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Avatar: Fuoco e Cenere – James Cameron

Terzo capitolo della fanta-milionaria saga di uno dei più indiscussi maestri che il blockbuster abbia visto dagli Ottanta ad oggi, Avatar – Fuoco e cenere (Avatar: Fire and Ash) è la dimostrazione di tante cose… Numero uno: che nonostante i magnifici effetti visivi che contraddistinguono anche questo capitolo – di nuovo portatore di un’innovazione tecnologica come i precedenti o, sarebbe meglio dire, di un’eccezione sui tempi, ossia l’assenza di intervento dell’AI su tutto ciò che riporta per la terza volta a schermo il lussureggiante pianeta di Pandora – , l’effetto WOW che accompagnò il lancio del capostipite della saga è oggi lontano anni luce, quasi quanto è lontano quel 2009 in cui per la prima volta le foreste dei Na’vi respiravano e s’illuminavano al ritmo dei cuori degli animali, dei personaggi, e di noi esterrefatti in sala. Numero due: s’avverte chiara un po’ di stanchezza nello script, nell’originalità delle situazioni e in una drammaturgia che, avendo cominciato la sua marcia circa sedici anni fa – poi interrotta fino a un secondo capitolo uscito solo nel 2022 – , sembra faticare a giungere ad una meta ancora lontana, che non si prevede (sperando noi di sbagliarci) poi troppo originale e, soprattutto, senza che questo passo si trasformi mai in un trotto, una corsa, una cavalcata e quandanche una caduta, i cui cambiamenti sembrano solo le canoniche aggiunte stagionali del nuovo popolo x o villain y come avveniva nelle espansioni dei Gormiti di anno in anno – e sappiamo che amara fine ha fatto il brand. Numero tre: nonostante tutto ciò, e nonostante occasioni di audacia e tragicità perse, concetti complessi e duri che si semplificano e rimodellano sempre sul classico canone di umanizzazione 1:1 degli alieni su di noi umani (dato su cui, in ogni caso, non mancheremo di teorizzare più avanti), e situazioni evidentemente mal calibrate e solo parzialmente giustificabili alla luce della tanto amata e bramata “introspezione psico-emotivo-traumatica” dei personaggi; nonostante tutto questo, dietro la macchina da presa c’è James Cameron e, lungi noi dal lanciarvi un tanto radicale e assertivo assunto senza sottoporlo ad analisi, v’assicuriamo che l’impressione di grandezza che questo regista restituisce ancora, dopo tanti anni e tecnologie a succedersi, non è il semplice frutto della cieca idolatria, bensì la presa d’atto di un piglio da sperimentatore e ideatore che, tantopiù in un contesto increspato dalle falle che appena v’abbiamo brevemente illustrato, riesce comunque ad emergere e a portare a casa la partita.

Per dirla ad effetto, e di contrasto, senza spettacolarizzazioni da titoloni o sotto-titoloni di sorta, nonostante tutto ciò che s’è detto di “male” poco fa, Avatar – Fuoco e cenere è un buonissimo film, e lo è alla luce della sapienza di fare cinema e cinema action: epico anche se a volte mal scritto, spesso superficiale ma non per questo meno appassionante, e financo capace di emozionare, oltre all’assolvere l’arduo compito di far passare senza pesantezze e ronfi in sala la non indifferente durata di ben tre ore e diciassette minuti, ci verrebbe da dire, in grande scioltezza.

Ma, come spesso sarà già capitato di leggere nelle recensioni prese in carico e poi redatte da chi ora sta scrivendo questa, andiamo con ordine…

