In questa sede non passerà di certo inosservato – da verificare al box office del prossimo weekend, per una distribuzione nelle sale italiane a ridosso dell’agognata, attesa della cerimonia degli Oscar, quindi un margine temporalmente stretto – un film d’animazione francese che rischia di essere preso poco in considerazione, soprattutto da una parte del pubblico nostrano, che non perde mai l’occasione di voltare lo sguardo altrove con quell’abitudine patologica a infantilizzare a priori il target, ad eccezione di quando si tratta dell’intoccabile marchio disneyano, per sminuire la natura laboriosa all’interno delle fasi di realizzazione di questa tipologia di prodotto fruitivo, tra meticolose operazioni di finitura e longeve durate di terminazione.
Arco – un’amicizia per salvare il futuro (Arco, 2025), miglior film d’animazione ai Premi César, Lumière e agli European Film Awards, vuole far comparire sin da subito la propria identità stilistica, principalmente mossa e decorata dalla tecnica dei colori pastello, conosciuta in passato nel pieno Rinascimento francese per poi tornare in auge con il movimento pittorico degli impressionisti, oggi più che mai oggetto di perfezionamento. Essa è stata perfezionata ancor prima dell’ingresso di Ugo Bienvenu al comparto artistico e industriale del cinema, con alcune collaborazioni presso diverse istituti di design fumettistico (i più conosciuti e rinomati sono Estienne, Les Gobelins, CalArts e Les Arts Décoratifs) per realizzare storyboards originali da trasferire in una serie di t-shirt ispirate al pop futuristico. L’apparato tematico-narrativo si muove lungo questa tendenza anche grazie alla campagna promozionale, tra affissi e locandine, con testate giornalistiche che definiscono l’opera animata un amalgama armonico di rimandi spielberghiani all’infanzia (e non solo) e di richiami miyazakiani alla sfera eco-ambientale, ormai più sensibilizzata per il periodo che stiamo vivendo e per le declinazioni negative che sta assumendo in termini antropocentrici.
La disposizione narrativa degli eventi del film è cronologicamente quella in cui i classici e le fiabe – ancor prima che emergesse il termine “fantascienza” in ambito letterario – ambientavano la loro immaginazione del futuro: nel 2075, l’anno della protagonista femminile (Iris), si è assistito al tempo delle conseguenze, con eventi meteorologici sfavorevoli e incendi dolosi in tutta l’area forestale, con l’integrazione dei robot-androidi – una vera e propria celebrazione estetica di quelli raffigurati e rappresentati in Laputa – Castello nel cielo (Tenkū no shiro Rapyuta, 1986) – addetti all’autorità della pubblica sicurezza, impiegati al servizio del personale scolastico e operatori ecologici; nel 2932, l’anno del protagonista maschile, invece, il pianeta è stato inondato e l’umanità, per sopravvivere, ha progettato delle piattaforme fissate a dei lunghi pilastri verticali di metallo: attraverso una bozza di disegno di Iris, le case sembrano proprio costruite secondo i modelli e le prospettive dell’architettura sostenibile, quasi a ricordare le earthships per l’uso di materie prime rinnovabili e l’efficienza energetica e idrica a consumo zero.
La famiglia di Arco (mamma, papà e sorella maggiore) indossa delle tute e dei mantelli arcobaleno, abbinati a diamanti che consentono la diffrazione della luce per viaggiare in epoche storiche differenti, come la Preistoria popolata dai dinosauri, specie estinte di grande fascino che meritano di essere osservate e ammirate – un discorso cinematograficamente attrattivo se ricolleghiamo questo istintivo desiderio alla magnificenza tecnologica, alla manifestazione quasi magica e alla successiva verità scientifica di Jurassic Park (1993, Steven Spielberg) nella lotta contro Dio e la morte. Non è affatto casuale l’abilità di Arco, il ragazzo del futuro, nel saper comunicare con gli uccelli, ultimi superstiti della dinosauria, senza però quella verità arrogante di credere l’universo qualcosa di corrispondente alle nostre fantasie, e quella visione utilitaristica che non riconosce alcun “uguale diritto di vivere e fiorire” di tutti gli organismi viventi.
Il protagonista disobbedisce alle regole e si ritrova catapultato nel tempo di Iris, da considerare come un futuro tanto prossimo, il quale ci propone una parallela speculazione distopica in cui però si tenta di preservare il sentimento umano contro la graduale erosione dei rapporti affettivi, testimoniati anche dagli esseri non biologici e puramente meccanici, compreso il robot domestico Mikki con le sue incisioni rupestri in una situazione di forte criticità per i personaggi del racconto. I figli vengono messi in difficoltà dall’incomunicabilità genitoriale, troppo impegnata alle significative alterazioni del nostro ecosistema e degli innumerevoli habitat delle specie vegetali e animali, tra contesti apocalittici e post-apocalittici; e anche dalla loro assenza fisica, non risolvibile con il progresso tecnologico attraverso la produzione di ologrammi per vivere a distanza situazioni di vita quotidiana e raggruppamento familiare.
