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Predator: Badlands – Dan Trachtenberg

Dopo aver rivitalizzato il brand con “Prey” nel 2020 – ottimo successo in streaming su Disney+ – e aver acquisito numerosi consensi anche col film d’animazione successivo “Predator: Killer Dei Killer” uscito giusto qualche mese fa sempre sulla piattaforma di Topolino, Dan Trachtenberg porta avanti il proprio lavoro di ampliamento della saga con il novello “Predator Badlands”.


Il terzo capitolo diretto dal regista  che ha assunto rilevanza presso il pubblico di appassionati col suo “10 Cloverfield Lane”, una volta assicuratosi di aver preso in mano le redini della mitologia dedicata al cacciatore più spietato della storia, decide di prendere tutti in contropiede affibiando allo Yautja il ruolo di assoluto protagonista, andando in piena contrapposizione coi capitoli precedenti, all’interno dei quali assolveva al computo di villain tout court.
Dek è un giovane guerriero Yautja ritenuto l’anello debole del clan, in particolar modo dal perfido padre disposto perfino ad ucciderlo,  e che in seguito alla morte del fratello decide di intraprendere una pericolosissima missione sul pianeta Genna, un luogo ostile popolato perlopiù da creature letali con l’obiettivo di affermarsi in quanto guerriero agli occhi della propria razza.


Lungo il cammino si imbatte in Thia – una splendida Elle Fanning in un doppio ruolo – un androide danneggiato di proprietà della Weyland-Yutani che si allea assieme a lui intraprendendo un viaggio nefasto lastricato di insidie e pericoli mortali.
Il film di Trachtenberg solca una linea precisa all’interno della saga in cui il punto di interesse smette di essere la caccia dell’umano da parte dell’alieno, ma gravita attorno ad una dinamica volta a valorizzare un percorso di redenzione, sopravvivenza e adattamento in un contesto alieno avverso al predatore in primis.


Il risultato è un film divisivo che ha completamente scisso il fandom, tra chi ne ha detestato il riadattamento e chi ne ha invece accolto lo spirito innovativo adeguato ai tempi moderni (personalmente mi unisco alla schiera della prima categoria).
La pellicola non lesina senz’altro in tutto ciò che concerne la confezione formale: la CGI regge benissimo per quasi la totalità della durata, il montaggio concorre a donare al lungometraggio un ritmo indiavolato e dedito al puro intrattenimento e la regia del cineasta statunitense si dimostra come sempre solida e puntuale, sebbene rispetto ai lavori precedenti sembra aver subito una leggera frizione, con un Trachtenberg, che dopo essersi egregiamente comportato nel contesto dello streaming coi due lavori precedenti, qui, sembra soccombere ad una certa ansia da prestazione dovendo traslare il progetto dal piccolo al grande schermo.


La spettacolrazziazione del tutto e l’esigenza perenne di dover necessariamente abbracciare un bacino d’utenza più ampio rispetto al solito, prendono infatti il sopravvento su una narrazione che seppur intrigante (e coraggiosa) da una parte, crolla inesorabilmente dall’altra, sotto i colpi di una sceneggiatura che si adegua in maniera fin troppo accondiscendente agli stilemi del cinema di intrattenimento contemporaneo, castrando in essere tutto ciò che ha sempre contraddistinto la saga di Predator.


Il percorso di Dek intrattiene, fornisce senza alcun dubbio delle sequenze degne di nota – per quanto sia in “Prey” che in “Killer Dei Killer” troviamo dei momenti decisamente più riusciti e memorabili – grazie sopratutto alle iterazioni con la splendida Thia, ma delude sotto il profilo concettuale, diventando l’ennesima vittima di una pratica contemporanea, che anno dopo anno, cerca disperatamente (spesso fallendo) di ricreare una connessione empatica con un personaggio/una creatura, creato/a appositamente per rappresentare morte e distruzione.


Nessuno si aspettava un remake del film di McTiernan, ne tanto meno una copia opaca di qualcosa di già visto, ma ciò che delude principlalmente nel nuovo film dedicato a Predator, non risiede tanto nel cosa, quanto più nel come; se dal punto di vista superficiale infatti, le obiezioni potrebbero essere ridotte all’osso (e non è che non cene siano da muovere, anzi) in favore di un intrattenimento ben pensato e ben distribuito, lo stesso non può dirsi delle aspettative che gravavano sulla testa del progetto e che a conti fatti rappresentano, ad una settimana di distanza dalla sua uscita nelle sale, il principale seme della discordia, sebbene la bilancia, volendo essere onesti, sembra pendere principalmente verso la positività.
Non un brutto film in quanto tale, ma un film che in ottica futuro lancia più di qualche brutto presentimento, per quella che era un operazione di reebot(?) nata nel migliore dei modi e che semrerebbe mostrare, già al terzo prodotto, i primi segni di cedimento (parere personale permettendo) e di ingerenze produttive.


Mi limito, per quel che vale, a rinnovare a Trachtenberg la mia più totale fiducia, auspicando che possa, nei progetti successivi, trovare il giusto equilibrio tra gli obiettivi prefissati e l’esigenza di accontentare un pubblico più ampio, possibilmente con uno Yautja che invece di divertirsi a creare un allegra famiglia disfunzionale, si diverta a farla a pezzi.

Dopo aver rivitalizzato il brand con “Prey” nel 2020 – ottimo successo in streaming su Disney+ – e aver acquisito numerosi consensi anche col film d’animazione successivo “Predator: Killer Dei Killer” uscito giusto qualche mese fa sempre sulla piattaforma di Topolino, Dan Trachtenberg porta avanti il proprio lavoro di ampliamento della saga con il novello “Predator Badlands”.


