Grande e grosso, eppure così fragile. È questa la contraddizione che Bennie Safdie vuole raccontare attraverso la sua “macchina distruttrice”, incarnata da un sorprendente Dwayne “The Rock” Johnson.
Il film ci porta alle origini della UFC, oggi simbolo mondiale delle arti marziali miste e macchina milionaria, ma nata in un contesto ben diverso: agli inizi, i guadagni erano scarsi e a salire sul ring erano uomini disposti a mettere in gioco molto più del proprio fisico.
La narrazione segue i pionieri di questo sport, tentando di scavare nel lato emotivo della loro vicenda. Il risultato, però, rimane a metà strada: ci mostra alti e bassi, luci e ombre, ma non riesce a colpire fino in fondo. Rimane comunque vivo il fascino di un’epoca in cui il combattimento era anche un gesto esistenziale per esprimere i propri sentimenti laddove le parole non arrivano.
Sul piano registico, la mano di Benny Safdie si fa sentire: la fotografia ruvida targata A24, la camera a spalla che non molla mai gli attori, l’immersione totale nei momenti più intensi. È uno stile che conosciamo e apprezziamo, capace di generare interpretazioni memorabili come accadde in Good Time e Diamanti Grezzi.
E qui sta la vera sorpresa: un Dwayne Johnson che abbandona i toni da action e family movie per mostrare un lato inedito, dolce e vulnerabile. Una trasformazione che convince e apre nuove prospettive sulla sua carriera.
Accanto a lui, Emily Blunt porta spessore e complessità a una relazione segnata da crepe profonde: quelle che, anche se provi a ricomporle, restano lì a ricordarti che se non riesci a fare pace con te stesso, non potrai mai stare davvero bene con chi ami.
In definitiva, il film di Benny Safdie non è perfetto, ma riesce a restituirci la fragilità nascosta dietro la forza bruta. È un ritratto umano che ci ricorda come, anche dentro la gabbia più dura, quello che si gioca davvero è sempre il cuore.







