Era tanto che se ne parlava e – come gli eroi che la Marvel non merita, ma di cui ha dimostrato di aver disperatamente bisogno – I Fantastici 4 sono finalmente in sala, pronti a caricarsi sulle spalle il peso della “fase sei” di un MCU che langue, ma su di cui già s’addensano nebbie di dubbi e caos d’incertezze.
Dopo gli insondabili abissi qualitativi, i complessi e superficiali baracconi intertemporali di due fasi da dimenticare, che la casa delle idee cercasse un cambio di rotta (cinematografica, perché quella fumettistico-letteraria sta ben più che in salute) era evidente, e non si può dire che non c’abbia davvero provato – per lo meno all’apparenza. Non sono mancate neanche le ammissioni, e di quelle importanti, e per bocca dello stesso Kevin Feige che da quasi vent’anni è presidente, direttore esecutivo e capitano coraggioso di questa flotta alla deriva, varata con l’altisonante nome di Marvel Studios.
Ma andiamo con ordine.
Salpato oramai nel lontano 2008, con le “great expectations” di un nuovo modo di intendere tanto l’intrattenimento al cinema quanto pure il cinecomic in toto – viaggio che, a dire il vero, veniva inaugurato dall’incoraggiante Iron Man di Jon Favreau – , e una volta imbroccata la rotta nel 2012, con l’iconico Avengers di Joss Whedon, l’MCU è oggi un transatlantico che pare aver troppo facilmente perso la rotta.
Nel tentativo di riportare al cinema l’immensa ricchezza e variegatura di trame, contesti, personaggi, versioni alternative di essi, linee temporali, dimensionali – e chi altre ne ha, altre ne metta – che caratterizzano la sterminata letteratura Marvel Comics, il macro errore è di certo stato quello di non capire la differenza tra un medium che di certe morti e rinascite vive e si alimenta, che si consuma coi propri tempi, sfogliato nella comodità delle nostre case, e che in sala rischia – come è accaduto – di tramutarsi in confusione, “assembles”, strizzatine d’occhio ai fan, battutine situazionali e poco altro. Ed ecco dunque che con la fine del ciclo dei (perlomeno) iconici Captain America, Iron Man, Thor e compagnia cantante – nella bolgia urlante e svenevole che furono le sale nei giorni dell’Endgame – , forti della nuova potenza di fuoco di Disney+ s’è subito corsi ai ripari, nei più disparati e nei più goffi modi: la riabilitazione e l’adozione nella grande famiglia MCU degli inizialmente rinnegati e bistrattati Daredevil, Jessica Jones, Luke Cage e Iron Fist di casa Netflix; la serie Loki, a far leva su uno dei superstiti di quella che oramai possiamo definire una “golden age” dell’MCU con la sola funzione di aprire infinite nuove strade e, per quanto possibile, tentare di farci capire qualcosa sul funzionamento del multiverso; e poi negli anni ’50-’60 con Wanda Vision, e in Egitto con una davvero svilente versione del cartaceo Moonknight, la svolta più “dark” della nuova (e altalenante) Daredevil – Born Again, Captain America – Brave New World, Thunderbolts* e così via.
E arriviamo alla dichiarazione. Anzi, alle dichiarazioni: una ve la diciamo ora, una in chiusura.
Mentre la concorrenza dell’universo DC si rilanciava con lo stile più colorato, irriverente e spensierato dello stesso James Gunn che, anche se solo momentaneamente, aveva già ridato linfa vitale all’MCU con la trilogia dei Guardiani della Galassia; Feige dichiarava – a discapito del successo dell’estetica di prodotti come Loki e Wanda Vision – l’intenzione della famosa “svolta cupa”, che se in tv era già passata per la succitata Born Again, in sala avrebbe dovuto vedere il suo raggiungimento apicale in Thunderbolts*…tutti sappiamo com’è andata.
Ancora una forma incapace di scrostarsi di dosso i residui della gestione Russo bros., prolungate e continue sessioni di battute slegate dal filo drammaturgico e personaggi rivedibili, cupi solo in partenza perché poi relegati a buoni sentimenti, riscatti dal male e inarrestabili esseri d’ombra sconfitti a suon di abbracci. E quell’asterisco nel titolo? Ah loro sarebbero i nuovi Avengers?
«Ma mi faccia il piacere!» avrebbe detto Totò, come poi in fondo l’abbiamo detto tutti.
