Sono trascorsi esattamente sedici anni da quando arrivò nelle sale cinematografiche The Social Network, diretto da David Fincher e sceneggiato da Aaron Sorkin, definito a mani basse da Quentin Tarantino come il miglior film rappresentativo degli anni Duemiladieci (2010s) e un’opera che “sbaraglia totalmente la concorrenza”. Stavolta lo stesso sceneggiatore passa dietro la macchina da presa e realizza l’ideale sequel intitolato The Social – Il prezzo della verità (The Social Reckoning, 2026), mettendo in scena l’epocale atto d’inchiesta che ha scosso le fondamenta imperiali e pervasive della Silicon Valley.
“Mi piace starti vicino, Sean… Mi fa sembrare un duro”
(Eduardo Saverin, interpretato da Andrew Garfield, in The Social Network)
La sceneggiatura di Aaron Sorkin – ossia la celebre Sorkinspeak per i suoi dialoghi rapidissimi, brillanti, ritmati e ricchi di terminologie di uno specifico linguaggio settoriale, vincitore del Premio Oscar per la suddetta categoria nel 2010 – contiene al suo interno una quantità di battute intellettuali e significative per l’imminente e radicale mutamento delle principali forme di interazione, la genesi dei cosiddetti leoni da tastiera – termine dispregiativo per indicare chi si nasconde dietro un piccolo schermo per umiliare, schernire o criticare gli utenti che abitano e popolano i siti web, ormai divenuti un territorio di perpetuazione dei comportamenti violenti e di attenuazione delle responsabilità – e, soprattutto, il primo incel della storia, incarnato nella figura inquietante e nell’icona oscura di Mark Zuckerberg (Jesse Eisenberg), fondatore di Facebook (oggi Meta), piattaforma social che ha avuto origine da una delusione amorosa con Erica Albright (Rooney Mara), sfociata in una denigrazione della sua identità reale e in un’evidente misoginia da nerd rancoroso – e oggi fa da perno strutturale e linguistico all’interiorizzazione orrorifica dell’amore in Obsession (2026, Curry Barker)
Emblematica la scena finale di The Social Network (2010, David Fincher) in cui le sue uniche possibilità di instaurare una connessione umana si dissolvono nell’effettuare ripetutamente il refresh della pagina in attesa dell’accettazione, da parte della sua ex-fidanzata, della richiesta di amicizia. È il ritratto contemporaneo di una solitudine esistenziale, destinata a replicare gli effetti e le conseguenze globali nelle nuove tendenze algoritmiche.
Come argomenta l’antropologo Stefano De Matteis nel saggio Gli sciamani non ci salveranno (2023), il 6 gennaio 2021 Jake Anthony Angeli, sciamano di Capitol Hill, diventa famoso per l’assalto al Campidoglio. Lui ha scritto “Il passato senza futuro”. Per deriva si intende un movimento che non è controllabile, è incessante, significa anche un movimento apocalittico che è qualcosa volto alla distruzione o all’autodistruzione. Lo sciamanesimo attuale si configura come una deriva di quello antico, che però si mischia analogamente al complottismo, pensieri e ideologie radicali, ecologismo, primitivismo. Esso prende sotto la sua ala una deriva di altre derive (conservatorismo, correnti reazionarie, quelli che credono alle scie chimiche, agli alieni). Jake Anthony Angeli voleva prendere il Campidoglio per restituirlo a Dio. Il connettore è Donald Trump. Prima di essere rinominato Presidente degli Stati Uniti per la seconda volta, il The Great MAGA KING ha colto l’occasione per sfruttare strategicamente il mito sciamanico nella finalità di saldare gruppi con rivendicazioni diverse (neo-pagani degli evangelici, gli anti-vax e i suprematisti bianchi) e rovescia questa “performance rituale” per distruggere pian piano le basi della democratizzazione.
A marzo dello stesso anno, durante un’udienza dinanzi al Congresso segnato dal caso dei Facebook Files, Zuckerberg dichiarò la sua rigida neutralità nei confronti delle infrastrutture mediatiche, anche dopo aver monetizzato gli spot politici e le polarizzazioni sociali e culturali senza più alcun freno etico, autoproclamando la sua creazione miliardaria in una piazza pubblica (una città-Stato alternativa). Egli si configura come il catalizzatore delle reazioni umane più incendiarie degli utenti, a cominciare dal prologo in cui una ragazza bionda ubriaca di nome Kayleigh (Portia Doubleday) viene arrestata per aver insultato due agenti di polizia (uno nero, l’altra ispanica) con commenti sessisti e razzisti e ribadito di essere trattata come “un’immigrata” per la sua bianchezza. L’episodio accaduto viene registrato sul telefono cellulare e il video pubblicato attraversa i canali virtuali fino a classificarsi come un contenuto ad alta tensione emotiva, aumentando l’engagement e scatenando la fondazione di gruppi estremisti e d’incitazione all’odio, influenzati dal minino comune denominatore della rabbia e caratterizzati da una percentuale del 64% alimentata da like, views e ricondivisioni.