La morte di Neteyam sferza di sensi di colpa l’anima del secondo genito dei Sully, Lo’ak (Britain Dalton), devasta mamma Neytiri (Zoe Saldana) acuendo un odio ora incontrollabile verso la Gente del Cielo – ossia noi umani, di cui rappresentante è anche il giovane Spider (Jack Champion), figlio del perfido colonnello Quaritch (Stephen Lang), oramai defunto come umano e reincarnato Na’vi – e, infine, getta il fu Jake Sully (Sam Worthington, ora iconico eroe condottiero dei cieli Na’vi, Turuk Makto) in un lutto che elabora tenendosi continuamente attivo, vigile, e sempre alla ricerca delle armi umane sepolte dall’oceano sotto i litri d’acqua su cui s’affaccia il villaggio Metkayna, che li ospita come accadeva nel secondo film e che ora, nonostante la battaglia stravinta alla fine di quest’ultimo, rischia l’ennesima offensiva della Gente del Cielo. I Na’vi della Via dell’acqua, però, conservatori e ligi come sono e come li conosciamo alla purezza della legge della Grande Madre Eywa, non riescono proprio a vedere di buon occhio la volontà di Sully di imporgli i fucili umani, dato che, una volta toccati, questi ammalano l’anima. Idem si direbbe di Neytiri, truccata a lutto e in bilico tra la catatonia inerme e ruggiti di rabbia colma di risentimento, che ha perso l’arco di suo padre e poco si interessa del fatto che, oltre a girare tutto il giorno per le acque col suo amico balenottero reietto, Lo’ak stia cercando di ripararglielo per tentare di espiare in parte alla sua colpa. Dal canto suo, va bene Turuk Makto, i mostri alati, gli archi, le urla di battaglia alla Pellerossa e tutto il resto, ma Sully è pur sempre un Marine, e trova ragionevolmente sconsiderato il pensiero di portare un coltello in una sparatoria, uno stuzzicadenti in una giostra medievale. Intanto Kiri (figlia del personaggio che fu di Sigourney Weaver, e interpretata digitalmente da quest’ultima nonostante l’età), adottata da Jake e Neytiri, sviluppa sempre di più il suo rapporto con Eywa – e l’attrazione per Spider – , e, a farci intuire che più avanti sarà importante, sempre con più insistenza ci viene mostrata la piccola Tuk (Trinity Jo-Li Bliss), altra figlia dei Sully che oramai non possono far altro che essere i nuovi Cesaroni di Pandora… ma non distraiamoci.

A chi non dispiace affatto l’idea di usare i fucili della Gente del Cielo, il loro “tuono”, è Varang (Oona Chaplin, sì, di quei Chaplin): matriarca del popolo del fuoco – ecco la nuova espansione, un campione ogni cinque bustine in edicola – , della Via del fuoco e della cenere che, sentitasi tradita da Eywa quando l’aveva pregata di salvare il suo popolo, ora non vuole altro che vedere il mondo in fiamme, il cui fuoco è unico dio perché puro e purificatore, e dalle ceneri veniamo e alle ceneri torneremo ecc. Insomma, la sapete tutti.

Il suo popolo attacca i Sully, colti su di un convoglio di una sorta di popolo di mercanti dell’aria (nuova espansione in arrivo?) nel tentativo di riportare Spider al comando generale degli umani – perché Neytiri lo vuole morto e, al contempo, i fratelli acquisiti non vogliono perderlo – , scatenando una battaglia che finisce per disperdersi tra il fitto della giungla, dove, indovinate, arriva anche Quaritch: ora grosso come un Na’vi e, quindi, semmai fosse possibile, ancor più pericoloso. In cerca di vendetta (ancora) su Sully, e commoventemente spinto verso l’arduo riappacificamento col figlio Spider (che vuole essere un Na’vi, e che in quanto tale lo odia), grazie a lui la saga rispolvera passati echi di romanticismo nel colpo di fulmine di cui l’arcigno colonnello è vittima nell’incrociare gli psicotici e spersi occhioni gialli della bella Varang: che commette un semi eccidio, condanna i nemici ad un qualcosa di “peggiore della morte” recidendo la connessione con Eywa (e quindi col mondo) che si cela nella loro treccia, fa evidente abuso di stupefacenti e polveri psicoattive/allucinatorie e infine, come detto, per mettere le mani sui fucili umani farebbe di tutto… È lei, è perfetta per lui e, lui, neanche a dirlo, è perfetto per lei.

Con una tale folie à deux – e no, non è un riferimento all’omonimo secondo capitolo del Joker di Todd Philips – , con una siffatta coppia di natural born killers – questo sì, e un riferimento al meraviglioso film di Oliver Stone, quel Natural Born Killers (1994) tanto ostracizzato dallo stesso Tarantino che lo scrisse ma che, ancora nell’opinione di chi scrive, Stone rese un capolavoro – , la tempesta perfetta pare assicurata, e pronta ad inondare col tutto il suo fragore l’esperienza degli spettatori, specie per quelli che decideranno di vederlo in 3D. Eppure, e purtroppo, ciò non avviene, o non del tutto.

