Il mare scroscia tra le rocce, un orizzonte incerto dove il cielo grigio si confonde con l’acqua. Il vento fischia tra le creste frastagliate, le onde si infrangono con un ritmo irregolare, e il faro si erge verticale, severo e minaccioso. Il vecchio avanza tra la schiuma, i passi pesanti, il corpo piegato dal vento, la barba e i capelli scompigliati come bandiere capovolte. Ogni movimento è rituale eppure imprevedibile, la sua presenza già carica di tensione e autorità. La voce cavernosa emerge tra il fragore, un dialetto antico che vibra come un incantesimo, e il vento sembra restituirgli un eco inquietante.
Il ragazzo viene trascinato dalla corrente verso la costa, i piedi affondano nel fango bagnato, le mani si aggrappano alle rocce scivolose. Il contrasto tra i due uomini si manifesta negli sguardi: la calma inquietante del vecchio contro l’angoscia e la vulnerabilità del ragazzo, immerso in un mondo che già lo sovrasta. Il bianco e nero scolpisce ogni superficie: il legno bagnato, la pietra ruvida, il ferro arrugginito; le ombre si allungano, tagliano i volti e amplificano l’isolamento.
Il faro domina lo spazio, costringendo i corpi in un rapporto quasi claustrofobico. Ogni scricchiolio delle scale metalliche, ogni colpo del vento, ogni spruzzo dell’oceano diventa parte della scena, come se il mondo intero partecipasse al rituale di accoglienza e minaccia. I due uomini si fronteggiano, la distanza tra loro e la loro gerarchia già evidente nei gesti, nei respiri, nel modo in cui i passi risuonano sulle rocce.
E mentre il giovane sale verso il faro, l’aria diventa densa di attesa: il rumore del mare sembra scandire il tempo, ogni movimento è amplificato dal silenzio tra le onde, e la luce che filtra tra le nuvole dipinge linee nette sulle pareti, creando geometrie quasi minacciose. Il luogo è vivo, ostile e ipnotico, un microcosmo dove i confini tra realtà, mito e follia si dissolvono già nei primi minuti…
Dopo l’abbacinante esordio con The Witch (2015), Robert Eggers torna dietro la macchina da presa con The Lighthouse e conferma d’essere una delle voci più singolari del panorama contemporaneo. Presentato nel 2019 alla Quinzaine di Cannes e approdato in Italia nel momento peggiore possibile – l’uscita coincidente con la chiusura delle sale causa pandemia – il film ha conosciuto il destino di tanti titoli sfortunati, confinato allo streaming (disponibile su Amazon Prime Video e poi MUBI), privato della sala che più di ogni altra avrebbe reso giustizia alla sua potenza visiva e sonora. È un vero peccato, perché The Lighthouse chiede buio e pareti alte intorno allo spettatore, per affogarlo nella claustrofobia e nel fragore dell’oceano che Eggers orchestra con rigore maniacale.
Girato in un suggestivo bianco e nero 35mm, con l’ormai inseparabile direttore della fotografia Jarin Blaschke, il film stringe ulteriormente il formato in un 1.19:1 che schiaccia i corpi nello spazio dell’inquadratura, come i due protagonisti costretti nel faro. Questo rapporto quasi quadrato amplifica la texture delle superfici e rende tangibile la pesantezza dei personaggi, mentre le ombre nette e il contrasto accentuato sottolineano le tensioni psicologiche. Thomas Wake (Willem Dafoe) e Ephraim Wilson (Robert Pattinson) reggono sulle loro spalle l’intero film: l’uno, un vecchio marinaio dall’occhio spiritato e la voce cavernosa che riecheggia di Moby Dick e di capitani maledetti; l’altro, un giovane guardiano in fuga da un passato oscuro, rabbioso e vulnerabile. Ogni scambio di sguardi, ogni esitazione, ogni furia improvvisa diventa detonatore di tensione, reso ancora più palpabile dalla scelta di primi piani strettissimi e di inquadrature fisse che lasciano agli attori tutto lo spazio per dominare la scena.
La potenza registica di Eggers emerge nell’uso quasi ascetico del dialogo: campo, controcampo e piani d’ascolto costruiscono un tessuto drammatico che amplifica la violenza verbale e psicologica. L’assenza di virtuosismi visivi diventa virtuosismo massimo: il film vive nello spazio invisibile tra chi parla e chi ascolta, in quella sospensione che lascia sedimentare le parole e avvelena il silenzio, modulato dal montaggio calibrato al ritmo delle voci e delle pause.
L’apparato sonoro, costruito come un personaggio a sé, accompagna e amplifica l’ossessione dei due protagonisti. Il vento che sferza, le onde che si infrangono sulle rocce, lo stridio dei gabbiani, i passi affondati nel fango e soprattutto la sirena del faro, cupa e regolare come il rintocco di una condanna, scandiscono il tempo e deformano la percezione. Mark Korven rinuncia quasi del tutto alla melodia, scegliendo risonanze e vibrazioni che si confondono con i rumori naturali. E quando il fragore si interrompe, il silenzio assoluto diventa esso stesso minaccia, un’assenza che schiaccia quanto il boato costante dell’oceano.