Ma poi un barlume di speranza…“at the very end” dei titoli di coda, sui monitor dei Thunderbolts comparivano loro: da un portale interdimensionale – e da dove sennò, che domande – sbucava uno shuttle bianco-blu che, curvando leggermente, svelava il leggendario marchio dei “4”. Il pubblico in delirio, nella rinnovata attesa spasmodica di un film che, com’era stato per Thunderbolts*, a tanti sapeva di rinascita, di speranze ben investite e che, a differenza del lungo dedicato allo sgangherato gruppo di “nuovi Avengers”, non avrebbe dovuto fallire.
Se ancora ci leggete dopo questo lunghissimo vagabondare – tanto nostro quanto dell’MCU, e di cui ci scusiamo pur rivendicandone l’utilità…dateci fiducia – , allora meritate di avere subito una risposta: deluderemo i fan più accaniti, ma no, I Fantastici 4 – Gli inizi non è un capolavoro, ma un buonissimo film che, per quanto non basti da solo a risollevare le sorti di un universo oramai a tal punto in crisi, predispone meglio alla fiducia – almeno momentaneamente, ma ne riparliamo in conclusione – verso il futuro del progetto.
Quando i Marvel Studios sono in difficoltà tornano alle origini, a Stan Lee e soprattutto a Jack Kirby, il vero papà dei marveliani “fab four”, e quindi alla cosiddetta “silver age” dei comics, di nuovo agli anni ’50-’60 (come sta facendo ora anche la DC di Gunn e come è stato già per Wanda Vision, che ha in comune con questo film la regia di Matt Shakman): ai loro colori, alla loro fiducia nel progresso, al loro stile, alle loro stranezze e alla loro leggerezza.
A differenza di un’operazione come Spider-Man: No Way Home, meramente commerciale, basata sul solo ricordo e la sola nostalgia di una fan base che ora si sente comprensibilmente frustrata e tradita, in cui i richiami al passato avevano l’effetto forse indesiderato di sminuire ancor di più il tessi ragnatele odierno; con questa nuova iterazione dei quattro Shakman crea qualcosa di nuovo, più o meno originale e diverso, certo, ma nettamente superiore a qualsiasi altra precedente versione cinematografica della squadra.
Come è stato recentemente per il Superman di Gunn, il racconto parte “in medias res” della carriera del gruppo di eroi newyorkesi: gli scienziati e astronauti Reed Richards (Pedro Pascal), Susan Storm (Vanessa Kirby), Johnny Storm (Joseph Quinn) e Ben Grimm (Ebon Moss-Bachrach) hanno già affrontato la loro missione spaziale, sono già stati esposti ai raggi cosmici che hanno dato a Reed la capacità di allungarsi a dismisura, a Sue l’invisibilità e la manipolazione di campi magnetici, a Johnny un corpo incendiario e il controllo del fuoco, e che hanno reso Ben il potentissimo e difficilmente scalfibile uomo fatto di sola roccia. Ora sono rispettivamente Mister Fantastic, Donna Invisibile, Torcia Umana e La Cosa, tutto il mondo li ama e riconosce, a loro sono affidate le strade, lo scontro coi criminali più “eccentrici” e addirittura le negoziazioni internazionali, perché sono i più forti, i primi e gli unici “super” di questo mondo.
Eh sì, perché il film non è ambientato nella nostra realtà, non nella realtà degli Avengers – o dei Thunderbolts, come preferite – , e non si sono uomini ragno, veterani scongelati dalla Seconda Guerra Mondiale, giganti verdi furiosi o miliardari in armature volanti di sorta.
Siamo su Terra-828 (omaggio diretto a Jack Kirby, nato Jacob Kurtzberg a New York il 28 agosto del 1917, e che nella numerazione statunitense diventa 8/28/1917, come ricordato nei titoli di coda), un pianeta alternativo, in degli Stati Uniti che vivono degli anni Sessanta di incredibile, sofisticatissimo avanzamento tecnologico e – molto “alternativamente” – un regime di inclusione completa di ogni etnia, colore della pelle e confessione, al punto da far quasi scivolare in secondo piano le tanto chiacchierate fattezze ispaniche di Reed Richards.
