Vincitore del Premio per la miglior sceneggiatura all’82esima Mostra del Cinema di Venezia, La mattina scrivo (À pied d’œuvre, 2025) recupera la matrice autobiografica di Franck Courtés – sostituito parallelamente con un nome fittizio e generico come Paul (Bastien Bouillon) – e traspone cinematograficamente il suo stile di vita lavorativa precaria per affrontare le modalità contemporanee della gig economy, in uno schema narrativamente lineare e in una sutura mutamente formale tra lo stile espressivo delle immagini (piano visivo) e quello monologico delle parole (piano letterario).
Paul è un uomo quarantenne che, fino a poco tempo fa, svolgeva la professione di fotografo e vantava uno stipendio mensile stimato attorno ai 3.000-8.000 euro. Improvvisamente, la sua passione per la scrittura prende il sopravvento, con un iniziale e discreto successo nella pubblicazione dei suoi libri e un’accoglienza calorosa da parte della critica specializzata, per poi sprofondare in una costante ricerca di contrattazione di piccoli incarichi, caratterizzata dalla mobilità capitalistica degli strumenti digitali e mossa dai codici calcolati e diversificati delle supponenti piattaforme e applicazioni – come l’emoji sorridente di Jobber o i già celebri Deliveroo e Uber Eats – , appositamente progettate per la multicanalità della società del lavoro.
A questo punto, Paul riesce a equilibrarsi nel mezzo: esattamente tra l’impiego di uno spazio dedicato allo svolgimento di semplici mansioni (tuttofare, giardiniere, muratore, ecc.) e quel margine di tempo libero per ricercare il suo talento creativo e l’istintiva pulsione di perseguire un sogno forse irrealizzabile – mantenuto in vita anche da una cifra economica di 250 euro al mese dal diritto d’autore.
Uno dei pregi tecnici del lungometraggio di Valerie Donzelli lo si può riscontrare all’interno dell’operazione grammaticale del montaggio tra le inquadrature, la quale consiste in una documentazione a priori, e riportata per iscritto, di frasi e situazioni accidentali – una raccolta frammentata che incornicia la reale condizione di decentramento dell’animal laborans, impossibilitato nell’ottenere una fissità e una stabilità di luogo e di denaro. Il passaggio successivo, svelato in alcuni frangenti atemporali, è l’aderenza alla realtà di quel materiale grezzo attraverso uno sguardo in soggettiva, con una superficie visiva e una grana tipica delle lenti di videocamere amatoriali – destinate al consumo domestico e “arricchite” dalle sfocature e dalla scarsa nitidezza, in luce di una fruizione/funzione memoriale (basti ricordare Aftersun, opera prima di Charlotte Wells che ha fatto incetta di riconoscimenti nel 2022), traducono stilisticamente la visione di un uomo che non smette di catturare, immortalare e sintetizzare il moto della realtà.
In effetti, questa particolarità percettiva rispecchia perfettamente la distanza relazionale di Paul con i suoi clienti, motivo per cui collezionerà una serie di recensioni negative, a differenza invece dei suoi legami parentali con le mediazioni interattive e bidirezionali del desktop, quasi a rimembrare il referente di oggetto-feticcio diegetico di Stéphane Brizé (un degno successore della filmografia del regista britannico Ken Loach) e della sua “trilogia del lavoro” – costituita cronologicamente da La legge del mercato (La loi du marché, 2015), In guerra (En Guerre, 2018) e Un altro mondo (Un autre monde, 2021) – , le cui scene emblematiche si svolgono durante le videochiamate, i colloqui di lavoro in via telematica e le riunioni ridondanti con la classe dirigente e manageriale.