Cameron sceglie, per questo terzo film della saga, una struttura di fili che si snodano a partire dal gomitolo di partenza, seguendo le vicende di diversi personaggi che si avvicendano, lasciano e incontrano di nuovo, per poi tornare tutti assieme e ridividersi ancora sino all’epilogo. Non sono solo Quaritch e Varang a trovare o a intuire i semi di un grande amore, e alla generale vena biblica che sin dal principio ammanta la serie s’aggiungono, nel dettaglio, le forze potenziali tragiche di più o meno diretti riferimenti ora a Sodoma e Gomorra e, ora, alla vicenda di Isacco. Ma se la struttura risulta ben più che funzionale a far digerire il titanico minutaggio, non aiuta altrettanto – semmai attenta – alla forza e alla drammaturgia dei più contingentati episodi, non trovando mai davvero il tempo di far respirare il peso e l’epica delle scelte che, per quanto mostrate come snodi e crocevia definitivi e irreversibili, peccano in realtà di effettivo coraggio, annusando di certo il rischio di finire fuori da un PEGI adatto davvero a tutti.

Ed è davvero un peccato, perché il ritmo è incalzante e la tensione solo raramente cala, in una cavalcata resa possibile dall’instancabile e pirotecnico multi-approccio registico di Cameron: ora fermo e ora super mobile, ora in POV, ora di camera a mano ad esplorare quasi da documentarista etnografico la Sodoma/Gomorra di Varang, ora in cielo, ora a terra e ora tutto insieme, nell’inferno delle battaglie che riecheggia le trovate illuministiche dell’Apocalypse Now di Francis Ford Coppola.

Solo di tanto in tanto la regia mal dialoga con al scrittura, mostrandoci soluzioni e situazioni che, se non fosse per la necessità della storia di protrarsi per il tempo stabilito – e di arrivare dove si vuole giustamente arrivare – , offrirebbe risoluzioni ben più immediate, facili e indolori delle voie degli antagonisti, e quindi delle infinite e concentriche questioni che da queste prendono il via. Ma, anche qui, se non tutto il bello è fino in fondo bello, nemmeno il brutto è fino in fondo brutto, dato che si segnalano i momenti di rinnovata prossemica tra Jake e gli umani che ha tradito, nonché il faccia a faccia, ora da soldato a soldato e da “Na’vi a Na’vi”, tra lui e Quaritch, ammorbidito dalla prospettiva di perdere il figlio Spider e ora di certo più in contatto con l’immenso e profondo ecosistema condiviso dei Pandora e di Eywa, le cui espressioni restituiscono, seppur per brevi passaggi, il dubbio e la curiosità per gli inviti di Jake a redimersi, come l’adombramento che nota verso le scelte dei suoi e verso le sempre più evidenti derive psicotiche dell’indomito, spietato ma fragile spirito della seducente e pazza Varang.

Prima di chiudere, tra le trovate e le aggiunte nella scrittura di questo terzo capitolo, ce n’è una con dei risvolti che ci pare il caso di snocciolarvi un minimo, introducendovi alla ZONA SPOILER.

!SPOILER ALERT!

Il tema della sopravvivenza di Spider all’aria tossica di Pandora, irrespirabile per lui in quanto umano, è una punteggiatura tensiva che caratterizza l’abbondante prima mezz’ora del racconto, salvo poi risolversi in un modo che, se dal punto di vista dell’incedere di certo snellisce la storia, da un punto di vista di potenziali illazioni suggerisce tanto e, ovviamente, non spiega nulla – sempre che ci sia effettivamente qualcosa da spiegare, e che non stiamo immaginando di sana pianta – , imponendoci di aspettare i successivi capitoli per saperne (forse) di più. Subito dopo la fuga dal popolo del fuoco, nella foresta, la batteria della maschera d’ossigeno di Spider si scarica definitivamente. Il ragazzo è in procinto di morire, ma Kiri chiede l’aiuto di Eywa che, sorprendendo tutti, insedia le radici stesse di Pandora nel ragazzo, creando non solo un fungo che si dirama in lui sostituendo il suo sistema respiratorio, ma dotandolo anche – come si vedrà più avanti – dell’iconica coda di cavallo a celare il sistema micro-tentacolare con cui i Na’vi si collegano al pianeta, rendendolo di fatto uno di loro pur mantenendo invariati il suo incarnato e – purtroppo per Spider che, invaghito della giovane e ovviamente altissima Kiri, da bravo maschietto si sarebbe sentito più a suo agio con qualche decina di centimetri in più – la sua altezza.

