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MAXXXINE – TI WEST

Sono passati esattamente due anni dall’arrivo in sala di “X A Sexy Horror Story” primo capitolo della trilogia di Ti West proseguita con “Pearl” che fungeva da prequel e terminata quest’anno con “Maxxxine” in uscita al cinema (almeno da noi in Italia) il 28 di Agosto.

“Maxxxine” ha il compito di chiudere la trilogia e al netto di qualche sbavatura in corso d’opera adempie appieno al proprio dovere, concludendo in modo coerente e consapevole un progetto nato e proseguito secondo obiettivi/stilemi specifici prefissati.

L’ultimo film di Ti West, cosi come i due lungometraggi precedenti, è un concentrato di citazioni variegate che hanno cresciuto e caratterizzato lo stile del regista e se i primi due si rifacevano a prodotti come “Non Aprite Quella Porta” – nel caso di X – e “Il Mago Di Oz” – nel caso di Pearl – questo sembra subire le influenze di un certo tipo di cinema italiano di genere anni ’70 e del filone dello slasher; Maxine, interpretata da una Mia Goth camaleontica e magnetica, dopo gli eventi di “X” si ritrova ad Hollywood dove si impegna attivamente per ottenere un ruolo in un film per il cinema, il sequel di un horror di successo, cercando di scrollarsi da dosso l’immagine della pornostar di richiamo in cui tutti la riconoscono.

All’interno di questa cornice estetica glamour dalle tinte pulp, si dirama una narrazione in cui un serial killer “Night Stalker” terrorizza la città degli angeli disseminando vittime lungo il cammino e che pare siano tutte, a loro modo, collegate alla nostra Maxine, che si vedrà costretta a divincolarsi tra le pressioni lavorative e la conseguente ossessione di raggiungere il successo e quelle della vita privata che ne mettono a repentaglio la sopravvivenza.

Il film scorre in maniera gradevole, scandendo bene i tre atti e presentando adeguatamente l’ambientazione metropolitana assieme ai rispettivi personaggi, delineando a conti fatti uno status quo sociale in cui vigono il bigottismo, il rapporto con la sessualità, la smania del successo e un interessante riflessione metaforica sul mondo dello spettacolo, tutti temi già ampiamente accennati nei capitoli precedenti e che qui vengono esplorati in modo più meticoloso, impersonificati nella figura del serial killer stesso (cosa che assumerà ancor più significato al momento della sua rivelazione)

Se però dal punto di vista estetico e della costruzione narrativa iniziale le critiche da rivolgere al film sono pressoché inesistenti, lo stesso non può dirsi della loro naturale prosecuzione che mostra il fianco nel non caratterizzare a pieno i personaggi presentati lungo il percorso, relegati con le dovute eccezioni ad ottimi figuranti dalle fattezze di richiamo e nel concedersi un po troppa superficialità nello sviscerare alcuni snodi nevralgici soprattutto sulle battute finali dove si palesano almeno un paio di falsi epiloghi diluendo una scrittura fino a quel momento a proprio modo ben distribuita.

Fortunatamente Ti West riesce a rattoppare gran parte dei difetti grazie ad uno stile di regia immersivo, una messa in scena appagante, citazioni raffinate, una scelta dei brani musicali tanto furba quanto funzionale e uno stile ben codificato all’interno non solo della trilogia ma della propria produzione filmica in generale, imprimendo alla pellicola un marchio altamente riconoscibile.

L’inquadratura finale parla chiaro definendo con ancor più forza il filo conduttore che lega tra di loro i tre diversi film e terminata la visione, la convinzione di aver assistito ad un operazione (parlando della trilogia in generale) abile nell’inserirsi in un contesto produttivo diversificando parzialmente la formula in un sistema costellato da sequel di brand di successo e horror a misura di pubblico, non potrà non far capitolino nella vostra testa.

Piaccia o non piaccia è innegabile che il progetto messo in piedi da Ti West abbia colto nel segno, ritagliandosi un piccolo spazio all’interno del circuito di genere e attirando l’attenzione di una fetta dello star system che gli ha permesso di inserire nel cast dell’ultimo film nomi illustri come quelli di Kevin Bacon, Bobby Cannavale, Michelle Monagh, Lily Collins, Elizabeth Debicki e Giancarlo Esposito, affiancandoli a quella che ha conti fatti possiamo considerare una nuova iconca dell’horror moderno… anche se forse dovremmo dire “le”.

Insomma, un gradevolissimo viaggio tra diverse epoche, diversi approcci, all’interno di un mondo caratterizzato da una forte matrice citazionista scaltra nel sapersi rendere a proprio modo originale segnando un punto di ripartenza del genere di riferimento in un momento in cui riuscire a concretizzarlo sembra essere una gigantesca chimera… evidentemente non per Maxine…

Jackie Soprano

Sono passati esattamente due anni dall’arrivo in sala di “X A Sexy Horror Story” primo capitolo della trilogia di Ti West proseguita con “Pearl” che fungeva da prequel e terminata quest’anno con “Maxxxine” in uscita al cinema (almeno da noi in Italia) il 28 di Agosto.

“Maxxxine” ha il compito di chiudere la trilogia e al netto di qualche sbavatura in corso d’opera adempie appieno al proprio dovere, concludendo in modo coerente e consapevole un progetto nato e proseguito secondo obiettivi/stilemi specifici prefissati.

