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IDDU – L’ULTIMO PADRINO – FABIO GRASSADONIA E ANTONIO PIAZZA

“La realtà è un punto di partenza, non una destinazione”

Con questa frase si apre “Iddu – L’ultimo padrino”, terzo film della coppia di registi Grassadonia e Piazza, che tornano a narrare le vicende di Cosa Nostra a sette anni da “Sicilian Ghost Story”.

E come per il film precedente, scelgono di farlo attraverso l’onirismo, il distacco dalla cronaca e dal “realismo” in senso stretto, costruendo personaggi e situazioni liberamente ispirati al periodo di latitanza di Matteo Messina Denaro, boss mafioso tra i più importanti e pericolosi, in cui si verificò lo scambio di “pizzini” con Antonio Vaccarino (collaboratore dell’SISDE ed ex sindaco di Castevetrano, già condannato per associazione mafiosa), raccolto poi nel libro “Lettere a Svetonio” (2008, a cura di S. Mugno).

I registi non solo scelgono di costruire personaggi differenti da quelli reali intorno a Messina Denaro, ma costruiscono la sua identità tramite sogni e ricordi del passato: queste sequenze dalla splendida fotografia, come poi tutta la costruzione del film, vertono su due concetti fondamentali.

Il rapporto padre-figlio e una visione quasi religiosa, contrapposta al puro razionalismo, nella concezione dei “valori mafiosi”.

2004: Catullo Palumbo (Toni Servillo), detto Preside, esce di galera, dove ha scontato sei anni di reclusione per associazione mafiosa e ritorna nel paese d’origine. Qui scopre di aver perso tutto, sia in termini economici, che sociali. Sbeffeggiato dalla moglie Elvira, afflitto dalla relazione della figlia con Pino, bidello poco sveglio, da cui aspetta un figlio, incapace di rassegnarsi alla propria situazione, convinto della propria intelligenza sopraffina, Palumbo si trova ad accettare di collaborare con i servizi segreti per permettere la cattura del figlioccio, il boss latitante Matteo Messina Denaro (Elio Germano). Per portarlo allo scoperto inizia uno scambio di lettere, i cosiddetti “pizzini”, in cui Catullo intuisce quanto sia importante la figura paterna per il capo Mafia, che ha da poco perso il padre Gaetano. Con l’aiuto dell’investigatrice Rita Mancuso (Daniela Manna), queste lettere portano allo scoperto memorie e sogni del boss, in cui ricostruiamo un sistema valoriale di Cosa Nostra di cui, in qualche modo, Messina Denaro ha rappresentato un punto di rottura.

Il film racconta storie di padri e figli, che si ripetono non solo nella ricostruzione fittizia dell’iniziazione al crimine di Matteo da parte del padre Gaetano, ma anche nella rabbia della sorella Stefania (altro personaggio immaginario) esclusa dalla guida della famiglia, nel rapporto di Catullo stesso con Pino, genero che vorrebbe essere figlio putativo di un suocero che lo considera intellettualmente inferiore, nella figura del piccolo Gaetanino, figlio illegittimo di Messina Denaro, rifiutato dal padre ma non dalla zia, che scrive un tema al genitore sconosciuto in occasione della Festa del Papà.

Il boss rivendica il fatto di non essere il proprio padre e di non aver mai voluto figli, ma nel contempo viene manipolato da Palumbo che, nelle sue missive, fa risuonare nella mente del latitante prima la figura del padre Gaetano e poi quella del figlio non riconosciuto. Ma la visione del futuro di Matteo Messina Denaro non riesce mai a rientrare nel sistema valoriale della famiglia, della paternità. Il suo sguardo è ben più cinico.

Tramite riferimenti biblici, emerge una visione della vita come elemento futile, fatto unicamente di malvagità. Dove “Iddu”, come il boss viene chiamato, si eleva ad una posizione divina, in cui il futuro è pura degenerazione, dove la fede non è consolatoria, ma solo la vendetta e il sangue possono esserlo. Nell’ultima lettera a Catullo, egli si eleva a forza giudicante, sempiterna, onnipresente. Il “Pupo”, preziosissimo reperto storico che la famiglia si tramanda di generazione in generazione, senza mai venderlo (non si tratta di soldi, ma di un’eredità ben più pesante), finisce dalle mani di Matteo ad un Museo, quasi tale sistema di valori malavitosi fosse ormai un reperto del passato. Simbolo di un dogma che il boss è destinato a rompere, superando la venerazione per il proprio padre.

L’interpretazione di Elio Germano è straordinaria, riporta la figura di cronaca ad un livello più umano (e in questo senso ancor più disumano nella sua reale storia criminale). Toni Servillo, dal canto suo, restituisce al meglio un personaggio meno stratificato, forse eccessivamente razionalizzato al di là delle proprie paure per sé stesso.

Nonostante l’ottima regia e fotografia e una buona colonna sonora, composta da Colapesce ispirandosi ai film di Petri e Germi, “Iddu – l’ultimo padrino” non riesce a toccare gli apici lirici di “Sicilian Ghost Story”, rivelandosi più statico nel racconto dei personaggi e della vicenda, lasciando che l’aulica costruzione tematica prenda il sopravvento sul ritmo e il pathos della storia.

Certamente un buon film a cui, però, come per il puzzle costruito da Matteo Messina Denaro nel corso di tutta la pellicola, alla fine manca un pezzo per essere davvero completo.

