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Ghost Elephants – Werner Herzog

Altopiano dell’Angola. Africa meridionale. Un viaggio scientifico e spirituale alla ricerca di creature pachidermiche che indisturbate vagano fra le lande desolate di un luogo protetto dal tempo. Werner Herzog filma la spedizione di Steve Boyes, un biologo che da quasi dieci anni è sulle tracce dei leggendari elefanti fantasma, che a differenza dei loro simili sembrano avere caratteristiche genetiche uniche e ancora non documentate. Come il famoso esemplare esposto dal 1959 nel museo Smithsonian a Washington D.C, Harry the Elephant, il più grande esemplare mai registrato, gli “elefanti fantasma” raggiungono dimensioni ben più imponenti di quelle radicate nell’immaginario collettivo.

È quindi sulle tracce di questi elusivi giganti che prende forma un viaggio profondamente simbolico e meditativo attraverso cui Herzog sottoscrive il primordiale legame che unisce la natura umana a quella animale; lo spirito al corpo; la mente alla carne. Seppur non si stia discutendo di un documentario inattaccabile, l’estro del regista tedesco – che a 82 anni ha vissuto in prima persona e per settimane una vera e propria odissea immerso nella natura più selvaggia dell’Africa meridionale – rimane indiscusso tanto nella forma quanto nella sostanza. Al netto di un ritmo – è proprio il caso di dirlo – pachidermico, costellato da meravigliose coperture che però rallentano non poco lo scorrere degli eventi, diverse volte si avverte la sensazione che si sia provato a costruire il più possibile la preparazione al viaggio anziché porre l’accento sul viaggio stesso, probabilmente perchè nella pratica il raggiungimento dell’obbiettivo è stato più veloce e meno epico di quanto, in fase di ripresa, non si pensasse. Si arriva quindi ad avvertire un poco piacevole scollamento fra la prima e la seconda parte, che però non inficia il senso ultimo di una pellicola comunque densa di immagini e simboli di indiscutibile potenza. Herzog ha cambiato il modo di documentare la realtà attraverso l’immagine e Ghost Elephants ne è solo l’ennesima, superflua conferma.

Altopiano dell’Angola. Africa meridionale. Un viaggio scientifico e spirituale alla ricerca di creature pachidermiche che indisturbate vagano fra le lande desolate di un luogo protetto dal tempo. Werner Herzog filma la spedizione di Steve Boyes, un biologo che da quasi dieci anni è sulle tracce dei leggendari elefanti fantasma, che a differenza dei loro simili sembrano avere caratteristiche genetiche uniche e ancora non documentate. Come il famoso esemplare esposto dal 1959 nel museo Smithsonian a Washington D.C, Harry the Elephant, il più grande esemplare mai registrato, gli “elefanti fantasma” raggiungono dimensioni ben più imponenti di quelle radicate nell’immaginario collettivo.

È quindi sulle tracce di questi elusivi giganti che prende forma un viaggio profondamente simbolico e meditativo attraverso cui Herzog sottoscrive il primordiale legame che unisce la natura umana a quella animale; lo spirito al corpo; la mente alla carne. Seppur non si stia discutendo di un documentario inattaccabile, l’estro del regista tedesco – che a 82 anni ha vissuto in prima persona e per settimane una vera e propria odissea immerso nella natura più selvaggia dell’Africa meridionale – rimane indiscusso tanto nella forma quanto nella sostanza. Al netto di un ritmo – è proprio il caso di dirlo – pachidermico, costellato da meravigliose coperture che però rallentano non poco lo scorrere degli eventi, diverse volte si avverte la sensazione che si sia provato a costruire il più possibile la preparazione al viaggio anziché porre l’accento sul viaggio stesso, probabilmente perchè nella pratica il raggiungimento dell’obbiettivo è stato più veloce e meno epico di quanto, in fase di ripresa, non si pensasse. Si arriva quindi ad avvertire un poco piacevole scollamento fra la prima e la seconda parte, che però non inficia il senso ultimo di una pellicola comunque densa di immagini e simboli di indiscutibile potenza. Herzog ha cambiato il modo di documentare la realtà attraverso l’immagine e Ghost Elephants ne è solo l’ennesima, superflua conferma.


Sono Federico Cenni, fondatore di ReadyToRec, un capriccio senza futuro concentrato sul cinema e nato nel 2021 durante una serata di totale perdizione e rammarico. Solo che poi un futuro l’ha avuto. Mi sono diplomato alla Romeur Academy nel 2014 e ho studiato regia presso l’Action Academy nel 2021.
La passione per il cinema sboccia in giovane età, subito dopo essermi lasciato affascinare da Il Gigante Di Ferro, che coincide con la mia prima esperienza in sala e con il miglior film d’animazione mai partorito da mente umana.
Voglio trasformare questa passione in una realtà affermata attraverso ReadyToRec e tutti i suoi mirabili membri.

Sono Federico Cenni, fondatore di ReadyToRec, un capriccio senza futuro concentrato sul cinema e nato nel 2021 durante una serata di totale perdizione e rammarico. Solo che poi un futuro l’ha avuto. Mi sono diplomato alla Romeur Academy nel 2014 e ho studiato regia presso l’Action Academy nel 2021.
La passione per il cinema sboccia in giovane età, subito dopo essermi lasciato affascinare da Il Gigante Di Ferro, che coincide con la mia prima esperienza in sala e con il miglior film d’animazione mai partorito da mente umana.
Voglio trasformare questa passione in una realtà affermata attraverso ReadyToRec e tutti i suoi mirabili membri.


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