La mattina scrivo può entrare a far parte di quel filone che si interroga sulle assurdità della società capitalistica odierna e della trappola liberale – quest’ultima ancora oggi motivo di discussione tra la consapevolezza dell’abbaglio e la fascinazione individualista della menzogna – anche se il risultato complessivo attesta una concezione sobria su quel dissidio interiore che intercorre tra il nostro bisogno di sopravvivenza e la nostra ambizione talentuosa. Per quanto concerne il singolo individuo alle prese con l’insoddisfazione della propria creatività, è fondamentale chiarire che tutto ciò che riveste il settore dell’arte, della cultura e dell’editoria conserva, un valore dispregiativo non in linea con gli approcci concorrenziali del mercato e con le attitudini focalizzate al profitto.
L’orientamento registico non perde comunque l’occasione di emulare, in maniera indiretta, questa figura umana del “presunto romanziere incompreso”, portando chi sta ora redigendo questa ad una riconsiderazione negativa di quell’élite borghese a cui appartiene, suscitando una reazione irritante per questa sua auto-proclamazione come guida ideale delle classi lavoratrici al limite della sopportazione morale. La regista vuole sicuramente sviluppare le vicissitudini del protagonista, impiantato all’interno di uno storytelling con gesti e movimenti pieni di ferite corporee e impressioni asettiche, adottando un atteggiamento schematico di resistenza contro la “cannibalizzazione dell’hobby” in modo tale da esercitare quelle forme accessibili di dilettantismo nella priorità benefica e salutare del tempo libero – un valore da recuperare.
Dietro il velo di Maya, però, si eleva la “precarizzazione arbitraria” di un privilegiato della classe borghese, mantenuto dai genitori per non scontrarsi con la propria arroganza.
Qui, infatti, ricorriamo similmente al contrasto ideologico con La ricerca della felicità (The Pursuit of Happyness, 2006) del nostrano Gabriele Muccino, uno dei racconti più (dis)onesti – esclusivamente dal punto di vista realistico su degli Stati Uniti (o sicuramente su di una società globale) ancorata all’homo oeconomicus – e quindi problematici del panorama hollywoodiano contemporaneo. L’individualista deve sacrificare l’ultimo baluardo di umanità per far coincidere i suoi sforzi sovrumani con le necessità del mercato azionario, del darwinismo sociale, della moralità vittoriana, dell’assoluzione ricattatoria.
Nonostante tutto, ciò che potrebbe distogliere l’attenzione dello spettatore, e di chiunque tenti di centrarsi su un’ulteriore riflessione sull’universo socio-politico del film, è lo stupore di un vecchio collega nel ritrovare Paul al volante di un taxi prenotato con Uber, come un punto di riconferma di quel fallimento sistemico capace di declassare la dignità intrinseca delle diverse mansioni, dal manuale al digitale. Se lo spettatore, invece, condivide quella percezione, si potrebbe parlare di una violenza epistemica fondata sulla povertà come colpevolezza esistenziale.
E se alcuni recensori e critici hanno individuato una somiglianza ossessiva delle scarpe in Bianca con Michele Apicella – l’alter ego di Nanni Moretti, che nei panni di un professore di matematica con atteggiamenti paranoici e maniacali dopo Io sono un autarchico (1976), Ecce Bombo (1978) e Sogni d’oro (1981) – , allora si può citare una battuta fondamentale dallo stesso film, a cui lasciamo la libera interpretazione ai nostri lettori: “Io piuttosto che entrare in banca, m’ammazzo!”.
È sufficiente anche soffermarsi sul nostro disorientamento rispetto le istanze socialiste con Valerio Di Girolamo – interpretato da Adriano Giannini in Le conseguenze dell’amore (2004) di Paolo Sorrentino – , con quella ostentazione esterofila tipica di un certa patologia culturale italiana, nel fare l’istruttore di surf alle Maldive o in mezzo ai Caraibi, e nello sbeffeggiare il lavoro di Dino Giuffré (Giovanni Morosso), migliore amico di Titta Di Girolamo (Toni Servillo) e manutentore delle linee funicolari in una montagna del Trentino-Alto Adige (un lavoro poco gratificante agli occhi di Valerio).
Alessandro Passariello






