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In The Hand of Dante – Julian Schnabel

Dal momento esatto in cui è stato annunciato fuori concorso alla Mostra di quest’anno a Venezia, “In The Hand Of Dante” è divenuto subito oggetto di polemiche e chiacchiericcio; dapprima per via del cast coinvolto e le relative foto promozionali ad esso associate che lasciavano presagire una sorta di effetto uncanney valley, subito dopo a causa dei leak che hanno imbrigliato il prodotto all’interno della rete dello streaming illegale, dove chi lo aveva visto anticipatamente, aveva lasciato presagire un disastro produttivo su larga scala.


Il film di Julian Schnabel, che non realizzava un lungometraggio dai tempi di “At Eternity’s Gate”, lavora su due piani temporali diversi: il presente, caratterizzato da una forte impronta noir, e il passato, in cui ci mostra il cast principale dei protagonisti catapultati in vesti differenti durante il periodo in cui Dante lavorò alla Divina Commedia.
Il lavoro di Schnabel, che si serve di una regia puntuale ed elegante, si impone di dare una consecutio narrativa che leghi tra di loro due epoche differenti con l’intento di riflettere in maniera dissacrante sul ruolo della poesia in contesti storici agli antipodi.


Non è certo lasciata al caso la decisione di andare controcorrente servendosi del colore nel momento in cui ci viene raccontata la genesi del poema durante il 1300 e del bianco e nero per descrivere invece le rocambolesche avventure ambientate nel presente dove Joe Black (John Malkovich), dopo essersi impossessato di alcune pagine che si crede siano i manoscritti originali su cui Dante scrisse la Divina Commedia in origine, incarica Nick (Oscar Isaac) affiancandolo al gangster Louie (Gerard Butler) di intraprendere un viaggio affinché se ne possa avvalorare l’autenticità, trascinandoli all’interno di un vortice di eventi lastricato di tradimenti, sangue e morte.
Da qui sembra evidente, l’intento di Schnabel, di lavorare di antitesi mettendo in netta contrapposizione dal punto di vista estetico il valore della poesia nel passato e la sua inevitabile decostruzione nell’epoca contemporanea dove l’elemento artistico non diventa più veicolo di emozioni e sede di riflessione quanto piuttosto l’innesto per permettere alla natura capitalista di germogliare indisturbata.


Se la forma non lascia certo a desiderare, gli intenti sono evidenti e per certi versi nobili nella loro semplicità, è in realtà la sceneggiatura a rappresentare l’elemento deficitario all’interno dell’operazione, che dopo un prologo interessante e una costruzione iniziale filtrata in maniera solida e soddisfacente, inizia man mano ad affievolirsi creando una permanente sensazione di spaesamento e comicità involontaria che depotenzia in essere tutte le risorse a propria disposizione che avrebbero potuto (e dovuto) canalizzare la narrazione verso un punto di arrivo più puntuale e coerente.


Gli attori se la cavano (sebbene per Gal Gadot andrebbe fatto un discorso apparte), l’aspetto formale fa di tutto per tenere in piedi l’impalcatura ma è evidente che qualcosa, all’interno del delirio partorito dalla mente di Schnabel e soci, sia sfuggito al controllo rendendo il prodotto finale un operazione bizzarra in grado di suscitare simpatia proprio in virtù dei difetti che manifesta piuttosto che per evidenti meriti artistici.
Sarà interessante, dato che al Lido pare aver diviso in maniera insolita indirizzando il film verso una curva di apprezzamento piuttosto equilibrata, intercettare le reazioni del pubblico pagante una volta che il film verrà proiettato nelle sale di tutto il mondo; potrebbe rivelarsi l’occasione migliore per poterci interrogare tutti insieme sui reali obiettivi dell’operazione, o per decretare in via definitiva, il funerale artistico di un prodotto non riuscito ma che continuerà nel tempo a far parlare di se, e a suo modo, a farsi volere bene.

Dal momento esatto in cui è stato annunciato fuori concorso alla Mostra di quest’anno a Venezia, “In The Hand Of Dante” è divenuto subito oggetto di polemiche e chiacchiericcio; dapprima per via del cast coinvolto e le relative foto promozionali ad esso associate che lasciavano presagire una sorta di effetto uncanney valley, subito dopo a causa dei leak che hanno imbrigliato il prodotto all’interno della rete dello streaming illegale, dove chi lo aveva visto anticipatamente, aveva lasciato presagire un disastro produttivo su larga scala.


