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Babygirl – Halina Reijin

La regista Halina Reijn torna a Venezia con un film targato A24 che si colloca più nel genere commedia erotica che in quello del thriller erotico. Questo lavoro segna il ritorno di Nicole Kidman sul grande schermo in un ruolo audace, che richiama in parte l’esperienza di “Eyes Wide Shut”, ma con un’attenzione più marcata alla tematica dell’erotismo e del potere. La regista sembra voler completare quel discorso, esplorando nuove sfaccettature del desiderio e dell’autodeterminazione femminile.

Il film non cerca di porre domande né di fornire risposte esplicite. A prima vista, potrebbe sembrare una riflessione sulla famosa “crisi di mezza età”, in cui i protagonisti cercano di recuperare un’infanzia perduta attraverso esperienze senza rimorsi né pensare alle conseguenze. Tuttavia, la regista scava più a fondo, esplorando quella parte nascosta della nostra mente che rimane dormiente per paura del giudizio altrui, ma che riemerge potentemente quando incontriamo qualcuno che è in grado di comprendere quei desideri. Il dualismo tra potere e moralità è presente, ma non si intreccia mai completamente nella narrazione: i due temi convivono parallelamente, consentendo al personaggio femminile di essere sia un esempio di successo professionale sia una figura moralmente ambigua, ribaltando la consueta concezione dell’abuso di potere, ponendo così la figura femminile al pari di quella maschile.

Nonostante l’erotismo pervada l’intero film, la pellicola non spinge mai davvero sull’acceleratore, evitando l’approccio psicologico intenso di un film come “Shame” con Michael Fassbender. Invece, l’erotismo è presentato come una pulsione inconscia, lasciando però nello spettatore la sensazione che si potesse osare di più. Una nota dolente è la ridondanza delle scene nel secondo atto: il tema viene ripetuto più volte, rendendo il film un po’ pesante. Una durata leggermente inferiore avrebbe sicuramente reso l’esperienza più piacevole.

Il personaggio interpretato da Harris Dickinson sembra quasi un fantasma, una figura evanescente che potrebbe rappresentare i pensieri più oscuri della Kidman, materializzati sullo schermo. In una pellicola che appare incerta nella sua realizzazione, il sonoro gioca un ruolo cruciale, diventando l’elemento chiave nel rappresentare il gioco di potere e le metafore filmiche. La regia alterna riprese fisse a momenti di camera a mano durante le scene di passione, creando un effetto di straniamento che culmina in un citazionismo pop, con riferimenti che vanno dai meme a film come “Velluto Blu”. Questi momenti creano un contrasto comico, spezzando l’atmosfera e spingendo lo spettatore alla risata.

Nel complesso, il film presenta un’idea interessante e coraggiosa, ma l’esecuzione incerta non riesce a colpire lo spettatore come forse avrebbe voluto, nel particolare l’esperienza filmica è dipendente dalle esperienze vissute e dalla relazione che lo spettatore ha con ciò che vede a schermo, rendendo quindi l’esperienza personale la chiave di comprensione del film.

Fabio Catalano

La regista Halina Reijn torna a Venezia con un film targato A24 che si colloca più nel genere commedia erotica che in quello del thriller erotico. Questo lavoro segna il ritorno di Nicole Kidman sul grande schermo in un ruolo audace, che richiama in parte l’esperienza di “Eyes Wide Shut”, ma con un’attenzione più marcata alla tematica dell’erotismo e del potere. La regista sembra voler completare quel discorso, esplorando nuove sfaccettature del desiderio e dell’autodeterminazione femminile.

Il film non cerca di porre domande né di fornire risposte esplicite. A prima vista, potrebbe sembrare una riflessione sulla famosa “crisi di mezza età”, in cui i protagonisti cercano di recuperare un’infanzia perduta attraverso esperienze senza rimorsi né pensare alle conseguenze. Tuttavia, la regista scava più a fondo, esplorando quella parte nascosta della nostra mente che rimane dormiente per paura del giudizio altrui, ma che riemerge potentemente quando incontriamo qualcuno che è in grado di comprendere quei desideri. Il dualismo tra potere e moralità è presente, ma non si intreccia mai completamente nella narrazione: i due temi convivono parallelamente, consentendo al personaggio femminile di essere sia un esempio di successo professionale sia una figura moralmente ambigua, ribaltando la consueta concezione dell’abuso di potere, ponendo così la figura femminile al pari di quella maschile.

Nonostante l’erotismo pervada l’intero film, la pellicola non spinge mai davvero sull’acceleratore, evitando l’approccio psicologico intenso di un film come “Shame” con Michael Fassbender. Invece, l’erotismo è presentato come una pulsione inconscia, lasciando però nello spettatore la sensazione che si potesse osare di più. Una nota dolente è la ridondanza delle scene nel secondo atto: il tema viene ripetuto più volte, rendendo il film un po’ pesante. Una durata leggermente inferiore avrebbe sicuramente reso l’esperienza più piacevole.

Il personaggio interpretato da Harris Dickinson sembra quasi un fantasma, una figura evanescente che potrebbe rappresentare i pensieri più oscuri della Kidman, materializzati sullo schermo. In una pellicola che appare incerta nella sua realizzazione, il sonoro gioca un ruolo cruciale, diventando l’elemento chiave nel rappresentare il gioco di potere e le metafore filmiche. La regia alterna riprese fisse a momenti di camera a mano durante le scene di passione, creando un effetto di straniamento che culmina in un citazionismo pop, con riferimenti che vanno dai meme a film come “Velluto Blu”. Questi momenti creano un contrasto comico, spezzando l’atmosfera e spingendo lo spettatore alla risata.

Nel complesso, il film presenta un’idea interessante e coraggiosa, ma l’esecuzione incerta non riesce a colpire lo spettatore come forse avrebbe voluto, nel particolare l’esperienza filmica è dipendente dalle esperienze vissute e dalla relazione che lo spettatore ha con ciò che vede a schermo, rendendo quindi l’esperienza personale la chiave di comprensione del film.

Fabio Catalano


Mi sono laureato in Cinema alla RUFA, ho proseguito con una magistrale in Filologia Moderna e un master in 3D Digital Production. Il mio percorso unisce tecnica, creatività e cultura visiva, e nasce da una passione: raccontare storie attraverso le immagini. Amo lavorare sul campo, curare l’inquadratura e dare forma a un racconto visivo preciso ed evocativo. In Ready to Rec porto questa visione, con l’obiettivo di crescere sempre e trasformare la mia passione in progetti che parlino davvero a chi guarda.

Mi sono laureato in Cinema alla RUFA, ho proseguito con una magistrale in Filologia Moderna e un master in 3D Digital Production. Il mio percorso unisce tecnica, creatività e cultura visiva, e nasce da una passione: raccontare storie attraverso le immagini. Amo lavorare sul campo, curare l’inquadratura e dare forma a un racconto visivo preciso ed evocativo. In Ready to Rec porto questa visione, con l’obiettivo di crescere sempre e trasformare la mia passione in progetti che parlino davvero a chi guarda.


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