Avendo sempre esposto il fianco alle critiche dei più esigenti fan della fantascienza, taluni dei quali hanno comprensibilmente criticato Avatar in quanto saga fatta di alieni che sono davvero in tutto e per tutto esseri umani, solo di diversa altezza e colore – per usi, costumi, cultura, comportamenti, tratti e via dicendo – ; una tale scoperta nel corpo di Spider fa sì che, oltre ad attrarre ovviamente le mire capitalistiche della Gente del Cielo, dia modo di chiedersi se la quasi totale sovrapposizione dei Na’vi con gli esseri umani non sia un fatto evolutivo e di scelta, piuttosto che uno dovuto alla sola mancanza di fantasia di Cameron. A ben vedere, la connessione o la genia comune con gli umani potrebbe essere una scelta della stessa Eywa, che ha reso Jake Sully Turuk Makto, che ha donato al clone di un umano come Kiri una connessione col mondo che pare senza precedenti, e che ora ha trasformato Spider in un qualcosa che, se non è del tutto sovrapponibile a un Na’vi fatto e finito, diremmo che poco ci manca. Inoltre – e ora chiudiamo, giurin giurello – , durante una delle “connessioni” di Kiri con Eywa, la prima pare riuscirsi a spingere tanto in là da intravedere (o così pare che il film voglia suggerire) il volto della seconda, della Grande Madre “in persona”, i cui tratti – ma ribadiamo che la scena è fuggevole, e potremmo sbagliarci – rassomigliano molto più quelli umani che quelli Na’vi, specie nel naso (tutt’altro che schiacciato e “felino” come quello dei giganti blu) e negli zigomi (tondi e carnosi anziché fini e levigati).

Sono solo teorie, supposizioni forse destinate al baratro della curiosità da fan della serie – quale non è, in vero, chi ora sta scrivendo – , ma tant’è.

!FINE SPOILER ALERT!

Traiamo dunque le somme, e dopo tante righe vi e ci congediamo dicendo che, tutto sommato, il terzo film della saga di Avatar è un saggio completo della maestria tecnico-espressiva di Cameron, in grado di allietare e fomentare tre ore e passa in sala come oggi è raro accada, sapendo emozionare per il gran chiasso delle varietà di approcci ed emozioni che si stratificano dai ricordi di quel lontano 2009 sino ad oggi, confermando il lavoro generale come un assetto coerente e, seppur indubbiamente sprecone – o a tratti concettualmente ambiguo, come nel secondo film – , sempre capace e meritevole di imporsi come evento dell’anno tra i blockbuster in sala, almeno qualitativamente parlando. Eppure, le ombre di un accatastarsi di popoli, nomi, animali e biomi, solo vagamente in nome di effettive e profonde riflessioni su inclusività, rapporto con la natura e anima collettiva, quanto assai di più in vista di una (forse, magari no) inevitabile gigantesca battaglia finale, continuano ad allungarsi senza sosta. Noi confidiamo in Cameron, perché in parte glielo si deve, e sperando di non ritrovarci tra qualche anno a vedere un Turuk Makto che, in piedi e in posa eroica di fronte alle linee schierate di tutti i popoli di Pandora, guardi l’umano avversario con aria di sfida, scatenando il caos sul campo di battaglia al grido di “Na’vi… Uniti!” o “ASSEMBLE!”

Se ciò davvero non accadrà, il peggio si potrà dir passato.

