Ed eccoci qua, di nuovo. Nel rodeo delle nuove e già indissolubili tendenze del contemporaneo, a cui in Italia noi ci si lega a occhi chiusi e senza batter ciglio, ecco un altro film in 35mm e super 16 a rivedere un genere fondante del cinema statunitense (in questo caso il western, e senza gli esaltanti esiti di nessun formato di spaghetti), a importare un attore medio/piccolo di Hollywood (in questo caso John C. Reilly nei panni di Buffalo Bill Cody) come ai tempi ben descritti da Quentin Tarantino nel suo C’era una volta a Hollywood (One Upon a Time in Hollywood, 2019), a raccontare una supposta storia di emancipazione femminile (in questo caso quella di Rosa, interpretata da Nadia Tereszkiewicz) in un supposto contesto di rivalutazione mitica della provincia italiana (in questo caso romana, tra Sabaudia, San Felice Circeo e l’annesso Parco Nazionale) e, soprattutto, rieccoci con Alessandro Borghi (in questo caso nei panni di Aurelia…no, scusate, nei panni del buttero Santo, detto Santino).
Eppure, nell’elencare certe caratteristiche di Testa o Croce? – presentato all’ultimo Festival di Cannes, in cui ha condiviso il concorso Un Certain Regard col ben più meritevole e italiano Le città di pianura di Francesco Sossai – , si aveva il diritto di non perdere a priori le speranze, dal momento che alla regia del film ritroviamo i giovani romani Alessio Rigo de Righi e Matteo Zoppis, già autori di quell’incredibile Re Granchio che nel 2021 sconvolse la Quinzaine des Réalisateurs del medesimo festival, e basandosi su principi meta-filmici e tematici più o meno analoghi.
Stavolta, però, qualcosa sembra andato storto a tal punto da rendere il segno del duo poco più che uno sbiadito alone e, se i «perché» sono poco più che appena ipotizzabili – operazione dalla quale comunque non ci tireremo certo indietro – , è di certo molto più alla portata tentare di illustrarvi i «come» di una tale cocente delusione.
Nel prosieguo della loro breve seppur ligia tradizione di ibridazione tra storia “reale” e racconto – aspetto tematizzato dalla scansione in capitoli, letti e narrati dal «romanzetto» che Buffalo Bill fa redigere per raccontare la sua ben poco eccezionale e avventurosa impresa di salvataggio – , il film si apre con un presupposto incerto, per quanto credibile: agli inizi del ‘900 Buffalo Bill è in Italia col suo show di cowboys contro indiani d’America e, più precisamente, ospite nella residenza romana del signorotto sabaudo Ercole Rupè (Mirko Artuso). Dopo la dimostrazione, lo spavaldo militare e showman statunitense si diletta nel declamare la superiorità dei suoi rispetto ai butteri italiani, tanto che il signorotto si decide a mettere su una sfida. Sei butteri italiani sfidano dunque sei cowboys a chi avrebbe domato e sellato nel minor tempo possibile «il miglior ronzino italiano» e «un autentico Mustang americano». La provincia scommette tutto su Santino, che per questo vince nonostante l’incitamento del suo signore a farsi disarcionare, avendo questo scommesso sui cowboys. Nell’alterco tra i due si frappone Rosa (moglie del signorotto e figlia di donna tanto saggia quanto dai “variopinti e accoglienti costumi”), evidentemente invaghita del buttero quasi quanto inviso gli è il marito, che di nuovo la picchia e umilia sino a portarla ad ucciderlo con un colpo di pistola.
I due fuggono quindi insieme dalla caccia all’uomo che il padre del morto, Rupè padre (Gianni Garko) scatena nella popolazione locale, avendo promesso una lauta ricompensa per chiunque avesse riportato la testa di Santino. Al contempo, determinato ad ogni costo a mantenere il suo buon nome e il suo controllo di notabile sulla zona, questo invita anche Buffalo Bill a cercare i due, persuadendolo che ciò avrebbe rinvigorito e sparso la sua fama tanto in Italia quanto pure nel resto del mondo, sferzata sui giornali dalle accuse di truffatore e commediante da quattro soldi, nonché violento criminale di guerra quale effettivamente è storicamente stato.
Ovviamente ignari del fatto che la vera omicida sia in effetti Rosa, tutti cercano Santino, in un viaggio che tenta di essere picarescamente epico tra suggestioni naturali, mandriani dalle avances fin troppo esplicite, il folle e sedicente innocente Zecchino (Gabriele Silli, già in Re Granchio, che rappresenta qui il miglior attore e il miglior personaggio del film) e una sgangherata banda di rivoluzionari anti-monarchici guidata da un capo ribelle che viene dall’Argentina (terra che faceva capolino anche nel film precedente dei due registi, il cui referente è qui interpretato da Peter Lanzani, a sua volta argentino), pronto ad eleggere Santino a suo simbolo di rivoluzione popolare.
