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It Ends – Alexander Ullom

Alexander Ullom, giovanissimo regista, realizza con It Ends un lungometraggio d’esordio decisamente particolare, tanto nell’idea quanto nella sua realizzazione. Parliamo infatti di una produzione low budget, con appena 80.000 dollari a disposizione tra produzione e post-produzione. Ancora più insolita, però, è la provenienza di questi fondi: donazioni di amici YouTuber e benefattori conosciuti durante alcune sessioni di poker online.


L’idea di partenza è suggestiva e si presta perfettamente a una produzione di questo tipo: quattro attori, un’automobile e un’unica location, una strada apparentemente infinita. Un ecosistema essenziale, ma ideale per esplorare storie irrisolte, paure, ansie e soprattutto la psiche dei protagonisti. Una dimensione intima che finisce per allargarsi, diventando il ritratto di un’intera generazione di giovani forse illusi dalle promesse di quelle precedenti: studiare, impegnarsi e andare avanti per raggiungere, prima o poi, i propri obiettivi.


Dal punto di vista registico, una delle scelte più interessanti è quella di ambientare gran parte della vicenda all’interno dell’automobile, sfruttando lo spazio ristretto per amplificare il senso di ansia e claustrofobia. Altrettanto interessante è l’evoluzione dei toni: il film si apre con atmosfere horror e ansiogene, alimentate da una minaccia esterna spesso soltanto percepita, per poi abbandonarle gradualmente e trasformarsi in qualcosa di diverso, sempre più introspettivo, quasi metafisico, spostando l’attenzione dalla minaccia esterna a quella interiore.


Una trasformazione che permette a Ullom di sfruttare al massimo le poche risorse a disposizione, anche se, soprattutto nella parte centrale, il film finisce talvolta per girare un po’ su se stesso ma, in fondo, non è forse quello che capita anche a noi quando non abbiamo un obiettivo preciso?
Ci è sempre stato insegnato che studiare, trovare un buon lavoro e impegnarsi siano i passaggi necessari per raggiungere il successo e costruire una vita soddisfacente. Ma cosa succede quando, andando avanti, ci rendiamo conto che non esiste un vero e proprio punto d’arrivo? Quando scopriamo che quella meta che ci hanno sempre promesso, forse, non esiste veramente?


It Ends indaga proprio una delle più grandi paure contemporanee: quella di andare avanti senza una direzione precisa, senza un obiettivo da inseguire o la certezza che, prima o poi, tutti gli sforzi fatti ci condurranno da qualche parte.


È una prospettiva che inevitabilmente spaventa. Eppure, credo che l’importante non sia necessariamente sapere dove si sta andando, quanto trovare il coraggio di continuare a camminare. Forse, alla luce di tutto questo, la cosa migliore è semplicemente godersi il momento. Mangiare proprio quella barretta che abbiamo conservato con tanta cura, aspettando l’occasione giusta. Perché magari quell’occasione non arriverà mai. E allora tanto vale concedersi quell’attimo di dolcezza e andare avanti, senza preoccuparsi troppo di ciò che ci aspetta.


Una piccola metafora che racchiude, forse, il senso più bello del film: smettere di aspettare il momento perfetto e imparare a vivere quello presente.
Voglio però mettere le mani avanti: non è un film per tutti. O piace o non piace, difficilmente esiste una via di mezzo. Il mio consiglio è quello di lasciarsi trasportare, accettare ciò che si sta guardando e godersi questo lungo viaggio.


P.S. Se siete amanti dei viaggi in macchina, potreste avere qualche ripensamento…

Alexander Ullom, giovanissimo regista, realizza con It Ends un lungometraggio d’esordio decisamente particolare, tanto nell’idea quanto nella sua realizzazione. Parliamo infatti di una produzione low budget, con appena 80.000 dollari a disposizione tra produzione e post-produzione. Ancora più insolita, però, è la provenienza di questi fondi: donazioni di amici YouTuber e benefattori conosciuti durante alcune sessioni di poker online.