Terzo capitolo della fanta-milionaria saga di uno dei più indiscussi maestri che il blockbuster abbia visto dagli Ottanta ad oggi, Avatar – Fuoco e cenere (Avatar: Fire and Ash) è la dimostrazione di tante cose… Numero uno: che nonostante i magnifici effetti visivi che contraddistinguono anche questo capitolo – di nuovo portatore di un’innovazione tecnologica come i precedenti o, sarebbe meglio dire, di un’eccezione sui tempi, ossia l’assenza di intervento dell’AI su tutto ciò che riporta per la terza volta a schermo il lussureggiante pianeta di Pandora – , l’effetto WOW che accompagnò il lancio del capostipite della saga è oggi lontano anni luce, quasi quanto è lontano quel 2009 in cui per la prima volta le foreste dei Na’vi respiravano e s’illuminavano al ritmo dei cuori degli animali, dei personaggi, e di noi esterrefatti in sala. Numero due: s’avverte chiara un po’ di stanchezza nello script, nell’originalità delle situazioni e in una drammaturgia che, avendo cominciato la sua marcia circa sedici anni fa – poi interrotta fino a un secondo capitolo uscito solo nel 2022 – , sembra faticare a giungere ad una meta ancora lontana, che non si prevede (sperando noi di sbagliarci) poi troppo originale e, soprattutto, senza che questo passo si trasformi mai in un trotto, una corsa, una cavalcata e quandanche una caduta, i cui cambiamenti sembrano solo le canoniche aggiunte stagionali del nuovo popolo x o villain y come avveniva nelle espansioni dei Gormiti di anno in anno – e sappiamo che amara fine ha fatto il brand. Numero tre: nonostante tutto ciò, e nonostante occasioni di audacia e tragicità perse, concetti complessi e duri che si semplificano e rimodellano sempre sul classico canone di umanizzazione 1:1 degli alieni su di noi umani (dato su cui, in ogni caso, non mancheremo di teorizzare più avanti), e situazioni evidentemente mal calibrate e solo parzialmente giustificabili alla luce della tanto amata e bramata “introspezione psico-emotivo-traumatica” dei personaggi; nonostante tutto questo, dietro la macchina da presa c’è James Cameron e, lungi noi dal lanciarvi un tanto radicale e assertivo assunto senza sottoporlo ad analisi, v’assicuriamo che l’impressione di grandezza che questo regista restituisce ancora, dopo tanti anni e tecnologie a succedersi, non è il semplice frutto della cieca idolatria, bensì la presa d’atto di un piglio da sperimentatore e ideatore che, tantopiù in un contesto increspato dalle falle che appena v’abbiamo brevemente illustrato, riesce comunque ad emergere e a portare a casa la partita.

Per dirla ad effetto, e di contrasto, senza spettacolarizzazioni da titoloni o sotto-titoloni di sorta, nonostante tutto ciò che s’è detto di “male” poco fa, Avatar – Fuoco e cenere è un buonissimo film, e lo è alla luce della sapienza di fare cinema e cinema action: epico anche se a volte mal scritto, spesso superficiale ma non per questo meno appassionante, e financo capace di emozionare, oltre all’assolvere l’arduo compito di far passare senza pesantezze e ronfi in sala la non indifferente durata di ben tre ore e diciassette minuti, ci verrebbe da dire, in grande scioltezza.

Ma, come spesso sarà già capitato di leggere nelle recensioni prese in carico e poi redatte da chi ora sta scrivendo questa, andiamo con ordine…

La morte di Neteyam sferza di sensi di colpa l’anima del secondo genito dei Sully, Lo’ak (Britain Dalton), devasta mamma Neytiri (Zoe Saldana) acuendo un odio ora incontrollabile verso la Gente del Cielo – ossia noi umani, di cui rappresentante è anche il giovane Spider (Jack Champion), figlio del perfido colonnello Quaritch (Stephen Lang), oramai defunto come umano e reincarnato Na’vi – e, infine, getta il fu Jake Sully (Sam Worthington, ora iconico eroe condottiero dei cieli Na’vi, Turuk Makto) in un lutto che elabora tenendosi continuamente attivo, vigile, e sempre alla ricerca delle armi umane sepolte dall’oceano sotto i litri d’acqua su cui s’affaccia il villaggio Metkayna, che li ospita come accadeva nel secondo film e che ora, nonostante la battaglia stravinta alla fine di quest’ultimo, rischia l’ennesima offensiva della Gente del Cielo. I Na’vi della Via dell’acqua, però, conservatori e ligi come sono e come li conosciamo alla purezza della legge della Grande Madre Eywa, non riescono proprio a vedere di buon occhio la volontà di Sully di imporgli i fucili umani, dato che, una volta toccati, questi ammalano l’anima. Idem si direbbe di Neytiri, truccata a lutto e in bilico tra la catatonia inerme e ruggiti di rabbia colma di risentimento, che ha perso l’arco di suo padre e poco si interessa del fatto che, oltre a girare tutto il giorno per le acque col suo amico balenottero reietto, Lo’ak stia cercando di ripararglielo per tentare di espiare in parte alla sua colpa. Dal canto suo, va bene Turuk Makto, i mostri alati, gli archi, le urla di battaglia alla Pellerossa e tutto il resto, ma Sully è pur sempre un Marine, e trova ragionevolmente sconsiderato il pensiero di portare un coltello in una sparatoria, uno stuzzicadenti in una giostra medievale. Intanto Kiri (figlia del personaggio che fu di Sigourney Weaver, e interpretata digitalmente da quest’ultima nonostante l’età), adottata da Jake e Neytiri, sviluppa sempre di più il suo rapporto con Eywa – e l’attrazione per Spider – , e, a farci intuire che più avanti sarà importante, sempre con più insistenza ci viene mostrata la piccola Tuk (Trinity Jo-Li Bliss), altra figlia dei Sully che oramai non possono far altro che essere i nuovi Cesaroni di Pandora… ma non distraiamoci.