Anche nell’espediente dei viaggi del tempo si possono riscontrare scenari ipotetici, mettendo in scena la tensione tra la dissoluzione e la sopravvivenza di una società, punto cardine della trilogia di Ritorno al futuro (Back in the Future, 1985-1990) di Robert Zemeckis, amico e collega del sopracitato Spielberg con correlazioni analoghe ai temi trattati nel film di Bienvenu, in particolare riguardo la rivisitazione ottimistica del “sogno americano” in piena era conservatrice reaganiana o lo sconvolgimento ideologico e l’aumento della criminalità di Hill Valley sotto la presidenza del bullo Biff Tannen, profeticamente identico all’iconografia dei lineamenti fisionomici di Donald Trump e all’adozione delle sue politiche economiche – una prerogativa del presente fortemente azzeccata.
Il tema ecologista del film non si riduce a dinamiche intrinseche di slogan propagandistici, e la parte finale spinge la protagonista a voler cambiare le cose lungo le rovine di un’agentività complice dei disastri e delle catastrofi dell’antropocene. Iris diventerà il precursore progettuale e architettonico dell’estetica retro-futurista e il suo impegno è rivolto alle nuove e ultime generazioni.
Tornando all’analisi complessiva di Arco – un’amicizia per salvare il futuro, l’animazione in Europa si propone sempre come valida alternativa alle principali produzioni statunitensi, ormai entrate come punti e luoghi di riferimento nell’immaginario collettivo culturale, e riesce a far emergere le sue peculiarità distintive per impedire un involontario affossamento di specifiche scuole di pensiero, per allargare uno sguardo profondamente circoscritto nei suoi limiti osservanti e offuscato nell’attuazione sperimentale di contaminazioni estetiche, come quello avvenuto sinergicamente ne La piccola Amélie (Amélie et la Métaphysique des tubes, 2025), ossia una co-produzione belga e giapponese, di Maïlys Vallade e Liane-Cho Han. Riprendendo, inoltre, il fenomeno dello stigma ad opera del pubblico italiano, registi d’animazione come Alessandro Rak e Enzo D’Alò ricoprono uno spazio di menzione troppo basso e non riescono a integrarsi pienamente nella loro denominazione speciale e contraddistinta. Le reazioni positive ed entusiaste della critica specializzata non sono sufficienti per cambiare le sorti di un modus operandi artistico destinato alla cieca visibilità/invisibilità e alla riconoscenza oltreoceano.
Il flusso d’oltralpe nei prodotti cinematografici in uscita attua una valorizzazione del recupero della matericità sporca del disegno con l’ausilio meticoloso dei pastelli digitali e una messa da parte della levigatura standardizzata, con risultati eccellenti dello studio Remembers, ma non è detto che questa possa rivelarsi una mossa vincente in tutte le occasioni presentate. E oltre al sostegno fanatico che si può diffondere, non possiamo escludere un forte senso di insoddisfazione per questo film legato al mancato sfruttamento totale delle potenzialità visive e scompositive dell’infrazione della luce – con una materializzazione fin troppo bidimensionale per i gusti sperimentali contemporanei – che avrebbe destato maggior interesse per quanto riguarda i mutamenti del linguaggio animato. Nonostante questa sua aderenza innovativa al disegno e alla sua matrice fumettistica, il film tornerà dall’Academy sicuramente a mani vuote. Neanche l’ispirazione malinconica ai maestri cinematografici del fantastico riesce a compensare un’evidente mancanza di trattamento personalizzato dell’universo e dell’azione narrativa: secondo il pensiero formulato di chi scrive, è ormai una limitazione controproducente quella di offuscare lo sguardo spettatoriale a stilemi riciclati e soffocanti per un spirito rinnovante che vuole emergere e solcare le stesse ambizioni di un passato creativo-stilistico e dall’impatto influente.
Oltre all’evidente marchio di provenienza e alle problematicità discusse, gli altri titoli avversari sono più meritevoli di vincere: il sequel di Zootropolis (Zootopia 2, 2025, Byron Howard e Jared Bush) allarga gli orizzonti territoriali del proprio world-building e rielabora nuovamente il luogo/campo d’azione per ri-attualizzare le discriminazioni sistemiche e le egemonie imperialiste di una società liberamente democratica; KPop Demon Hunters (2025, Maggie Kang e Chris Appelhans) è un fenomeno transmediale della Sony Pictures Animation, ormai radicato nel timbro delle inarrestabili girl band idols coreane riconosciute in tutto il mondo, e la risonanza ritmico-musicale favorisce brani scoppiettanti e testi taglienti con l’istanza performativa del rapporto corpo-voce in un processo di soggettivazione e di (dis)identificazione; Elio (2025, Domee Shi) appartiene a una fase pixariana legata alla narrativa di formazione con sottotesti politici non indifferenti dove preservare il proprio spazio dell’abitare; infine, il succitato La piccola Amélie restituisce una riflessione immaginifica sull’ocularizzazione dello sguardo negli istanti mnemonici di una bambina venuta al mondo e in procinto di crescere nell’atmosfera di ricostruzione del secondo dopoguerra, tra trauma e dolore. Non ci resta, dunque, che attendere lunedì notte, per i nottambuli, e la mattina stessa per i più “indifferenti”.
Alessandro Passariello






