Sono passati cinquant’anni dagli eventi del primo film. Rain e suo fratello androide Andy vivono su un pianeta-colonia della Wayland-Yutani in cui non sorge mai il sole e la gente muore ogni giorno.
Scoperta una stazione spaziale abbandonata che sembra essere entrata nell’orbita de pianeta, la “Romulus e Remus”, i ragazzi escogitano un piano per fuggire dalla colonia, ma per riuscire nel loro intento avranno bisogno delle capsule per l’ipersonno ancora presenti sul gigantesco relitto.
In sostanza “Alien: Romulus” inizia con gli stessi identici presupposti del bellissimo e fortunato “Man in the Dark”, solo che al posto di un veterano cieco e letale, la Romulus ospita lo Xenomorfo.
Di matrice dichiaratamente videoludica (Alien: Isolation e Dead Space sono stati evidenti punti di riferimento), “Alien: Romulus” è un interquel che si posiziona fra il primo e il secondo capitolo, ma che tiene conto anche e soprattuto di Prometheus e Covenant, che risulteranno essere abbastanza importanti – se non addirittura nevralgici – ai fini della narrazione.
Fede Álvarez inscena un incubo fatiscente e polveroso costretto in un miscuglio di cavi e ingegnerie retrofuturistiche (in perfetta continuity con quelle del primo capitolo) dal quale gli sfortunati protagonisti dovranno cercare di fuggire attraversando – simbolicamente e non – gli avvenimenti dei primi quattro film.
“Alien: Romulus” è infatti diviso in quattro sezioni, ognuna delle quali legata a doppio filo ai capitoli originali: nella prima si entra in contatto con il pericolo (con tutte le implicazioni del caso) mentre nella seconda lo sciame di xenomorfi bracca i sopravvissuti; il terzo e il quarto atto li lascio scoprire a voi onde evitare facili spoiler, ma una volta terminata la visione sarà subito evidente l’intento del regista.
Da sottolineare (e lodare) l’utilizzo dell’animatronica per la realizzazione degli xenomorfi, e solo in minima parte il ricorso alla computer grafica utile a rendere più fluidi i movimenti dell’alieno.
Nel complesso la creatura di Fede Álvarez funziona: i tempi sono scanditi egregiamente, con un’ottima mezz’ora introduttiva che, dopo averci presentato i personaggi (abbastanza bidimensionali fatta eccezione per i due protagonisti) e il contesto nel quale gli stessi si muovono, cede la scena all’horror puro, senza dubbio il più viscerale dell’intera saga.
La ricostruzioni delle ambientazioni è minuziosa e contribuisce fin dal principio a veicolare una senso di claustrofobia che non abbandonerà mai la scena, rendendo l’angoscia una costante imprescindibile della visione.
Se dal punto di vista scenico la pellicola si difende decisamente bene, c’è da dire che nella seconda parte l’impianto videoludico e i crismi che lo stesso impone iniziano a pesare un po’ troppo sulla narrazione, specie in una delle scene che anticipano l’epilogo, in cui le forzature funzionali alla coerenza filmo-ludica divengono davvero troppo evidenti (acido, non aggiungo altro).
Se però si riesce a mantenere saldo il patto narrativo e ad accettare i numerosigli scivoloni logico-narrativi, allora non si potrà che rimanere piacevolmente colpirti da un’opera indubbiamente difettosa ma contestualmente sincera e rispettosa estimatrice della saga principale.
Federico Cenni