Accanto a questa costruzione emerge la straordinaria attenzione alla lingua. Il dialetto marinaresco che Willem Dafoe snocciola con inflessione antica – ricostruito filologicamente da Eggers e dal fratello Max attraverso diari di bordo, ballate e cronache ottocentesche – è stratificato, denso, a tratti incomprensibile, conferendo al film una musicalità unica. Pattinson, al contrario, parla con un accento più moderno e scabro, a sottolineare la distanza generazionale e sociale tra i due. Le frasi fiorite e grandiloquenti di Dafoe pesano come incantesimi, mentre le risposte secche e rabbiose di Pattinson suonano come scarti, tentativi di resistere a un linguaggio che lo sovrasta. La disposizione dei microfoni e la cura nel catturare ogni sfumatura di tono rendono questo duello linguistico quasi fisico.
Ecco dunque che l’identità dei due uomini si dissolve e si ricompone tra la luce e le ombre del faro. Ephraim Winslow e Thomas Wake non sono solo guardiani: sono figure sospese tra ciò che erano e ciò che credono di essere, frammenti di memorie che riaffiorano tra il frastuono del mare e il vento che ulula come voce di un passato indomabile. Ogni racconto, ogni storia che uno pronuncia, diventa specchio e trappola: si può credere a Wake, alla sua autorità e ai suoi miti, oppure dubitare, sentire il peso dell’inganno, ma nulla resta certo, e il dubbio diventa forma di isolamento tanto quanto la prigionia fisica del faro.
Il passato si insinua ovunque: nelle parole, negli oggetti, nei gesti rituali che sembrano ripetere segreti antichi. Winslow porta con sé ombre di memorie incompiute, colpe che non osa nominare, mentre Wake sembra incarnare una continuità implacabile, custode dei racconti e dei miti che definiscono il mare e l’uomo. Ma anche la storia di Wake si dissolve tra la nebbia e il vento, e la verità si mescola alla leggenda, fino a rendere impossibile distinguere ciò che è reale da ciò che è evocato.
Credere o non credere diventa un atto corporeo: gli occhi che scrutano il mare, le mani che afferrano corde e scale, il corpo che trema al suono della sirena. Le storie si sovrappongono e si contaminano, trasformando ogni parola in un enigma. E nell’eco delle leggende, dei racconti marinari e delle invettive antiche, l’identità stessa dei protagonisti sembra liquefarsi, come se il faro non illuminasse soltanto l’orizzonte, ma scavasse dentro di loro, costringendoli a confrontarsi con ciò che erano, con ciò che sono, e con ciò che temono di diventare.
Il tempo del passato non è lineare: è un vortice, un mare invisibile che ribolle sotto i piedi, dove le colpe e i desideri riaffiorano come onde improvvise. In questo spazio sospeso, il dubbio, il mito e la memoria si intrecciano, e il confine tra identità e finzione diventa sottile, quasi impercettibile, come il confine tra il mare e il cielo in tempesta.
Per chi dovesse avere occhi e orecchie allenate a cinema d’altri tempi, a deliri paranoidi d’altri luoghi e cinematografie, qui – rispetto forse a The Witch – la genealogia europea di Eggers emerge ancora più evidente. Il rigore pittorico di Dreyer, la fissità carica di tensione di Bergman, l’ossessione espressivo-paesaggistica di Herzog e perfino il realismo ascetico di Bresson si affacciano nelle inquadrature e nel montaggio. Rispetto a The Witch, i rimandi qui sono più espliciti, un dialogo tra autori che mostra le fonti senza sacrificare la mano sicura del regista.
Il tessuto iconografico è denso di rimandi: dalle sirene e tritoni dell’immaginario marittimo classico al Prometeo punito per la hybris, fino alle ombre di Omero, Melville e Poe che infestano l’isola – tralasciando l’oramai onnipresente e qui tanto ammiccante quanto inutile riferimento tentacolare al celebre dio di Lovecrafrt. L’elemento mitologico diventa metafora di ossessioni e rapporti di potere, con la luce come oggetto proibito e divino, fonte di verità e follia insieme. La disposizione dei personaggi nello spazio, le linee architettoniche del faro e i movimenti di macchina contribuiscono a creare una tensione psicologica costante, rendendo la costruzione scenica parte integrante della narrazione.
Ed è forse qui che The Lighthouse mostra la sua ambivalente natura: laddove The Witch viveva di asciuttezza e silenzi, questa seconda prova indulge talvolta in movimenti di macchina e derive simboliche che sfiorano il ludico, l’eccesso per l’eccesso. I carrelli minimi, dollies ridotti e piani sequenza brevi creano un effetto di instabilità visiva che riflette lo squilibrio psicologico dei personaggi.
Resta però innegabile che The Lighthouse sia un’opera di rara intensità, capace di evocare fantasmi marini e allucinazioni senza effetti speciali, solo con immagini scolpite e voci spezzate. Un film che si guarda come un incubo inciso nella roccia, sospeso tra mito e realtà. La precisione di fotografia, suono e regia tiene insieme il barocco visionario del film, governando senza soffocare la forza creativa.
E se The Witch lo aveva imposto come regista da seguire con attenzione, The Lighthouse ribadisce la grandezza ma insinua un timore: che tanto talento, senza un necessario argine, possa farsi prigione. Come i suoi guardiani, Eggers oscilla tra la disciplina del custode e la vertigine della luce proibita.