Pensato probabilmente dai suoi due autori quale centrata riflessione teorica sul genere, sui punti di contatto di culture della violenza e dell’onore tanto simili quali quelle statunitense e italiana, quale (seppur blanda) panoramica su ruoli e possibilità di genere e persino, evidentemente, dispositivo meta-riflessivo sul rapporto tra la realtà e la sua (ri)costruzione narrativa; al contempo ribadendo la fascinazione per l’epica e la mitica di racconti in contesti regionali, dal basso, innalzando sorti e significati simbolici delle vite che tali bassi li abitano, come già fatto tanto nel citato Re Granchio quanto pure nel bel Il solengo (2015); purtroppo Testa o croce? è semplicemente una noia mortale, che promette di essere tanto di più, ma purtroppo è tanto di meno.
La domanda sorge spontanea…
Come può un film con cowboys (o butteri, come volete), pistole, una bella donna – perdonateci – tremendamente incazzata, rivoluzioni proletarie, teste recise eppur parlanti, inseguimenti a cavallo e spettacolari sparatorie riuscire ad annoiare?
La risposta alla domanda sta, volendo prendersi la licenza poetica, nel titolo stesso.
Come la moneta che più volte si lancia nel film, anche Testa o croce? è fatto di due ben distinte facce, ognuna recante intenti diametralmente opposti e – data la natura che dei registi emersa dai precedenti loro lavori – con due preannunciabili opposti esiti.
Se in tutto ciò che riguarda l’aspetto teorico, riflessivo e “critico” dell’opera – perché, e nonostante tutto, di questo si parla – non si può fare a meno di notare l’arguzia solida e sempre più ambiziosa di Rigo de Righi e Zoppis; l’altra faccia della loro ultima fatica è senz’altro maggiormente rivolta allo spettacolo, all’intrattenimento e al grado necessario di divismo che permetta a questa di essere venduta, principi sul quale altare i due sacrificano estetiche, dettagli, profondità e originalità caratterizzanti del loro lavoro sinora, stringendo sino al claustrofobico ora su un Borghi sempre più simile a sé stesso – spalle inarcate, mani sui fianchi, sguardo in basso e poi in alto con quegli occhioni azzurri – ora sulla pessima prova della Tereszkiewicz – eppure indicata dai Premi César 2023 come miglior promessa nel film Forever Young – Les Amandiers (Les Amandiers, 2022, Valeria Bruni Tedeschi) – , che siamo dispiaciuti di dover bocciare senz’appello.
Si salva invece, e senza problemi, la più che convincente performance di John C. Reilly, che è sornione e divertito, di una saggia seppur spietata attitudine e che più degli altri vediamo inquadrato in più ampi quadri, immerso in quella mitologica indifferenza e compresenza/assistenza ai vani rituali umani che resero grande Re Granchio, qui rinvenuta solo nella sublime e liricissima sequenza delle raccoglitrici e dei raccoglitori di rane nei rigagnoli di fiume, e poi, circa, mai più.
Non va certo dato tutto come da buttare, chiaro, tanto più che la fotografia di Simone D’Arcangelo è sempre all’altezza, al pari dei costumi di Andrea Cavalletto e delle musiche di Vittorio Giampietro, come pure l’indiscussa maestria tecnica dei registi la si rintraccia, chiarissima, nel dinamismo semplice e immediato della sparatoria in treno tra rivoluzionari e sabaudi – contrapposizione che qui, similmente a come avveniva già nel Freaks Out di Gabriele Mainetti (2021) tra fascisti e partigiani, appare nebulosa nel giudizio e nella presa di parte, seppur in un paese che alla resistenza deve la libertà. Eppure la sensazione resta quella di meravigliosi e pesanti ricami, su di una trama valida, ma intessuta su un precario telaio che incrocia ora la carta velina e ora il titanio.
In questi giorni, in cui giustamente ci si vanta delle possibilità tanto poetiche quanto di industria pesante, portando a campioni rispettivamente Le città di pianura e questo Testa o croce? – un po’ come un nostrano e fuori luogo Barbienheimer BIS – , non vorremmo essere noi quelli a smontare l’entusiasmo, spostando lo sguardo su similitudini assai meno positive. Proponiamo piuttosto di riempire una parzialità di giudizio…
Per quanto ai nostri occhi l’opera di Sossai risulti qualitativamente imparagonabile a quest’ultima di Rigo de Righi e Zoppis, va fatto notare un comune rientro in canoni ben più “vendibili”, più “facilmente intrattenenti”: che sia l’effetto revival per l’uno o il superfluo divismo nell’altro – ancor più colpevole se pensiamo alla cinematografia dei due autori come un qualcosa di sempre incentrato sul mito risiedente nella più comune gente – , o l’uguale avvicinamento patemico al soggetto dell’azione, lanciando nel caos un occhio analitico che era sempre risultato tale in quanto in grado di saper quando distanziarsi – e se non vi divertivate, beh, erano affari vostri.
Se in questa più evidente riformulazione merceologica della loro arte Rigo de Righi e Zoppis abbiano trovato, in realtà, la gioia o la realizzazione di un sogno, noi non lo sappiamo. Sappiamo però che questa ne ha evidentemente perso in efficacia e, con ancor maggior delusione, ribadiamo come questo sia avvenuto a fronte di eccellenti presupposti teorici.