A chi non dispiace affatto l’idea di usare i fucili della Gente del Cielo, il loro “tuono”, è Varang (Oona Chaplin, sì, di quei Chaplin): matriarca del popolo del fuoco – ecco la nuova espansione, un campione ogni cinque bustine in edicola – , della Via del fuoco e della cenere che, sentitasi tradita da Eywa quando l’aveva pregata di salvare il suo popolo, ora non vuole altro che vedere il mondo in fiamme, il cui fuoco è unico dio perché puro e purificatore, e dalle ceneri veniamo e alle ceneri torneremo ecc. Insomma, la sapete tutti.

Il suo popolo attacca i Sully, colti su di un convoglio di una sorta di popolo di mercanti dell’aria (nuova espansione in arrivo?) nel tentativo di riportare Spider al comando generale degli umani – perché Neytiri lo vuole morto e, al contempo, i fratelli acquisiti non vogliono perderlo – , scatenando una battaglia che finisce per disperdersi tra il fitto della giungla, dove, indovinate, arriva anche Quaritch: ora grosso come un Na’vi e, quindi, semmai fosse possibile, ancor più pericoloso. In cerca di vendetta (ancora) su Sully, e commoventemente spinto verso l’arduo riappacificamento col figlio Spider (che vuole essere un Na’vi, e che in quanto tale lo odia), grazie a lui la saga rispolvera passati echi di romanticismo nel colpo di fulmine di cui l’arcigno colonnello è vittima nell’incrociare gli psicotici e spersi occhioni gialli della bella Varang: che commette un semi eccidio, condanna i nemici ad un qualcosa di “peggiore della morte” recidendo la connessione con Eywa (e quindi col mondo) che si cela nella loro treccia, fa evidente abuso di stupefacenti e polveri psicoattive/allucinatorie e infine, come detto, per mettere le mani sui fucili umani farebbe di tutto… È lei, è perfetta per lui e, lui, neanche a dirlo, è perfetto per lei.

Con una tale folie à deux – e no, non è un riferimento all’omonimo secondo capitolo del Joker di Todd Philips – , con una siffatta coppia di natural born killers – questo sì, e un riferimento al meraviglioso film di Oliver Stone, quel Natural Born Killers (1994) tanto ostracizzato dallo stesso Tarantino che lo scrisse ma che, ancora nell’opinione di chi scrive, Stone rese un capolavoro – , la tempesta perfetta pare assicurata, e pronta ad inondare col tutto il suo fragore l’esperienza degli spettatori, specie per quelli che decideranno di vederlo in 3D. Eppure, e purtroppo, ciò non avviene, o non del tutto.

