Esattamente ad un anno di distanza dall’arrivo in sala della parte uno, John M.Chu & company, ritornano sul grande schermo con l’attesissimo “Wicked For Good”, a cui spettava l’ingrato compito di regalare una degna conclusione ad un prodotto che, sin dai tempi della sua uscita, era stato capace di incontrare il plauso di pubblico e critica divenendo un vero e proprio fenomeno di massa nel contesto dei blockbuster contemporanei.
La storia inizia qualche anno dopo il finale del primo: Elphaba, ormai demonizzata come la Strega Malvagia dell’Ovest, vive in esilio nella foresta di Oz, lottando per la libertà dei sudditi e degli animali oppressi, cercando disperatamente, ma senza risultati, di svelare la verità sul Mago.
Nel frattempo, Glinda è diventata l’emblema della bontà per tutta Oz: risiede nel palazzo della Città di Smeraldo, gode di fama e popolarità, e sotto l’influenza di Madame Morrible viene vista come un punto di riferimento rassicurante per tutti. All’interno di questo scenario Elphaba e Glinda sono costrette a confrontarsi con la loro amicizia, il potere e il tradimento, cooperando insieme, aldilà delle divergenze, per poter salvare una volta per tutte il destino della citta di Oz.
Contrariamente a quanti molti si sarebbero potuti aspettare, dopo l’introduzione roboante del primo capitolo, la seconda parte di Wicked lavora in piena antitesi col lungometraggio precedente, restituendo al materiale filmico un impronta decisamente più cupa nei toni e meno istrionica per quel che concerne la messa in scena nelle sequenze canore. Preso atto della costruzione emotiva e psicologica che caratterizza i personaggi in campo, la seconda parte di Wicked non si perde in ulteriori chiacchiere ed entra subito nel vivo dell’azione, catapultandoli all’interno di un gigantesco gioco politico che li porterà man mano ad acquisire la consapevolezza necessaria al fine di completare l’arco narrativo a loro dedicato.
Le macchinazioni subdole del mago, portate avanti grazie alla complicità della perfida Madame Morrible, continuano a imperversare trasformando la città di Oz in una distopia Orwelliana divisa in classi dove razzismo, emarginazione e disinformazione proliferano tenendo il popolo all’oscuro della verità. Elphaba, costantemente circuita e discriminata, accetta di assevire al ruolo che le è stato affibiato, mentre Glinda, dal canto suo, inizia a maturare la convinzione di essere molto di più di quanto da a vedere, uscendo man mano dalla bolla (concettuale e figurativa) nella quale si è nascosta per tutta la vita. Saranno la praticità e la presa di posizione nel risucire a divincolarsi all’interno di un sistema sociale profondamente corrotto e la conseguente presa di coscienza nel dover scendere a compromessi con esso, ad innescare la rivoluzione, che al contrario di quanto ci si sarebbe potuto aspettare, non passa attraverso gesta eroiche ma per strategie mentali e macchinazioni politiche ammantando il materiale filmico di una carica sociale ben più marcata rispetto alla pellicola che ha fatto capolino in sala lo scorso anno.
Come accennato in fase di apertura il tono di fondo si fa più tetro e tenebroso; laddove nel primo film si respirava una certa gioiosità nella messa in scena, coadiuvata ad un impianto coreografico pomposo ed esaltante nelle sezioni dedicate ai numeri musicali, qui si lavora di totale sottrazione. La regia si fa più intima e meno appariscente, concentrandosi sui primi piani dei personaggi e rifuggendo (fatta eccezione per un paio di sequenze) quell’impianto roboante e colorato che caratterizzava la quasi totalità della parte uno, senza rinunciare però mai ad uno spettacolo cinematografico che, al netto di tutto, “Wicked For Good” riesce comunque a regalare, assumendo le fattezze in tutto e per tutto di quello che possiamo tranquillamente definire un kolossal moderno.
Non mancano i difetti certo, qualche sezione narrativa viene liquidata in modo fin troppo repentino lasciando intravedere in maniera vistosa i massicci tagli imposti dalla produzione e che, conseguentemente, non permettono alla narrazione di respirare a pieni polmoni correndo invece verso il traguardo finale il più veloce possibile.
Al netto di tutto, possiamo tranquillamente affermare che il progetto di John M.Chu, sia riuscito ancora una volta a convincere la maggior parte degli spettatori regalando al pubblico un opera si difettosa, ma gravida di quella carica emotiva e di quell’impiego certosino dei mezzi che, almeno oggi giorno, poco si respira in prodotti destinati ad un bacino d’utenza di questa portata.
“Wicked For Good” (o il progetto Wicked in generale se preferite) volente o nolente, rappresenta uno spartiacque nel contesto dei blockbuster contemporanei, dimostrando come la forza del cinema, preso atto dei gusti di ognuno, possa ancora imporsi in dinamiche produttive di questo calibro con un vigore e una consapevolezza tali a cui forse eravamo poco abituati, consacrandolo come un prodotto in cui spettacolo e critica sociale possano ancora coesistere concorrendo allo splendore della settima arte.







