È estremamente complicato provare ad intavolare una disamina sul “Dune” di Denis Villeneuve; lo si evince sin dalle opinioni polarizzanti che hanno immediatamente diviso il pubblico tra chi lo ha amato alla follia e chi lo ha accolto tiepidamente, addirittura minimizzandone l’esecuzione. È estremamente complicato soprattutto nella misura in cui, arrivati al termine della visione, ci si rende conto che per analizzarlo adeguatamente sia necessario prendere in esame non soltanto questa seconda parte, bensì anche la prima, come se a conti fatti si stesse parlando di un unico grande film diviso in due macro sezioni per esigenze produttive.
Il film comincia esattamente dove lo avevamo lasciato ormai quattro anni fa e si fa carico dell’onere di sviluppare quello che il capostipite uscito nel 2020 aveva a malapena introdotto, all’interno di una pellicola che col senno di poi può considerarsi a tutti gli effetti la gigantesca (e straordinaria) introduzione in vista della portata principale di cui abbiamo usufruito quest’anno.
Villenueve dirige un vero e proprio colossal che si dimostra essere perfettamente abile nel bilanciare cinema d’intrattenimento ad una visione più autoriale ed ambiziosa e lo fa attraverso una messa in scena sbalorditiva, stupefacente, in grado di soddisfare a pieno lo sguardo dello spettatore, che non può fare a meno di rimanere seduto e inerme, lasciandosi meravigliare dall’impianto magniloquente proposto sul grande schermo, supportato da un utilizzo mirabile della CGI, impeccabile nel restituire un senso di tangibilità tale al punto da farci credere che tutto ciò che viene presentato sia in realtà qualcosa di autentico e non ricostruito con l’ausilio delle nuove tecnologie.
La regia del cineasta canadese in tutto ciò, gioca un ruolo cardine ed esplode in tutta la sua magnificenza con un utilizzo della stessa profondamente conciso e propedeutico alla narrazione; elegante, maestosa, ma al tempo stesso asciutta e pulita, in grado di sottrarsi sapientemente a qualsivoglia tipo di virtuosismo ed autoreferenzialità, coadiuvata ad un tappeto musicale epico e fomentante di un Hans Zimmer in stato di grazia.
Ma non è tutto oro quel che luccica, poiché sebbene sia inevitabile riconoscere la magnificenza visiva di cui “Dune” riesce a dare sfoggio, dall’altra parte sarebbe incoerente non rilevarne tutti quei difetti che al tempo stesso lo affliggono dal punto di vista della sceneggiatura che, soprattutto per chi non ha letto i romanzi di Herbert, tenda a dare per scontato alcuni aspetti relativi alla mitologia del mondo raccontato, attraverso una trattazione di alcuni personaggi appena abbozzata e uno stile di scrittura non sempre poi così chiaro e trasparente, concedendosi talvolta anche il lusso di gestire il ritmo in modo completamente anarchico: più quiete e compassato nella prima parte, ben più rapido e sbrigativo nella seconda e che si conclude con un epilogo impattante ma manchevole di quel senso di soddisfazione che sarebbe stato lecito aspettarsi dopo una costruzione di quasi quattro ore.
Sembra quasi che l’espansione della mitologia e degli elementi introdotti nel film precedente siano stati solo parzialmente approfonditi, con un film che al tempo stesso sbriglia alcune tematiche introducendone altre a sua volta, che verranno poi sviscerate a data da destinarsi (almeno si spera).
Un terzo capitolo è doveroso, per intenderci.
Al netto di tutto però l’importanza di un opera come “Dune” non può di certo passare inosservata, tanto dal punto di vista produttivo quanto da quello contenutistico, che riflette sul senso della fede, sul fanatismo religioso inteso come arma per smuovere le masse e sulla predestinazione, descritta al tempo stesso come una maledizione e come elemento salvifico in grado di ristabilire quella pace a cui il pianeta di cui vengono narrate le gesta ambisce da tempo ed è proprio qui che il lavoro magistrale eseguito sul carattere del protagonista emerge in tutta la sua complessità, con un Paul Atreides (interpretato in modo sorprendente da un Timothée Chalamet sugli scudi) costantemente diviso tra obblighi a cui è chiamato ad assolvere per risollevare le sorti del mondo ed esigenze individuali, reso palpabile da un percorso introspettivo e spirituale che passa attraverso numerose mutazioni e che si sublima in un epilogo non poi così scontato e convenzionale come sarebbe stato lecito aspettarsi.
Gli equilibri geopolitici vengono messi in discussione e il parallelismo con un certo tipo di realtà con cui siamo costretti a confrontarci nel mondo reale assume dei connotati sempre più comprensibili ed inquietanti.
Terminata la visione non posso negare di aver avuto la sensazione di avere assistito ad una delle opere di fantascienza più importanti degli ultimi vent’anni; che ci sia un prima e un dopo “Dune” è una realtà di fatto e a tal proposito è altresì inevitabile il confronto concettuale con la trilogia del “Signore Degli Anelli”, che pur raccontando una storia completamente differente, anche dal punto di vista del genere di riferimento, condivide più punti in comune di quelli che si potrebbero pensare, soprattutto in virtù della portata epica di cui l’opera di Villenueve si fa contenitore e contenuto, con alcune sequenze specifiche che sono già adesso destinate a diventare storia del cinema.
Fiondatevi a guardarlo in sala; privarsi della visione di un prodotto del genere sul grande schermo equivarrebbe al mettere in atto un reato penale nei confronti della settima arte e che possa piacervi o meno, l’esperienza cinematografica che “Dune” ha da offrirvi non potrà di certo lasciarvi indifferenti.
Il Messia è giunto, la guerra santa ha inizio.
Stefano Berta