La Donna Invisibile è incinta di Mister Fantastic e, mentre il mondo celebra e segue con entusiasmo l’evolversi della gravidanza tra riviste, serie cartoon alla Sunday Morning Show dei tempi che furono e ospitate ai late show; nei laboratori del Baxter Bulding arrivano segnali dallo spazio profondo, di lingue aliene e indecifrabili, a cui nessuno degli eroi dà priorità, impegnati come sono a difendere New York dall’Uomo Talpa (interpretato da Paul Walter Hauser), giganti mostruosi o dalle scimmie del Fantasma Rosso (ruolo assegnato a John Malkovich, che tuttavia è stato tagliato in montaggio, motivo per cui non lo vedrete nel film). Un giorno però, nel mezzo di Times Square, dal cielo scende sulla terra un essere argenteo, dalle fattezze di donna, sinuoso e impassibile in toni e movenze su di una “tavola da surf” di identico colore, su di cui solca vento e spazio come innocue onde nel mare. Vuole parlare coi protettori della terra, coi Fantastici 4, per dirgli che lei è l’araldo di Galactus, divoratore di mondi la cui inarrestabile fame sta per divorare la Terra, e che l’umanità e spacciata.
C’è solo un modo per convincerlo a desistere: bisogna dargli il bambino che Sue porta in grembo.
Di nuovo, andiamo con ordine…
Volendo semplificare, si potrebbe dire che nella parola che meglio connota l’operazione – e che ultimamente ha riguardato tanto il già citato e più recente Superman quanto il precedente Suicide Squad di Gunn, come pure il The Batman di Matt Reeves (2022), segno di un intrattenimento supereroistico che costantemente torna sui suoi passi tentando di salvare il salvabile – , ossia “REBOOT”, sta un po’ tutta o buona parte della chiave di volta per disvelare i centri e i buchi nell’acqua del film di Shakman, ma assieme ad un’altra parola: “inizi”, che campeggia nel sottotitolo.
Derubrichiamo rapidamente quei punti che forse riguardano solo i più affezionati fan, magari alla ricerca di un’aderenza intatta al materiale di partenza, ossia Silver Surfer e Galactus.
Se per quest’ultimo (interpretato da Ralph Ineson, noto magari per l’ottima interpretazione nel The Witch del 2015, e di recente nel cast di Nosferatu, entrambi sotto la regia di Robert Eggers) risulta come probabilmente la prima versione cinematografica degna dello spietato divoratore cosmico che si può imparare ad amare e temere nei fumetti, discorso del tutto diverso va fatto per il suo araldo. Non ci troviamo di fronte al canonico Norrin Radd, il surfer con sembianze maschili già visto nel I Fantastici 4 e Silver Surfer del 2007 (di Tim Story), bensì ad una sua versione femminea, Shalla-Bal (Julia Garner), anch’essa del pianeta Zenn (come Norrin Radd, di cui è amante e al posto di cui si sacrifica, in questa versione alternativa), di cui è pacifica imperatrice e per cui si sottomette al servizio di Galactus che, in cambio, accetta di non divorarlo. La presente versione del personaggio è figlia di Stan Lee e John Buscema, comparsa nel primo numero della serie dedicata interamente a Silver Surfer (1968) dopo i litigi tra Kirby e Lee.
Tralasciando un design poco ispirato, dai capelli laccati all’indietro come da un’eccessiva dose di lacca argentata, alla generale qualità della resa in CGI – estremamente altalenante durante l’intero corso del film, ben oltre il caso singolo di Silver Surfer – , l’araldo di Galactus è purtroppo ben distante dal fascino della sua più celebre controparte, dall’inscalfibile e spietata quiete con cui serve e poi tradisce il suo signore, conoscendo e imparando l’umanità appena un istante prima di distruggerla. In questo caso, infatti, l’evoluzione del personaggio, il modo in cui velocemente comincia a mostrare tentennamenti, sofferenze, il modo in cui cede al dolore dei colpi che le vengono inferti, stonano tanto per il confronto che emerge automaticamente in situazioni di reboot, quanto dalle implicazioni strutturali e narrative del modo in cui ne I Fantastici 4 – Gli inizi questi “inizi” vengono intesi.
Abbiamo detto come l’avventura parta da un momento di già affermata fama e potenza del gruppo – della missione vediamo solo brevi filmati di repertorio, con grana di pellicola, girati subito prima e subito dopo la fatale missione spaziale – , e per quanto la scelta risulti vincente nel calare subito lo spettatore nel vivo dell’azione, delle emozioni e del generale clima socio-antropologico di una terra che ha da poco scoperto i super; d’altro canto questa si traduce nella necessità di stringere o cancellare intere parti fondanti, profonde e drammaturgicamente significative che da sempre compongono la mitologia del team di Reed Richards.
