Forse dovremmo definirlo “di Serhij Volodymyrovyč Loznycja”, questo Due procuratori che s’è presentato in concorso all’ultima edizione del Festival di Cannes, a ribadire l’identità fortemente ucraina di un regista che, nato nella Baranavičy Bielorussa sotto l’URSS, e cresciuto a Kiev, s’è sempre definito tale pur rifiutandosi di bandire la cultura russa, quella sovietica persino, nel bel mezzo dei tristi conflitti recenti, motivo per il quale nel 2022 s’è trovato a subire la cacciata ufficiale dalla Ukrainian Film Academy. Per gli stessi motivi, il titolo originale di questo film che c’accingiamo ad affrontare non è il “Dva prokurora” che ci si aspetterebbe, bensì un più francofono Deux Procureurs, a tradire necessità di deterritorializzazioni produttive che, proprio dal fatidico 2022, hanno ad esempio visto anche il suo penultimo film non poter vantare quello che sarebbe potuto essere un titolo come Vtorhnennya, per l’ennesimo capolavoro documentario loznycjano riportato ufficialmente con un altrettanto francofono L’invasion, e arrivato – più o meno, si fa per dire… – da noi come l’internazionalissimo The Invasion (2024): racconto di rigorosissima osservazione e sguardo proiettivo verso il presente ma anche il futuro del conflitto russo-ucraino, senza inferenze esterne a moralizzare o polarizzare oltremodo e senza posa – sarà stato questo il problema? – l’onestà intellettuale di un artista conscio del suo status “di confine”, di linea di demarcazione ma anche d’incontro tra due realtà sì in conflitto, ma, purtroppo o per fortuna, – deve proprio esser stato questo il problema – vicine sorelle.
Eppure, nonostante l’indubbia maggioranza di pellicole – parzialmente o totalmente – documentarie a ben fornire la carriera dell’ennesimo grande maestro di formazione sovietica, questo Due procuratori non rientra nel “genere”, e per quanto recuperi con inedita forza le fissità miasmatiche, ambigue, amene e osservazionali del precedente (altro) capolavoro documentario Austerlitz (2016) – dedicato alle ignare o intontite anime che visitano gli attuali resti dei campi di concentramento nazisti, e il cui sguardo presente ma suggerente il passato ha ampiamente ispirato il pluripremiato La zona d’interesse (The Zone of Interest, 2023, Jonathan Glazer) – , codificandosi come il ritorno integrale al lungometraggio interamente di finzione – escludendo quindi Donbass (2018) in quanto opera ibrida – a quasi nove anni da A Gentle Creature (Krotakja, 2017). Come in quest’ultimo, e come da programma di un’autorialità forte di essere coerente e riconoscibile, anche nel passaggio “in scioltezza” da una parte all’altra del reale e della sua rappresentazione, ecco che Loznycja condensa in questo nefasto viaggio burocratico dell’eroe tragico e sconfitto – il giovane e neopromosso procuratore di regione Korneev, interpretato dall’impeccabile Aleksandr Kuznecov, attore cantante e attivista ucraino – tutti i suoi strumenti d’analisi e dramma: Franz Kafka, Fëdor Michajlovič Dostoevskij, Nikolaj Vasil’evič Gogol’ – ironicamente rintracciabile anche solo per Il naso del protagonista, grottescamente grande e deforme su di un bel viso placido e stoico – e l’osservazione distaccata ma tensiva, raccapricciante ma dubbiosa e inquisitoria, pronta ad interrogare gli aloni d’ombra della storia che fu raccontata e quella che si racconta ora, i suoi archivi e le sue memorie distrutte, le sue persone scomparse in un viaggio annichilito e annichilente nell’horror burocratico, nel thriller dell’anima e nella tragedia collettiva e dittatoriale che è la storia, su cui comanda la collettività della macchina e, inesorabilmente, l’individuo fallisce.
Ma abbiamo detto che tratteremo di un film di pura fiction, e ciò vuole dire che, per quanto ispirato e adattato dall’omonimo racconto Dva prokurora, resoconto che il fisico Georgij Georgevič Demidov circa i suoi quattordici anni di detenzione nei gulag staliniani – e ovviamente mai pubblicato fino al 2008, siccome confiscato dal KGB nel 1980 – , l’ultimo grande film del maestro Serhij Volodymyrovyč è ben disposto di una trama nella sua accezione più “classica”… che sarebbe questa:
URSS, 1937.
In una città sovietica attraversata da un clima di sospetto e controllo, un giovane procuratore riceve una denuncia che sembra rivelare un abuso commesso ai danni di un detenuto politico che, sottoposto al peggio, è in qualche modo riuscito a far uscire la lettera dal nido dei suoi aguzzini. Convinto che la legge debba valere anche per chi esercita il potere, il neoprocuratore decide di andare a trovare l’uomo di persona e, spinto da questo, portare il caso sino a Mosca, all’attenzione del fu procuratore generale dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche Andrej Januar’evič Vyšinskij, sperando di fargli aprire gli occhi circa il sospetto di infiltrazioni violente, fasciste e anti-rivoluzionarie tra i giovani membri del NKVD – Narodnyj Komissariat Vnutrennikh Del
Ora, c’è solo un problema, che è al contempo anche l’aspetto più forte e terrificante del film, nonché quello più innovativo e intrinsecamente loznycjano per la creazione di una perfetta aderenza tra due linearità parallele – narratologica e tecnico-sintattica – che condensano, nel minuscolo spiraglio che c’è tra loro, il rapporto di sovrapponibilità tra realtà storica e narrativa del film… ma che spiegheremo nell’immediatamente successiva parte spoiler, salvaguardando tutti coloro che siano sprovvisti di lineamenti più o meno generali rispetto la storia russo-sovietica moderna, per poi proseguire con una descrizione qualitativa del film più “safe”.