Il film di Julian Schnabel, che non realizzava un lungometraggio dai tempi di “At Eternity’s Gate”, lavora su due piani temporali diversi: il presente, caratterizzato da una forte impronta noir, e il passato, in cui ci mostra il cast principale dei protagonisti catapultati in vesti differenti durante il periodo in cui Dante lavorò alla Divina Commedia.
Il lavoro di Schnabel, che si serve di una regia puntuale ed elegante, si impone di dare una consecutio narrativa che leghi tra di loro due epoche differenti con l’intento di riflettere in maniera dissacrante sul ruolo della poesia in contesti storici agli antipodi.


Non è certo lasciata al caso la decisione di andare controcorrente servendosi del colore nel momento in cui ci viene raccontata la genesi del poema durante il 1300 e del bianco e nero per descrivere invece le rocambolesche avventure ambientate nel presente dove Joe Black (John Malkovich), dopo essersi impossessato di alcune pagine che si crede siano i manoscritti originali su cui Dante scrisse la Divina Commedia in origine, incarica Nick (Oscar Isaac) affiancandolo al gangster Louie (Gerard Butler) di intraprendere un viaggio affinché se ne possa avvalorare l’autenticità, trascinandoli all’interno di un vortice di eventi lastricato di tradimenti, sangue e morte.
Da qui sembra evidente, l’intento di Schnabel, di lavorare di antitesi mettendo in netta contrapposizione dal punto di vista estetico il valore della poesia nel passato e la sua inevitabile decostruzione nell’epoca contemporanea dove l’elemento artistico non diventa più veicolo di emozioni e sede di riflessione quanto piuttosto l’innesto per permettere alla natura capitalista di germogliare indisturbata.


Se la forma non lascia certo a desiderare, gli intenti sono evidenti e per certi versi nobili nella loro semplicità, è in realtà la sceneggiatura a rappresentare l’elemento deficitario all’interno dell’operazione, che dopo un prologo interessante e una costruzione iniziale filtrata in maniera solida e soddisfacente, inizia man mano ad affievolirsi creando una permanente sensazione di spaesamento e comicità involontaria che depotenzia in essere tutte le risorse a propria disposizione che avrebbero potuto (e dovuto) canalizzare la narrazione verso un punto di arrivo più puntuale e coerente.


Gli attori se la cavano (sebbene per Gal Gadot andrebbe fatto un discorso apparte), l’aspetto formale fa di tutto per tenere in piedi l’impalcatura ma è evidente che qualcosa, all’interno del delirio partorito dalla mente di Schnabel e soci, sia sfuggito al controllo rendendo il prodotto finale un operazione bizzarra in grado di suscitare simpatia proprio in virtù dei difetti che manifesta piuttosto che per evidenti meriti artistici.
Sarà interessante, dato che al Lido pare aver diviso in maniera insolita indirizzando il film verso una curva di apprezzamento piuttosto equilibrata, intercettare le reazioni del pubblico pagante una volta che il film verrà proiettato nelle sale di tutto il mondo; potrebbe rivelarsi l’occasione migliore per poterci interrogare tutti insieme sui reali obiettivi dell’operazione, o per decretare in via definitiva, il funerale artistico di un prodotto non riuscito ma che continuerà nel tempo a far parlare di se, e a suo modo, a farsi volere bene.


Classe 1996 (esattamente come Scream) cresciuto col trauma per la morte di Mufasa, la profonda ammirazione verso i gangster scorsesiani e l’amore viscerale nei confronti delle femme fatale di hitchcockiana memoria. Amante della settima arte in ogni sua singola declinazione, dalle pietre miliari del cinema classico alle produzioni di largo consumo. Ricorderemo il mondo attraverso il cinema, diceva Bertolucci… come dargli torto, in fin dei conti?

Classe 1996 (esattamente come Scream) cresciuto col trauma per la morte di Mufasa, la profonda ammirazione verso i gangster scorsesiani e l’amore viscerale nei confronti delle femme fatale di hitchcockiana memoria. Amante della settima arte in ogni sua singola declinazione, dalle pietre miliari del cinema classico alle produzioni di largo consumo. Ricorderemo il mondo attraverso il cinema, diceva Bertolucci… come dargli torto, in fin dei conti?


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