Il terzo capitolo diretto dal regista  che ha assunto rilevanza presso il pubblico di appassionati col suo “10 Cloverfield Lane”, una volta assicuratosi di aver preso in mano le redini della mitologia dedicata al cacciatore più spietato della storia, decide di prendere tutti in contropiede affibiando allo Yautja il ruolo di assoluto protagonista, andando in piena contrapposizione coi capitoli precedenti, all’interno dei quali assolveva al computo di villain tout court.
Dek è un giovane guerriero Yautja ritenuto l’anello debole del clan, in particolar modo dal perfido padre disposto perfino ad ucciderlo,  e che in seguito alla morte del fratello decide di intraprendere una pericolosissima missione sul pianeta Genna, un luogo ostile popolato perlopiù da creature letali con l’obiettivo di affermarsi in quanto guerriero agli occhi della propria razza.


Lungo il cammino si imbatte in Thia – una splendida Elle Fanning in un doppio ruolo – un androide danneggiato di proprietà della Weyland-Yutani che si allea assieme a lui intraprendendo un viaggio nefasto lastricato di insidie e pericoli mortali.
Il film di Trachtenberg solca una linea precisa all’interno della saga in cui il punto di interesse smette di essere la caccia dell’umano da parte dell’alieno, ma gravita attorno ad una dinamica volta a valorizzare un percorso di redenzione, sopravvivenza e adattamento in un contesto alieno avverso al predatore in primis.


Il risultato è un film divisivo che ha completamente scisso il fandom, tra chi ne ha detestato il riadattamento e chi ne ha invece accolto lo spirito innovativo adeguato ai tempi moderni (personalmente mi unisco alla schiera della prima categoria).
La pellicola non lesina senz’altro in tutto ciò che concerne la confezione formale: la CGI regge benissimo per quasi la totalità della durata, il montaggio concorre a donare al lungometraggio un ritmo indiavolato e dedito al puro intrattenimento e la regia del cineasta statunitense si dimostra come sempre solida e puntuale, sebbene rispetto ai lavori precedenti sembra aver subito una leggera frizione, con un Trachtenberg, che dopo essersi egregiamente comportato nel contesto dello streaming coi due lavori precedenti, qui, sembra soccombere ad una certa ansia da prestazione dovendo traslare il progetto dal piccolo al grande schermo.


La spettacolrazziazione del tutto e l’esigenza perenne di dover necessariamente abbracciare un bacino d’utenza più ampio rispetto al solito, prendono infatti il sopravvento su una narrazione che seppur intrigante (e coraggiosa) da una parte, crolla inesorabilmente dall’altra, sotto i colpi di una sceneggiatura che si adegua in maniera fin troppo accondiscendente agli stilemi del cinema di intrattenimento contemporaneo, castrando in essere tutto ciò che ha sempre contraddistinto la saga di Predator.


Il percorso di Dek intrattiene, fornisce senza alcun dubbio delle sequenze degne di nota – per quanto sia in “Prey” che in “Killer Dei Killer” troviamo dei momenti decisamente più riusciti e memorabili – grazie sopratutto alle iterazioni con la splendida Thia, ma delude sotto il profilo concettuale, diventando l’ennesima vittima di una pratica contemporanea, che anno dopo anno, cerca disperatamente (spesso fallendo) di ricreare una connessione empatica con un personaggio/una creatura, creato/a appositamente per rappresentare morte e distruzione.


Nessuno si aspettava un remake del film di McTiernan, ne tanto meno una copia opaca di qualcosa di già visto, ma ciò che delude principlalmente nel nuovo film dedicato a Predator, non risiede tanto nel cosa, quanto più nel come; se dal punto di vista superficiale infatti, le obiezioni potrebbero essere ridotte all’osso (e non è che non cene siano da muovere, anzi) in favore di un intrattenimento ben pensato e ben distribuito, lo stesso non può dirsi delle aspettative che gravavano sulla testa del progetto e che a conti fatti rappresentano, ad una settimana di distanza dalla sua uscita nelle sale, il principale seme della discordia, sebbene la bilancia, volendo essere onesti, sembra pendere principalmente verso la positività.
Non un brutto film in quanto tale, ma un film che in ottica futuro lancia più di qualche brutto presentimento, per quella che era un operazione di reebot(?) nata nel migliore dei modi e che semrerebbe mostrare, già al terzo prodotto, i primi segni di cedimento (parere personale permettendo) e di ingerenze produttive.


Mi limito, per quel che vale, a rinnovare a Trachtenberg la mia più totale fiducia, auspicando che possa, nei progetti successivi, trovare il giusto equilibrio tra gli obiettivi prefissati e l’esigenza di accontentare un pubblico più ampio, possibilmente con uno Yautja che invece di divertirsi a creare un allegra famiglia disfunzionale, si diverta a farla a pezzi.


Classe 1996 (esattamente come Scream) cresciuto col trauma per la morte di Mufasa, la profonda ammirazione verso i gangster scorsesiani e l’amore viscerale nei confronti delle femme fatale di hitchcockiana memoria. Amante della settima arte in ogni sua singola declinazione, dalle pietre miliari del cinema classico alle produzioni di largo consumo. Ricorderemo il mondo attraverso il cinema, diceva Bertolucci… come dargli torto, in fin dei conti?

Classe 1996 (esattamente come Scream) cresciuto col trauma per la morte di Mufasa, la profonda ammirazione verso i gangster scorsesiani e l’amore viscerale nei confronti delle femme fatale di hitchcockiana memoria. Amante della settima arte in ogni sua singola declinazione, dalle pietre miliari del cinema classico alle produzioni di largo consumo. Ricorderemo il mondo attraverso il cinema, diceva Bertolucci… come dargli torto, in fin dei conti?


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