Bleeds), The Life of Chuck si apre illustrando la giornata del maestro Marty Anderson (Chiwetel Ejiofor): la giornaliera lezione ai suoi alunni, il colloquio con i distratti e preoccupati genitori, il ritorno a casa nel traffico, l’alcool e una lunga quanto ispirata chiamata con l’ex moglie Felicia (Karen Gillan), frustrata e sconsolata infermiera di un reparto sull’orlo del tracollo.
Fin qui tutto normale, se non fosse che, già da queste prime e routiniche battute, comincino a risuonare come precisi e funerei rintocchi, come un memento mori, le canonicamente kinghiane deviazioni – lievi eppur significative – dall’apparente normalità, che da sempre caratterizzano la cifra stilistica dell’autore: in tutto il mondo la natura reagisce all’uomo con fenomeni distruttivi e inattesi, la faglia di Sant’Andrea sta per collassare separando per sempre la California dal resto degli States, internet ha smesso di funzionare e, soprattutto, strani e ricorrenti cartelloni pubblicitari stanno apparendo ovunque…recano stampata una scritta che dice «CHARLES KRANTZ – 39 GREAT YEARS! – Thanks Chuck!», assieme alla gigantografia di quello che pare un sorridente contabile in giacca e cravatta, con la penna in una mano e una tazza nell’altra, colto nel sorriso velato d’arrendevolezza di un occhialuto Tom Hiddleston, ossia tale Charles “Chuck” Krantz.
E non vi diciamo altro, pena la possibilità di servirvi su di un piatto d’argento tutte quelle dolci e poetiche giravolte che sanno far vibrare il film di Flanagan quasi quanto il racconto di King, in un succedersi di tre episodi che su curve ora dolci di collina e ora rudi, dure di montagna; tra salti temporali, pre e post-morte, legame con la vita, romanzo di formazione, balli scatenati, paranormale, primi amori, nefaste premonizioni e – di quando in quando forse anche troppo zuccherosi – buoni sentimenti; il tutto raccolto sotto l’altro puntuale rintocco del film, stavolta è senz’altro vitalistico, e che s’avvale delle parole di Walt Whitman «I contain multitudes» (io contengo moltitudini).
The Life of Chuck è un bel film, lo diciamo subito, e persino con la discreta ammirazione nei confronti di un regista che approccia una tale – appunto – moltitudine di stimoli ed estetiche venendo dal più puro gothic-horror, senza però per questo perdere mai il filo di un qualcosa che avrebbe necessitato la sua massima attenzione.
Abbiamo recentemente parlato – nella recensione di Il club dei delitti del giovedì, di Chris Columbus – del “cinema televisivo”, approccio nato dal passaggio all’elettronica e che ha preso piede nel momento storico in cui King cominciava a scalare vertiginosamente le vette della letteratura “pop” statunitense, dai cui romanzi si traevano film e fortunate miniserie in questo stile semplice, sì, eppure tanto poetico quanto funzionale. Flanagan stesso dirige The Life of Chuck nella più positiva accezione possibile del termine “regia televisiva”, forte dell’esperienza di una collaborazione con Netflix che dura ormai da Hush – Il terrore del silenzio (Hush, 2016), proseguita poi con le serie sopra elencate e con l’aggiunta di Midnight Mass (2021) e The Midnight Club (2022) – da cui in Life of Chuck, ad esempio, riprende la struttura ad episodi, a racconti fittizi e ideali con rimandi ad una realtà di lutto e malattia, argomento a sua volta presentissimo nella poetica kinghiana, e che Flanagan aveva già esposto nel suo Somnia (Before I Wake, 2016), seppur non ispirato ad alcuno scritto dei King.
L’impostazione di Flanagan è, come detto, semplice, funzionale, con una scrittura di scena snellita dai cervellotici e intriganti colpi di scena che tentava nell’esordio con Oculus – Il riflesso del male (Oculus, 2013), così come dalle complesse trovate di macchina, dalle architetture temporali interconnesse ma labirintiche dei “The Haunting of:” o “La casa degli Usher”, stabilendo una precisa tripartizione che si esalta tanto nell’attenzione al personaggio quanto, e soprattutto – per chi ama certe cose, s’intende – , nelle forme cangianti di questi, appartenenti a diverse realtà e al già citato criterio della micro-variazione considerevole.
Esattamente come nell’universo di King – fatto di nomi noti e ricorrenti di romanzo in romanzo – anche in questo suo ultimo film Flanagan richiama in ruoli più o meno centrali (quando non presenti anche solo vocalmente) i suoi oramai feticci Jacob Tremblay, Mark Hamill, Kate Siegel, Samantha Sloyan, Rahul Kohli, Carla Gugino, Carl Lumbly, Hamish Linklater e via dicendo, già variamente apparsi in lungo e in largo nelle precedenti produzioni in una logica che, oltre all’universo espanso, pare portare sul grande schermo il funzionamento della miniserie antologica stile American Horror Story (2011 – in produzione, Ryan Murphy e Brad Falchuk) – per capirci.