Nel 2019 la “goccia che fa traboccare il vaso” cattura l’attenzione di Frances Haugen (Mikey Madison), una dipendente che lavora all’interno dell’azienda Facebook in qualità di data scientist e poi whistleblower, distinta dagli altri colleghi per il suo insolito outfit (i suoi preziosi guanti e scaldamuscoli – non è una moda o una cifra stilistica come gli occhiali di Diane Keaton, ma un abbassamento della temperatura corporea dovuto alla celiachia), per la sua cieca devozione per quel luogo istituzionalizzato (una valenza simbolica simile la si può attribuire alla percezione moralmente onesta del colonnello Georges Picquart, durante il suo coinvolgimento investigativo e testimoniale nell’affare Dreyfus, rappresentato magnificamente nel film L’ufficiale e la spia di Roman Polański, vincitore del Leone d’argento – Gran premio della giuria) fino ad abbandonarlo e “tradirlo” per un dovere implacabile di giustizia, in particolare dopo essersi resa conto di quanto l’algoritmo impatti sullo scrolling dei contenuti virali e alimenti il rischio di incentivare fenomeni di cyberbullismo con il coinvolgimento dei minorenni (già imperante in Italia nel 2012 con il suicidio di Andrea Spezzacatena, da cui hanno tratto il film Il ragazzo dai pantaloni rosa).
In fondo, nel panorama cinematografico statunitense, Frances Haugen potrebbe rappresentare il modello odierno dell’enpowerment femminile. All’inizio conduce una monotona esistenza dettata dall’emarginazione gerarchica (una comparsa) e dall’assenza di veri legami di socialità (un vuoto doloroso che ha cercato di colmare con appuntamenti al buio organizzati tramite le apposite app di incontri con esiti fallimentari), per poi rivelarsi:
1) L’eroina tragica con somiglianze archetipiche alla figura mitologica di Cassandra, la profetessa rivelatrice del futuro, condannata da Apollo (Zuckerberg?) a pronunciare verità inascoltate dopo aver rimangiato una promessa d’amore (ancora una volta, Zuckerberg?).
2) Una figura femminile della screwball comedy che costituisce il vettore primario dell’identificazione, “aumenta l’attrito”, subalterna il protagonismo verbale dell’individuo maschile e accentua questa dicotomia interclassista e comportamentale tra gli opposti. È una figura a suo modo “eccentrica” rispetto a Jeff Horwitz (Jeremy Allen White) – giornalista del Wall Street Journal proveniente da quel filone cospirazionista statunitense degli anni ‘70 de La conversazione (The Conversation, 1974, Francis Ford Coppola) e Tutti gli uomini del presidente (All’s the President’s Men, 1976, Alan J. Pakula) – , osteggiato per le sue insopportabili lacune conoscitive in ambito informatico e tecnologico e la totale inadeguatezza di fronte alla complessità dei codici, tanto da meritarsi l’appellativo caustico di “cazzo di luddista”. La struttura binaria lungo il tessuto narrativo e drammaturgico dimostra chiaramente come il legal thriller e il “contrasto” tra i sessi siano ben unificati all’interno della stessa matrice sintattico-formale.
3) Per gli appassionati cinefili, invece, ricorda la parabola di Chicken Little, convinto che “il cielo stia cadendo”, protagonista di una delle favole disneyane più disastrose della storia del cinema d’animazione, oppure l’ascendenza capriana contro l’ethos nazionalista dell’American way of life.
Alcune critiche giornalistiche e redazionali hanno fortemente contestato l’apparato registico di Sorkin, giudicando troppo la componente verbo-centrica e logorroica dove la componente figurativa finisce per ripiegare entro i confini claustrofobici di una messa in scena teatrale trasposto sul piccolo schermo televisivo. Sacrifica il dinamismo delle immagini per affidarsi al ritmo incalzante della parola, soprattutto se lo confrontiamo e paragoniamo con lo sguardo fincheriano che esplicitava la polisemia sociale come una sottotraccia iconografico-concettuale, per scovare le interrelazioni pubbliche e private della dimensione comunitaria e infospaziale messa in atto.
Inoltre, in The Social – Il prezzo della verità, le scene con Zuckerberg al centro della sua ipertrofia risultano troppo bidimensionali e rendono il CEO un villain da aula congressuale per niente spaventoso (a differenza di uno statuario Jack Nicholson nei panni del col. Nathan R. Jessep nel monumentale Codice d’onore del compianto Rob Reiner): Jeremy Strong – noto al grande pubblico per aver interpretato l’avvocato trumpiano Roy Cohn nel lungometraggio The Apprentice – Alle origini di Trump (The Apprentice, 2024, Ali Abbasi), una grande prova attoriale accompagnata da Sebastian Stan per creare un’inversione de-scorsesiana di natura semiotica e ideologica di due soggetti speculari e inconciliabili di mascolinità tossica – restituisce certamente un Mark Zuckerberg dall’incedere asettico, dalla corporeità statica e dallo sguardo algido – soprattutto nelle sequenze girate in bianco e nero durante le riunioni aziendali, come la focalizzazione oggettiva dell’atto “Fusione” di Oppenheimer (2023, Christopher Nolan) – , però non sembra affatto avvertire la minaccia incombente dall’esterno, ad esclusione dell’assalto alla Casa Bianca trasmesso in diretta nazionale e sotto gli occhi del mondo (non più singolarmente utenti).
Fortunatamente il rapporto tra Mikey Madison – vincitrice del Premio Oscar 2025 come migliore attrice protagonista in Anora (2024, Sean Baker) nei panni di una sex worker – e Jeremy Allen White si dipana attraverso una serie di campi e controcampi freddi e distanzianti per integrità professionale e contraddizioni personali, culminando in un two shot risolutivo che esala l’ultimo respiro del logos e si prolunga con un incrocio di sguardi e un tocco delle mani. La rivoluzione non è nella vendetta misogina, ma nel ritornare a provare delle emozioni, a innamorarsi guardandosi negli occhi. Una perfetta conclusione hawksiana