Andrea Brena

“La realtà è un punto di partenza, non una destinazione”

Con questa frase si apre “Iddu – L’ultimo padrino”, terzo film della coppia di registi Grassadonia e Piazza, che tornano a narrare le vicende di Cosa Nostra a sette anni da “Sicilian Ghost Story”.

E come per il film precedente, scelgono di farlo attraverso l’onirismo, il distacco dalla cronaca e dal “realismo” in senso stretto, costruendo personaggi e situazioni liberamente ispirati al periodo di latitanza di Matteo Messina Denaro, boss mafioso tra i più importanti e pericolosi, in cui si verificò lo scambio di “pizzini” con Antonio Vaccarino (collaboratore dell’SISDE ed ex sindaco di Castevetrano, già condannato per associazione mafiosa), raccolto poi nel libro “Lettere a Svetonio” (2008, a cura di S. Mugno).

I registi non solo scelgono di costruire personaggi differenti da quelli reali intorno a Messina Denaro, ma costruiscono la sua identità tramite sogni e ricordi del passato: queste sequenze dalla splendida fotografia, come poi tutta la costruzione del film, vertono su due concetti fondamentali.

Il rapporto padre-figlio e una visione quasi religiosa, contrapposta al puro razionalismo, nella concezione dei “valori mafiosi”.

2004: Catullo Palumbo (Toni Servillo), detto Preside, esce di galera, dove ha scontato sei anni di reclusione per associazione mafiosa e ritorna nel paese d’origine. Qui scopre di aver perso tutto, sia in termini economici, che sociali. Sbeffeggiato dalla moglie Elvira, afflitto dalla relazione della figlia con Pino, bidello poco sveglio, da cui aspetta un figlio, incapace di rassegnarsi alla propria situazione, convinto della propria intelligenza sopraffina, Palumbo si trova ad accettare di collaborare con i servizi segreti per permettere la cattura del figlioccio, il boss latitante Matteo Messina Denaro (Elio Germano). Per portarlo allo scoperto inizia uno scambio di lettere, i cosiddetti “pizzini”, in cui Catullo intuisce quanto sia importante la figura paterna per il capo Mafia, che ha da poco perso il padre Gaetano. Con l’aiuto dell’investigatrice Rita Mancuso (Daniela Manna), queste lettere portano allo scoperto memorie e sogni del boss, in cui ricostruiamo un sistema valoriale di Cosa Nostra di cui, in qualche modo, Messina Denaro ha rappresentato un punto di rottura.

Il film racconta storie di padri e figli, che si ripetono non solo nella ricostruzione fittizia dell’iniziazione al crimine di Matteo da parte del padre Gaetano, ma anche nella rabbia della sorella Stefania (altro personaggio immaginario) esclusa dalla guida della famiglia, nel rapporto di Catullo stesso con Pino, genero che vorrebbe essere figlio putativo di un suocero che lo considera intellettualmente inferiore, nella figura del piccolo Gaetanino, figlio illegittimo di Messina Denaro, rifiutato dal padre ma non dalla zia, che scrive un tema al genitore sconosciuto in occasione della Festa del Papà.

Il boss rivendica il fatto di non essere il proprio padre e di non aver mai voluto figli, ma nel contempo viene manipolato da Palumbo che, nelle sue missive, fa risuonare nella mente del latitante prima la figura del padre Gaetano e poi quella del figlio non riconosciuto. Ma la visione del futuro di Matteo Messina Denaro non riesce mai a rientrare nel sistema valoriale della famiglia, della paternità. Il suo sguardo è ben più cinico.

Tramite riferimenti biblici, emerge una visione della vita come elemento futile, fatto unicamente di malvagità. Dove “Iddu”, come il boss viene chiamato, si eleva ad una posizione divina, in cui il futuro è pura degenerazione, dove la fede non è consolatoria, ma solo la vendetta e il sangue possono esserlo. Nell’ultima lettera a Catullo, egli si eleva a forza giudicante, sempiterna, onnipresente. Il “Pupo”, preziosissimo reperto storico che la famiglia si tramanda di generazione in generazione, senza mai venderlo (non si tratta di soldi, ma di un’eredità ben più pesante), finisce dalle mani di Matteo ad un Museo, quasi tale sistema di valori malavitosi fosse ormai un reperto del passato. Simbolo di un dogma che il boss è destinato a rompere, superando la venerazione per il proprio padre.

L’interpretazione di Elio Germano è straordinaria, riporta la figura di cronaca ad un livello più umano (e in questo senso ancor più disumano nella sua reale storia criminale). Toni Servillo, dal canto suo, restituisce al meglio un personaggio meno stratificato, forse eccessivamente razionalizzato al di là delle proprie paure per sé stesso.

Nonostante l’ottima regia e fotografia e una buona colonna sonora, composta da Colapesce ispirandosi ai film di Petri e Germi, “Iddu – l’ultimo padrino” non riesce a toccare gli apici lirici di “Sicilian Ghost Story”, rivelandosi più statico nel racconto dei personaggi e della vicenda, lasciando che l’aulica costruzione tematica prenda il sopravvento sul ritmo e il pathos della storia.

Certamente un buon film a cui, però, come per il puzzle costruito da Matteo Messina Denaro nel corso di tutta la pellicola, alla fine manca un pezzo per essere davvero completo.

Andrea Brena


Biografia Andrea Brena

Biografia Andrea Brena


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