L’ultimo film di Ti West, cosi come i due lungometraggi precedenti, è un concentrato di citazioni variegate che hanno cresciuto e caratterizzato lo stile del regista e se i primi due si rifacevano a prodotti come “Non Aprite Quella Porta” – nel caso di X – e “Il Mago Di Oz” – nel caso di Pearl – questo sembra subire le influenze di un certo tipo di cinema italiano di genere anni ’70 e del filone dello slasher; Maxine, interpretata da una Mia Goth camaleontica e magnetica, dopo gli eventi di “X” si ritrova ad Hollywood dove si impegna attivamente per ottenere un ruolo in un film per il cinema, il sequel di un horror di successo, cercando di scrollarsi da dosso l’immagine della pornostar di richiamo in cui tutti la riconoscono.

All’interno di questa cornice estetica glamour dalle tinte pulp, si dirama una narrazione in cui un serial killer “Night Stalker” terrorizza la città degli angeli disseminando vittime lungo il cammino e che pare siano tutte, a loro modo, collegate alla nostra Maxine, che si vedrà costretta a divincolarsi tra le pressioni lavorative e la conseguente ossessione di raggiungere il successo e quelle della vita privata che ne mettono a repentaglio la sopravvivenza.

Il film scorre in maniera gradevole, scandendo bene i tre atti e presentando adeguatamente l’ambientazione metropolitana assieme ai rispettivi personaggi, delineando a conti fatti uno status quo sociale in cui vigono il bigottismo, il rapporto con la sessualità, la smania del successo e un interessante riflessione metaforica sul mondo dello spettacolo, tutti temi già ampiamente accennati nei capitoli precedenti e che qui vengono esplorati in modo più meticoloso, impersonificati nella figura del serial killer stesso (cosa che assumerà ancor più significato al momento della sua rivelazione)

Se però dal punto di vista estetico e della costruzione narrativa iniziale le critiche da rivolgere al film sono pressoché inesistenti, lo stesso non può dirsi della loro naturale prosecuzione che mostra il fianco nel non caratterizzare a pieno i personaggi presentati lungo il percorso, relegati con le dovute eccezioni ad ottimi figuranti dalle fattezze di richiamo e nel concedersi un po troppa superficialità nello sviscerare alcuni snodi nevralgici soprattutto sulle battute finali dove si palesano almeno un paio di falsi epiloghi diluendo una scrittura fino a quel momento a proprio modo ben distribuita.

Fortunatamente Ti West riesce a rattoppare gran parte dei difetti grazie ad uno stile di regia immersivo, una messa in scena appagante, citazioni raffinate, una scelta dei brani musicali tanto furba quanto funzionale e uno stile ben codificato all’interno non solo della trilogia ma della propria produzione filmica in generale, imprimendo alla pellicola un marchio altamente riconoscibile.

L’inquadratura finale parla chiaro definendo con ancor più forza il filo conduttore che lega tra di loro i tre diversi film e terminata la visione, la convinzione di aver assistito ad un operazione (parlando della trilogia in generale) abile nell’inserirsi in un contesto produttivo diversificando parzialmente la formula in un sistema costellato da sequel di brand di successo e horror a misura di pubblico, non potrà non far capitolino nella vostra testa.

Piaccia o non piaccia è innegabile che il progetto messo in piedi da Ti West abbia colto nel segno, ritagliandosi un piccolo spazio all’interno del circuito di genere e attirando l’attenzione di una fetta dello star system che gli ha permesso di inserire nel cast dell’ultimo film nomi illustri come quelli di Kevin Bacon, Bobby Cannavale, Michelle Monagh, Lily Collins, Elizabeth Debicki e Giancarlo Esposito, affiancandoli a quella che ha conti fatti possiamo considerare una nuova iconca dell’horror moderno… anche se forse dovremmo dire “le”.

Insomma, un gradevolissimo viaggio tra diverse epoche, diversi approcci, all’interno di un mondo caratterizzato da una forte matrice citazionista scaltra nel sapersi rendere a proprio modo originale segnando un punto di ripartenza del genere di riferimento in un momento in cui riuscire a concretizzarlo sembra essere una gigantesca chimera… evidentemente non per Maxine…

Jackie Soprano


Classe 1996 (esattamente come Scream) cresciuto col trauma per la morte di Mufasa, la profonda ammirazione verso i gangster scorsesiani e l’amore viscerale nei confronti delle femme fatale di hitchcockiana memoria. Amante della settima arte in ogni sua singola declinazione, dalle pietre miliari del cinema classico alle produzioni di largo consumo. Ricorderemo il mondo attraverso il cinema, diceva Bertolucci… come dargli torto, in fin dei conti?

Classe 1996 (esattamente come Scream) cresciuto col trauma per la morte di Mufasa, la profonda ammirazione verso i gangster scorsesiani e l’amore viscerale nei confronti delle femme fatale di hitchcockiana memoria. Amante della settima arte in ogni sua singola declinazione, dalle pietre miliari del cinema classico alle produzioni di largo consumo. Ricorderemo il mondo attraverso il cinema, diceva Bertolucci… come dargli torto, in fin dei conti?


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