È innegabile che lo stereotipo del cinema italiano moderno di bassa qualità sia ormai superato. L’ultima decade ha visto una fioritura di autori significativi che hanno arricchito il panorama nostrano. Purtroppo, a sabotare questa narrativa, arrivano, puntuali e fastidiosi come una sveglia al mattino, film come “La vita va così” di Riccardo Milani, scelto quest’anno per aprire la Festa del Cinema di Roma. Con un soggetto di partenza interessante – la storia vera del pastore Efisio Mulas che lotta contro un’agenzia immobiliare milanese decisa a costruire un resort di lusso sui suoi terreni sardi – la pellicola si rivela un’occasione mancata, se non addirittura un passo falso.
Il primo elemento a crollare è la direzione degli attori, che trasforma il cast in una collezione di macchiette. Diego Abbatantuono è incastrato in una performance da amministratore delegato che è poco più di una stanca caricatura di sé stesso, un cliché milanese ormai privo di mordente, Aldo Baglio è ridotto al ruolo stereotipico di “servo del padrone”, la cui unica funzione, oltre a subire un “redemption act” nella seconda parte, sembra essere quella di urlare cifre milionarie al pastore e Virginia Raffaele, probabilmente l’unica che ha sposato la causa della pellicola, che purtroppo restituisce un accento sardo a dir poco imbarazzante, che mina quel minimo di credibilità che viene costruita attorno al personaggio.
È anche difficile parlare di una “trama”, perchè per buona parte del film non avviene altro che il susseguirsi degli abitanti del paese di Efisio che cercano di convincere il pastore a vendere la proprietà; mentre per il resto del film abbiamo un susseguirsi di scene che peccano di moralismo, che dovrebbero portare a riflettere sul compito di preservare le tradizioni, sulla problematica del lavoro nel Mezzogiorno, sull’ecosostenibilità di grandi progetti industriali, ma che non scalfiscono neanche la superficie di queste tematiche, alternandosi a siparietti comici fastidiosi e del tutto evitabili, che che sotterrano quel bagliore di riflessione che poteva scaturire dal film. Sul lato tecnico, che in film di questo stampo passa in secondo piano, non c’è granché da menzionare, se non un montaggio che allunga drasticamente la durata percepita della pellicola. E pensare che l’anno scorso il film d’apertura del festival è stato Megalopolis…