SPOILER ALERT!
A chiunque sappia qualcosa della Russia tra il 1917-18 e il 1989, si sarà di certo attivato un forte campanello d’allarme rispetto la buona riuscita dell’impresa del nostro giovane procuratore protagonista, e alla sola lettura del titolo che campeggia quale intestazione della prima inquadratura: 1937, “culmine del terrore staliniano”; e tale campanello avrà iniziato a vibrare all’impazzata sino a disintegrarsi, leggendo che l’obbiettivo del nostro non è altro che quello di presentare i suoi dubbi su sospette infiltrazioni violente e antisistema nientemeno che a sua maestà Andrej Januar’evič – era così, per nome, che i compagni si chiamavano l’un l’altro nelle missive, sia amicali che, di tanto in tanto, ufficiali e ben poco amicali – : lo stato in persona, e quindi la sua interna ed omessa e nascosta violenza, non a caso ribattezzato “il Freisler sovietico” – da Roland Freisler, Procuratore Generale della Repubblica di Weimar e del Terzo Reich di Hitler – e, internamente, “il giudice-boia di Stalin”, a cui qui presta il volto un pacato e imperscrutabile Anatolij Belyj che, nel momento in cui rassicura il protagonista – offrendogli lui stesso scorta in treno e poi in auto sino al ritorno alla prigione di partenza – rafforza direttamente nello spettatore avveduto quella sensazione di circolarità senza uscita né speranza che si fiuta sin dai primi istanti, rimandola poi con una chiusura (quasi) circolare che fa da perfetto controcampo sintattico all’incedere narrativo, assieme illuminanti una macchina d’emersione di senso, poi terrore e infine resa che si sostanzia da sola nella perfetta consapevolezza storica e cinematografica di uno come il nostro Loznycja.
FINE SPOILER ALERT!
Dispiace fare certe distinzioni di fruizione e lettura in base al bagaglio culturale, ma, per chi non ne voglia sapere di affacciarci alla finestra su di uno spoiler che, in fondo, spoiler non è: Con Due procuratori Loznycja torna alla finzione storica per proseguire il proprio scavo nei dispositivi del potere, concentrando l’azione in un perimetro quasi claustrofobico e riducendo il conflitto alla sua essenza dialogica. Il film si costruisce come un confronto tra due concezioni della legge: da un lato l’idealismo procedurale di un giovane funzionario che crede nella coerenza del sistema normativo, dall’altro il realismo freddo e spietato, desensibilizzato e inquietante di chi conosce l’intreccio inestricabile tra giustizia e ragion di Stato.
Lo spazio amministrativo – corridoi, uffici, stanze di interrogatorio – diventa il vero teatro della messa in scena. Loznycja organizza l’inquadratura secondo geometrie severe, privilegia la frontalità e le prospettive acute da camera di sorveglianza, insiste sulla durata del piano. La macchina da presa resta spesso immobile, lasciando che siano la parola, le pause e il raggrinzirsi delle rughe su visi pallidi e disillusi a generare tensione, nello scandaglio allucinato dei volti dello Stato che si succedono come quadri e statue di cera in un museo dei mostri e del potere, tra degradate prigioni politiche della periferia dell’Unione e ricchissimi ma morti palazzi del centro. In questo senso il film radicalizza un tratto già evidente nelle opere precedenti: la fiducia nella temporalità come strumento etico, capace di obbligare lo spettatore a sostare nel conflitto senza scorciatoie drammaturgiche né perentorie prese di posizione senza contesto.
La centralità del linguaggio è assoluta. Le conversazioni non sono semplici scambi informativi, ma veri e propri duelli in cui ogni formula giuridica rivela una visione del mondo, e il sangue, i cadaveri, e la morte stanno nei silenzi e nei capi chini o troppo alti. La legge appare come un testo interpretabile, vulnerabile alla pressione politica, e al tempo stesso come ultimo baluardo possibile contro l’arbitrio caotico a minaccia di una bugia in cui credono tutti, forse senza neanche essersi resi conto di star mentendo. È in questa ambivalenza che il film trova il proprio nucleo tematico: l’idea che la responsabilità individuale non possa dissolversi nel funzionamento impersonale dell’apparato.
Rispetto ai lavori più corali e apertamente panoramici della filmografia di Loznycja, questo Due procuratori assume una forma più concentrata, lineare e fondata sul protagonista come elemento fisicamente e moralmente alieno, non inseguito dalla macchina in quanto impossibilitato ad essere “creduto” da chiunque, le cui speranze sono giustamente estranee persino a chi lo racconta. Permane tuttavia la continuità con il suo percorso documentaristico: l’attenzione alla ricostruzione storica, la precisione materiale degli ambienti, la diffidenza verso ogni psicologismo esplicativo. I personaggi non vengono psicologizzati ma collocati dentro un sistema di forze che li supera e li definisce.
Stavolta in accordo con Festival di Cannes nel 2025 – segno che a chi sta ora scrivendo, ogni tanto, qualcosa piace – , che lo ha accolto come un’ulteriore conferma del rigore del regista ucraino, capace di interrogare la memoria sovietica senza indulgere nella spettacolarizzazione del trauma; aggiungiamo che, anche se talvolta l’impianto allegorico di Due procuratori appare scoperto, è proprio nella sua ostinata severità formale, nel gioco ambiguo tra esposto e alterato che l’opera trova coerenza: un cinema che non cerca consolazione narrativa e tantomeno la promette quando è impossibile, ma mette in scena l’attrito tra coscienza e istituzione come spazio ultimo della decisione morale, impedendosi così di rendersi carceriere degli spettatori desideranti, quindi non al pari delle aberrazioni del potere tirate in ballo.







