Il grande ritorno firmato Tim Burton assume a tutti gli effetti le fattezze di un party funebre in qualsiasi delle sue accezioni più positive; una danza macabra e grottesca popolata da un insieme di corpi, perlopiù realizzati attraverso l’ausilio di effetti pratici e tangibili, che si muovono all’unisono ricreando in modo inaspettatamente convincente quell’atmosfera che ha fatto innamorare i fan più accaniti, e non, del cineasta statunitense.
Fin dai tempi dell’annuncio, il ritorno al mondo dello “spiritello porcello” (questa l’ignobile traduzione del sottotitolo attribuito al film dagli adattatori italiani) aveva fatto storcere il naso a non poche persone, tra chi aveva accolto la notizia come l’ennesima manovra di marketing, realizzata col preciso intento di cavalcare l’ondata produttiva che punta incessantemente allo sfruttamento dell’usato sicuro dei franchise di successo e tra coloro che non ritenevano Burton più conforme ai canoni qualitativi che avevano fatto la fortuna dei lavori più amati del regista.
Si fatica un po’, almeno nelle battute iniziali, ad entrare in sintonia con l’opera, dal momento in cui il ritorno a Winter River e la creazione dello status quo di partenza sembrano avere un approccio piuttosto tiepido e composto alla materia, quasi come se dietro la macchina da presa si celasse non tanto Burton quanto più un suo sfrenato sostenitore, con alcune soluzioni, sia registiche che narrative, fin troppo trattenute, come se il regista stesso volesse farci intendere forzatamente di trovarsi all’interno di un suo universo narrativo con il quale entrare immediatamente in sintonia.
Fortunatamente però, da un certo risvolto di trama specifico in poi, il film ingrana le marce catapultando lo spettatore all’interno di un turbinio di immagini in cui violenza cartoonesca, sangue e un utilizzo sapiente della componente comica grottesca, viaggiano in binomio con le esigenze di scrittura del prodotto, che a differenza di quello che si sarebbe potuto immaginare, non si limita a fare un semplice more of the same del primo capitolo, ma ne amplia invece il contesto narrativo all’interno del quale è inserito, concentrandosi per la maggior parte del tempo nella caratterizzazione del mondo dei morti, descritto con l’impronta bizzarra ed esondante che solo una mente come quella di Tim Burton è in grado di mettere in scena in quel modo.
I personaggi, sulle prime molto anonimi e alla ricerca disperata di inserirsi al centro dello storytelling, acquisiscono man mano la propria funzione adempiendo in modo coerente ai compiti richiesti dalla struttura filmica presentata dal progetto, ricollegandosi l’un l’altro lungo il minutaggio proposto, con un Michael Keaton (sopra le righe e autoironico come non mai) che, nonostante la bravura dei colleghi, titaneggia su tutti.
Ed è proprio qui che “Beetlejuice Beetlejuice” concentra la maggior parte della propria forza, spingendo i caratteri all’interno di un contesto estetico citazionista e stratificato, seppur appena accennato in molte delle sue componenti, a cooperare tra di loro in attesa del raggiungimento del punto di arrivo prefissato; improbabili alleanze, piccoli colpi di scena e sequenze all’insegna dell’esagerazione più sfrenata vengono inanellate una dietro l’altra proiettandoci con la mente e con gli occhi sopra una delle giostre più divertenti sulle quali possiate essere saliti nel corso di questa annata cinematografica.
Un testamento artistico, che getta sul piatto quelli che sembrano essere i piani a breve/lungo termine della poetica di Tim Burton, che nonostante a volte non convinca del tutto, adagiandosi comodamente sugli allori in più di qualche frangente, dimostra in modo divertente e divertito di essersela spassata alla grande, sbrogliandosi da qualsivoglia restringimento produttivo imposto e dimostrando per l’ennesima volta quanto la sua firma sia una certificazione di qualità garantita, sopratutto quando decide sapientemente di trasportarci all’interno di universo ben specifico e a lui più congeniale.
La morte non è mai stata così tanto affascinante, ma è proprio Burton in persona a metterci in guardia, dichiarando apertamente come quanto la fascinazione di un qualcosa o eventualmente la visione tossica e distorta della stessa, non debba in alcun modo distrarci e proiettarci oltre a ciò che di più prezioso e concreto disponiamo: la vita.
Jackie Soprano