L’idea di partenza è suggestiva e si presta perfettamente a una produzione di questo tipo: quattro attori, un’automobile e un’unica location, una strada apparentemente infinita. Un ecosistema essenziale, ma ideale per esplorare storie irrisolte, paure, ansie e soprattutto la psiche dei protagonisti. Una dimensione intima che finisce per allargarsi, diventando il ritratto di un’intera generazione di giovani forse illusi dalle promesse di quelle precedenti: studiare, impegnarsi e andare avanti per raggiungere, prima o poi, i propri obiettivi.


Dal punto di vista registico, una delle scelte più interessanti è quella di ambientare gran parte della vicenda all’interno dell’automobile, sfruttando lo spazio ristretto per amplificare il senso di ansia e claustrofobia. Altrettanto interessante è l’evoluzione dei toni: il film si apre con atmosfere horror e ansiogene, alimentate da una minaccia esterna spesso soltanto percepita, per poi abbandonarle gradualmente e trasformarsi in qualcosa di diverso, sempre più introspettivo, quasi metafisico, spostando l’attenzione dalla minaccia esterna a quella interiore.


Una trasformazione che permette a Ullom di sfruttare al massimo le poche risorse a disposizione, anche se, soprattutto nella parte centrale, il film finisce talvolta per girare un po’ su se stesso ma, in fondo, non è forse quello che capita anche a noi quando non abbiamo un obiettivo preciso?
Ci è sempre stato insegnato che studiare, trovare un buon lavoro e impegnarsi siano i passaggi necessari per raggiungere il successo e costruire una vita soddisfacente. Ma cosa succede quando, andando avanti, ci rendiamo conto che non esiste un vero e proprio punto d’arrivo? Quando scopriamo che quella meta che ci hanno sempre promesso, forse, non esiste veramente?


It Ends indaga proprio una delle più grandi paure contemporanee: quella di andare avanti senza una direzione precisa, senza un obiettivo da inseguire o la certezza che, prima o poi, tutti gli sforzi fatti ci condurranno da qualche parte.


È una prospettiva che inevitabilmente spaventa. Eppure, credo che l’importante non sia necessariamente sapere dove si sta andando, quanto trovare il coraggio di continuare a camminare. Forse, alla luce di tutto questo, la cosa migliore è semplicemente godersi il momento. Mangiare proprio quella barretta che abbiamo conservato con tanta cura, aspettando l’occasione giusta. Perché magari quell’occasione non arriverà mai. E allora tanto vale concedersi quell’attimo di dolcezza e andare avanti, senza preoccuparsi troppo di ciò che ci aspetta.


Una piccola metafora che racchiude, forse, il senso più bello del film: smettere di aspettare il momento perfetto e imparare a vivere quello presente.
Voglio però mettere le mani avanti: non è un film per tutti. O piace o non piace, difficilmente esiste una via di mezzo. Il mio consiglio è quello di lasciarsi trasportare, accettare ciò che si sta guardando e godersi questo lungo viaggio.


P.S. Se siete amanti dei viaggi in macchina, potreste avere qualche ripensamento…


Mi sono laureato in Cinema alla RUFA, ho proseguito con una magistrale in Filologia Moderna e un master in 3D Digital Production. Il mio percorso unisce tecnica, creatività e cultura visiva, e nasce da una passione: raccontare storie attraverso le immagini. Amo lavorare sul campo, curare l’inquadratura e dare forma a un racconto visivo preciso ed evocativo. In Ready to Rec porto questa visione, con l’obiettivo di crescere sempre e trasformare la mia passione in progetti che parlino davvero a chi guarda.

Mi sono laureato in Cinema alla RUFA, ho proseguito con una magistrale in Filologia Moderna e un master in 3D Digital Production. Il mio percorso unisce tecnica, creatività e cultura visiva, e nasce da una passione: raccontare storie attraverso le immagini. Amo lavorare sul campo, curare l’inquadratura e dare forma a un racconto visivo preciso ed evocativo. In Ready to Rec porto questa visione, con l’obiettivo di crescere sempre e trasformare la mia passione in progetti che parlino davvero a chi guarda.


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