Insomma, che piaccia o meno, un tale approccio tecnico e artistico a riprese e casting alimenta assai suggestivamente la multidimensionalità dei più “recenti” risvolti dello scrittore del Maine, ne replica l’appeal familiare al contempo oscuro e ostile, coerente a livello temporale seppur non lineare, ricalcando perfettamente la natura insolitamente intimistica, privata e riflessiva del racconto di riferimento, a cui – con questa versione, con questo film – Flanagan sovrappone la sua…o ciò che maggiormente saprebbe rievocarla o rassomigliarla.
Un’operazione in linea diretta con la fedeltà all’universo dell’autore da cui si muovono i passi, ma che, a dire il vero, nel corso della sua carriera, pare interessare Flanagan da ben prima di Life of Chuck, e da ben prima del dichiarato adattamento de Gerald’s Game.
Sin da Oculus l’orrore nasce in Flanagan da rimossi e conflitti dichiaratamente in seno all’ambiente domestico, così come la malattia e la morte di padre o madre è da un lato spettrale lutto che sa trasformarsi in dolce ricordo, dall’altro un modo per raccontare determinati stati d’abbandono o sfruttamento, ora dei media ora dei sistemi burocratici statunitensi. Nonostante tratte da Jackson, James e Poe, tre delle sue serie ri-temporalizzano le vicende ai giorni nostri, proprio per un feedback culturale più naturale, in linea con problematiche e funzionamenti assolutamente assodati come reali e comuni dell’oggi, da stravolgere poi con i riscontri paranormali o inquietanti, che inondano tanto il nucleo familiare quanto – come per metonimia retroattiva – il senso di colpa di un “sogno americano” che lo spropositato inurbamento ha oramai reso solo un fantasma del passato. E persino Midnight Mass, nonostante non tratta da King, si palesava – più o meno dichiaratamente – come una sorta di mash-up proprio tra il succitato ‘Salem’s Lot e La tempesta del secolo (Storm of the Century), script creato da King nel 1993 per l’omonima miniserie (diretta da Craig R. Baxley e interamente disponibile su Amazon Prime Video), consigliatissima, e di cui Midnight Mass risulta in tutto e per tutto poco più che un moderno remake…
Ora, ricordate che parlavamo di Kubrick? Bene.
Tra lui e King il diverbio nacque intorno al 1980, anno d’uscita del film Shining (The Shining), tratto dall’omonimo romanzo dello scrittore (del 1977) che, però, non fu consultato dal visionario regista in sede di script e riprese. L’esito fu il capolavoro che tutti conosciamo, osteggiato da King per infedeltà al testo e motivo per cui, a questo, preferì l’ulteriormente omonima miniserie del 1997 (regia di Mick Garris), assai più fedele, non malvagia, ma anni luce lontana sia dalla profonda completezza emotiva, poetica ed esperienziale delle parole di King – per quanto The Shining non sia probabilmente tra i suoi libri migliori – , sia dallo stordimento da brividi che sostanziava l’adattamento di Kubrick.
È un qualcosa che con King di mezzo capita spesso – se si escludono ad esempio i casi di Le ali della libertà (The Shawshank Redemption, 1994, Frank Darabont), Il miglio verde (The Green Mile, 1999, sempre Frank Darabont) o il più recente e netflixiano 1922 (del 2017, di Zak Hilditch), in cui oltretutto la componente soprannaturale è o del tutto assente o ridotta al minimo – , e viene da pensare che la forte ingerenza del romanziere, data la grandezza del nome e il precedente con Kubrick, spesso non permetta ai registi che si cimentano con i suoi scritti di provvedere a quel guizzo artistico, a quell’evasione da un canone di genere kinghiano che, forse proprio per l’estrema raffinatezza di un terrore che emerge dalle più infinitesimali e invisibili crepe del reale “normale”, necessita di essere tradito per dare al cinema le stesse emozioni che sa restituire su carta, un po’ come fu per Shining.
Questo per dire che, in sostanza, The Life of Chuck è un film di Stephen King all’ennesima potenza, e per questo è commovente, profondo, dinamico, vario, quasi magico, ma a scapito di un Flanagan che, man mano, pare sempre più annullarsi all’ombra di un maestro troppo grande da superare, specie se sullo stesso identico piano poetico – specie se sul campo di un altro medium.
Le recenti parole al miele del letterato del Maine nei confronti del regista di Salem poi, paragonato al genio di una sorta di Quentin Tarantino dell’horror, sanno tanto di una nomina già scritta, come a noi sanno di una sudditanza che – seppur indubbiamente capace di garantirci ottimi prodotti quali Life of Chuck – rischia di impedire alle vere opere dell’artista Mike Flanagan di prendere una definitiva forma, sino in fondo sue e sino in fondo impattanti. Non stiamo certo dicendo che King dia il benestare sui suoi incubi solo a direttori che sa non in grado di superarlo in visione – figuriamoci, una denuncia per calunnia o diffamazione da Stephen King non la vuole nessuno, e tantomeno noi – eppure Life of Chuck, come tanti altri casi del genere, urla «bello il film, ma il libro è meglio!» da ogni cut, e siccome oramai il principio ritorna, e siccome si parla di un talento come Flanagan, di certo dispiace.
Certo, tutto giusto, ma solo ammesso e non concesso che – rapporti e squilibri di potere esclusi – l’autore di film non abbia sinceramente raggiunto ciò che davvero agognava, o che si stia nascondendo dietro al grande scrittore, forse per la paura di rivelarsi un regista assai più piccolo quanto lo si sia considerato.