Sappiamo poco di Galactus, la storia di Silver Surfer viene solo accennata tramite brevi e poco incisivi flashback che costituiscono l’unico esempio – troppo debole – di rottura della continuity diegetica; e soprattutto scompare lo struggimento interiore di Ben Grimm, unico reduce della missione sfigurato nelle apparenze, non più umano a vedersi e inizialmente tanto amato quanto eroe, in pubblico, quanto scansato e temuto in privato come individuo. La linea narrativa che nel film del 2005 lo vedeva tentare una relazione con una donna cieca – all’inizio incapace di saperlo fatto di roccia, quindi ben disposta a conoscerlo e poi ad amarlo ugualmente – qui viene sostituita da un leggero flirt con la maestra di una scuola ebraica, ben disposta ad accettarlo e a lanciargli occhiate perché in questa Terra alternativa – come detto – nessuno esclude nessuno, e il diverso non è un problema.
Dispiace dire che il messaggio è bello ma, oltre che utopico, narrativamente ha poco o nessun impatto.
Lo stesso avviene per l’arrivo di Galactus, e per una serie di altri avvenimenti che sembrano accadere con un ritmo tanto impennante da risultare naturale, sì, ma a scapito di ogni enfasi o percezione di reale pericolo.
Peccato, sì, ma in fondo poco male, perché Shakman recupera focalizzando l’attenzione sulla natura più umana dei Fantastici 4 e del mondo che li circonda, la vera “super-famiglia con super.-problemi” che s’interfaccia ad un mondo che respira aria d’apocalisse, si organizza, crea – anche qui, forse troppo fugacemente e con poca enfasi – clan nel culto di Galactus e, da un momento all’altro, li addita a traditori, richiedendo ai suoi eroi un estremo sacrificio per salvare l’umanità. L’assetto visivo del film alterna efficacemente figure intere e primi piani per studiare le interazioni nel gruppo, dare ruoli e fenomenologie comportamentali ai singoli protagonisti che poi vengono messi da parte, interrogati con penetrazioni emotive forse non sempre approfondite, ma di certo efficaci. Complici sono ovviamente le performances del cast, generalmente di ottimo livello e tra cui spiccano Quinn e la Kirby, assieme a qualche sparuto ma valido istante del fin troppo abusato talento di Pedro Pascal.
Insomma I Fantastici 4 – Gli inizi è, in realtà, l’inizio della sesta fase, non di un gruppo di eroi che per vincenti scelte di cast, ritmo, estetica e cromia, risulta infondo convincente e già ben rodato. È anche l’inizio di ciò che porterà ad Avengers: Doomsday – si veda la scena della seduta parlamentare con l’assenza dei delegati della Latveria, a cui capo c’è proprio Victor Von Doom, o il secondo post-credit, rispetto al quale evitiamo spoiler – , passando forse per altri progetti sino ad Avengers: Secret Wars. Quindi, in fondo, nulla di nuovo sotto il sole, per un prodotto che cade ancora nella macchinazione di sequenze astrusamente complesse, raffronti tra poteri squilibrati dalle conseguenze spesso ben più che implausibili. Eppure, l’ultima fatica di casa Marvel non si perde nella battutina circostanziale, bensì la contestualizza e, soprattutto, sa raccontarsi da sola reggendosi sulle sue gambe, ricalibrando il sistema di valori, di pesi drammaturgici e iconografici, sapendo intrattenere ben aldilà di meriti esclusivamente riconducibili al fandom di riferimento.
Con un racconto solido e autonomo, un semplice ma percepibile contrasto tra frivolezza delle apparenze e peso delle forze in gioco, Shakman punta su un cast all’altezza, su una direzione affidabile e solida, sulla referenza umana rispetto alla molteplicità dei media, delle opinioni e delle aspettative, e così crea un film godibile, senza grosse pretese, se non quelle di una genuina unicità che mancava da troppi anni ad un prodotto Marvel.
Ed ecco adesso, un po’ come i canonici post-credits a rivoltare le carte in tavola, la seconda dichiarazione di Kevin Feige, come anticipavamo: poco prima dell’anteprima mondiale di I Fantastici 4 – Gli inizi, il presidente degli Studios ha annunciato che Avengers: Secret War rappresenterà un completo “restart” di quella che forse ormai è limitativo definire saga.
Ve lo diciamo giusto con l’intento – nel caso doveste convenire con noi sul film appena trattato – di riportarvi coi piedi per terra, alla realtà di quella nebbia che appena appena pareva accennare a diradarsi…altro giro, altra fase.