Cameron sceglie, per questo terzo film della saga, una struttura di fili che si snodano a partire dal gomitolo di partenza, seguendo le vicende di diversi personaggi che si avvicendano, lasciano e incontrano di nuovo, per poi tornare tutti assieme e ridividersi ancora sino all’epilogo. Non sono solo Quaritch e Varang a trovare o a intuire i semi di un grande amore, e alla generale vena biblica che sin dal principio ammanta la serie s’aggiungono, nel dettaglio, le forze potenziali tragiche di più o meno diretti riferimenti ora a Sodoma e Gomorra e, ora, alla vicenda di Isacco. Ma se la struttura risulta ben più che funzionale a far digerire il titanico minutaggio, non aiuta altrettanto – semmai attenta – alla forza e alla drammaturgia dei più contingentati episodi, non trovando mai davvero il tempo di far respirare il peso e l’epica delle scelte che, per quanto mostrate come snodi e crocevia definitivi e irreversibili, peccano in realtà di effettivo coraggio, annusando di certo il rischio di finire fuori da un PEGI adatto davvero a tutti.

Ed è davvero un peccato, perché il ritmo è incalzante e la tensione solo raramente cala, in una cavalcata resa possibile dall’instancabile e pirotecnico multi-approccio registico di Cameron: ora fermo e ora super mobile, ora in POV, ora di camera a mano ad esplorare quasi da documentarista etnografico la Sodoma/Gomorra di Varang, ora in cielo, ora a terra e ora tutto insieme, nell’inferno delle battaglie che riecheggia le trovate illuministiche dell’Apocalypse Now di Francis Ford Coppola.

Solo di tanto in tanto la regia mal dialoga con al scrittura, mostrandoci soluzioni e situazioni che, se non fosse per la necessità della storia di protrarsi per il tempo stabilito – e di arrivare dove si vuole giustamente arrivare – , offrirebbe risoluzioni ben più immediate, facili e indolori delle voie degli antagonisti, e quindi delle infinite e concentriche questioni che da queste prendono il via. Ma, anche qui, se non tutto il bello è fino in fondo bello, nemmeno il brutto è fino in fondo brutto, dato che si segnalano i momenti di rinnovata prossemica tra Jake e gli umani che ha tradito, nonché il faccia a faccia, ora da soldato a soldato e da “Na’vi a Na’vi”, tra lui e Quaritch, ammorbidito dalla prospettiva di perdere il figlio Spider e ora di certo più in contatto con l’immenso e profondo ecosistema condiviso dei Pandora e di Eywa, le cui espressioni restituiscono, seppur per brevi passaggi, il dubbio e la curiosità per gli inviti di Jake a redimersi, come l’adombramento che nota verso le scelte dei suoi e verso le sempre più evidenti derive psicotiche dell’indomito, spietato ma fragile spirito della seducente e pazza Varang.

Prima di chiudere, tra le trovate e le aggiunte nella scrittura di questo terzo capitolo, ce n’è una con dei risvolti che ci pare il caso di snocciolarvi un minimo, introducendovi alla ZONA SPOILER.

!SPOILER ALERT!

Il tema della sopravvivenza di Spider all’aria tossica di Pandora, irrespirabile per lui in quanto umano, è una punteggiatura tensiva che caratterizza l’abbondante prima mezz’ora del racconto, salvo poi risolversi in un modo che, se dal punto di vista dell’incedere di certo snellisce la storia, da un punto di vista di potenziali illazioni suggerisce tanto e, ovviamente, non spiega nulla – sempre che ci sia effettivamente qualcosa da spiegare, e che non stiamo immaginando di sana pianta – , imponendoci di aspettare i successivi capitoli per saperne (forse) di più. Subito dopo la fuga dal popolo del fuoco, nella foresta, la batteria della maschera d’ossigeno di Spider si scarica definitivamente. Il ragazzo è in procinto di morire, ma Kiri chiede l’aiuto di Eywa che, sorprendendo tutti, insedia le radici stesse di Pandora nel ragazzo, creando non solo un fungo che si dirama in lui sostituendo il suo sistema respiratorio, ma dotandolo anche – come si vedrà più avanti – dell’iconica coda di cavallo a celare il sistema micro-tentacolare con cui i Na’vi si collegano al pianeta, rendendolo di fatto uno di loro pur mantenendo invariati il suo incarnato e – purtroppo per Spider che, invaghito della giovane e ovviamente altissima Kiri, da bravo maschietto si sarebbe sentito più a suo agio con qualche decina di centimetri in più – la sua altezza.

Avendo sempre esposto il fianco alle critiche dei più esigenti fan della fantascienza, taluni dei quali hanno comprensibilmente criticato Avatar in quanto saga fatta di alieni che sono davvero in tutto e per tutto esseri umani, solo di diversa altezza e colore – per usi, costumi, cultura, comportamenti, tratti e via dicendo – ; una tale scoperta nel corpo di Spider fa sì che, oltre ad attrarre ovviamente le mire capitalistiche della Gente del Cielo, dia modo di chiedersi se la quasi totale sovrapposizione dei Na’vi con gli esseri umani non sia un fatto evolutivo e di scelta, piuttosto che uno dovuto alla sola mancanza di fantasia di Cameron. A ben vedere, la connessione o la genia comune con gli umani potrebbe essere una scelta della stessa Eywa, che ha reso Jake Sully Turuk Makto, che ha donato al clone di un umano come Kiri una connessione col mondo che pare senza precedenti, e che ora ha trasformato Spider in un qualcosa che, se non è del tutto sovrapponibile a un Na’vi fatto e finito, diremmo che poco ci manca. Inoltre – e ora chiudiamo, giurin giurello – , durante una delle “connessioni” di Kiri con Eywa, la prima pare riuscirsi a spingere tanto in là da intravedere (o così pare che il film voglia suggerire) il volto della seconda, della Grande Madre “in persona”, i cui tratti – ma ribadiamo che la scena è fuggevole, e potremmo sbagliarci – rassomigliano molto più quelli umani che quelli Na’vi, specie nel naso (tutt’altro che schiacciato e “felino” come quello dei giganti blu) e negli zigomi (tondi e carnosi anziché fini e levigati).

Sono solo teorie, supposizioni forse destinate al baratro della curiosità da fan della serie – quale non è, in vero, chi ora sta scrivendo – , ma tant’è.

!FINE SPOILER ALERT!

Traiamo dunque le somme, e dopo tante righe vi e ci congediamo dicendo che, tutto sommato, il terzo film della saga di Avatar è un saggio completo della maestria tecnico-espressiva di Cameron, in grado di allietare e fomentare tre ore e passa in sala come oggi è raro accada, sapendo emozionare per il gran chiasso delle varietà di approcci ed emozioni che si stratificano dai ricordi di quel lontano 2009 sino ad oggi, confermando il lavoro generale come un assetto coerente e, seppur indubbiamente sprecone – o a tratti concettualmente ambiguo, come nel secondo film – , sempre capace e meritevole di imporsi come evento dell’anno tra i blockbuster in sala, almeno qualitativamente parlando. Eppure, le ombre di un accatastarsi di popoli, nomi, animali e biomi, solo vagamente in nome di effettive e profonde riflessioni su inclusività, rapporto con la natura e anima collettiva, quanto assai di più in vista di una (forse, magari no) inevitabile gigantesca battaglia finale, continuano ad allungarsi senza sosta. Noi confidiamo in Cameron, perché in parte glielo si deve, e sperando di non ritrovarci tra qualche anno a vedere un Turuk Makto che, in piedi e in posa eroica di fronte alle linee schierate di tutti i popoli di Pandora, guardi l’umano avversario con aria di sfida, scatenando il caos sul campo di battaglia al grido di “Na’vi… Uniti!” o “ASSEMBLE!”

Se ciò davvero non accadrà, il peggio si potrà dir passato.


Diplomato all’Artistico, laureato magistrale in cinema, critico e politicamente schierato in tutto…ma non sui film: se li fai bene, bene, o questi anni di studio e scrittura s’abbatteranno su di te con grandissima vendetta e furiosissimo sdegno – come contasse qualcosa. Amante dell’avanguardia, dello spavento, di ciò che è lento e del B/N; prometto di scovare quel cavillo non visto – e non volevate – , quella tematica persa – “chi ve lo fa fa” – , ma strappando un sorriso o, magari, solo un colpevole ghigno.

Diplomato all’Artistico, laureato magistrale in cinema, critico e politicamente schierato in tutto…ma non sui film: se li fai bene, bene, o questi anni di studio e scrittura s’abbatteranno su di te con grandissima vendetta e furiosissimo sdegno – come contasse qualcosa. Amante dell’avanguardia, dello spavento, di ciò che è lento e del B/N; prometto di scovare quel cavillo non visto – e non volevate – , quella tematica persa – “chi ve lo fa fa” – , ma strappando un sorriso o, magari, solo un colpevole ghigno.


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