Non ci hanno mai mollato, hanno semplicemente trascorso gli ultimi anni a lavorare dietro le quinte nelle vesti di produttori. Risultato: sono i fautori dei grandi colossi del cinema d’animazione contemporaneo. Basti pensare all’universo commercialmente espanso dei mattoncini – che ha come centro nevralgico e ideologico-narrativo il loro rivoluzionario The LEGO Movie (2014), interpretabile come un inno alla creatività contro la profezia orwelliana favorevole all’irreggimentazione della società e delle libertà individuali, e il tempo gli renderà giustizia grazie all’appellativo di capolavoro – con LEGO Batman – Il film (The LEGO Batman Movie, 2017, Chris McKay) LEGO Ninjago – il film (The LEGO Ninjago Movie, 2017, Charlie Bean); al consolidamento identitario della Sony Pictures Animation con Spider-Man – Un nuovo universo (Spider-Man: Into the Spider-Verse, 2018, Bob Persichetti, Peter Ramsey e Rodney Rothman) – vincitore del Premio Oscar come miglior film d’animazione 2019 – e I Mitchell contro le macchine (The Mitchells vs the Machines, 2021, Michael Rianda e co-regia di Jeff Rowe); e, infine, alla piccola parentesi con Guerre Stellari, il franchise fantascientifico più apprezzato dai tempi della New Hollywood, e la realizzazione dello spin-off Solo: A Star Wars Story (2018, Ron Howard).
Facendo affidamento al romanzo Project Hail Mary di Andy Weir, noto scrittore fantascientifico già costituente nell’immaginario cinematografico con l’adattamento di The Martian ad opera di Ridley Scott, adesso il ritorno dietro la macchina da presa del duo registico Phil Lord e Christopher Miller si potrebbe tradurre come un puzzle movie, un racconto filmico che coincide con l’intreccio degli eventi e con l’utilizzazione di un montaggio articolato da flashback (analessi) per esplorare l’esperienza soggettiva del protagonista, anche se la sceneggiatura di Drew Goddard – conosciuto per aver contribuito alla fase di pre-produzione con Cloverfield (2008, Matt Reeves), World War Z (2013, Marc Foster), il già sopracitato Sopravvissuto – The Martian (The Martian, 2015, Ridley Scott) e la sua opera prima 7 sconosciuti a El Royale (Bad Times at the El Royale) – , non riesce sempre a sostenere l’uniformità di un unico filo conduttore narrativo e rende gli scenari temporali del passato e del presente abbondanti, in cui il professor Ryland Grace (Ryan Gosling) deve ristabilire una connessione mnemonica con le vecchie e nuove missioni dopo essere stato indotto involontariamente a un coma farmacologico. Quest’ultimo passaggio, che dà inizio al racconto in medias res, si conclude erroneamente come una componente drammaturgica liquidata troppo rapidamente per una deviazione percettiva ed emozionale legata esclusivamente all’incontro con l’altro, l’estraneo, la creatura extraterrestre.
La minaccia che incombe è rappresentata dagli astrofagi, cellule che si muovono lungo la striscia di radiazione infrarossa tra il sole e Venere, denominata “Linea Petrova”, e che stanno divorando la superficie della stella incandescente, favorendo così una riproduzione a livelli esponenziali e un processo migratorio senza precedenti, le cui possibili conseguenze sono l’abbassamento di 10/15 °C della temperatura terrestre nei prossimi trent’anni, l’estinzione di un quarto della popolazione mondiale e il mancato razionamento di cibo da parte delle nazioni cooperanti al vertice del cataclisma.
Con gli astrofagi scelti a rispecchiamento, parallelamente, del collasso del nostro sistema vitale e dell’esaurimento delle risorse di prima necessità all’interno di un sistema finito, una mossa vincente è da riscontrare assolutamente nello sfruttamento stardomico istrionico, che risponde al nome di Ryan Gosling, il quale si muove in una fase sperimentale di piena ecletticità per il suo cimentarsi da un genere all’altro, e proprio in questo L’ultima missione: Project Hail Mary (Project Hail Mary, 2026) dimostra la sua capacità di saper governare una prossemica corporea comicamente efficace, di mantenere l’equilibrio performativo e mediato tra la gravità della circostanza data, e la leggerezza del marchio comedy di Lord e Miller e del loro archetipo di “eroe riluttante e improvvisato”, un po’ come Emmet Bricowski in The LEGO Movie. Invece, la controparte femminile, contrastante per il suo background seriamente psicologico e relazionale, è Eva Stratt (Sandra Hüller) – volto europeo di grande fama internazionale dopo la sua partecipazione a lungometraggi pluripremiati come Anatomia di una caduta (Anatomie d’une chute, 2023, Justine Triet) e La zona d’interesse (The Zone of Interest, 2023, Jonathan Glazer), rispettivi vincitori della Palma d’oro e del Grand Prix Speciale della Giuria al Festival di Cannes – , leader di un gruppo comunitario di scienziati e biologi alle prese con il mutamento atmosferico del pianeta, che mostra una certa durezza emotiva e distacco sentimentale per la maggior parte del racconto, ispirandosi, come lei stessa ha dichiarato, a diverse figure politiche mondiali, fino a una manifestazione emotivamente redentiva in una scena di karaoke accompagnata dalle note e dalle parole del brano Sign of the Times di Harry Styles – a conferma, ancora una volta, del repertorio iconografico e auditivo della cultura pop del duo Lord-Miller. Gosling e Hüller incarnano due modelli comportamentali e responsabili, coesistenti e necessari per uno sguardo fantascientifico in contrasto con le distopie preesistenti, tra la capacità di adattamento in territori inesplorati e insondabili e il peso del comando nell’Antropocene.
Probabilmente, la fallimentare scelta iniziale di approfondire poco l’amnesia del personaggio interpretato di Gosling è un dettaglio trascurabile se concentriamo l’essenza intimista del film alla seconda parte, ossia la conoscenza linguistica, comunicativa e sensoriale tra un essere umano, sperduto nello spazio profondo, e l’alieno eridiano di nome “Rocky” – un animatronic in movimento comandato sul set – unico sopravvissuto di un incidente navale e alla ricerca della sua amata “Adriana Pennino”, per salvaguardare le loro specie dall’imminente e gravosa catastrofe climatica. L’amata dell’alieno si rivelerà la chiave di svolta racchiusa nella frase pronunciata da Rocky: “Vita è motivo perché stella non muore”. L’arco narrativo-temporale della vicenda si concretizza in un legame intimo che si rafforza secondo i sottotesti ottimisti e comici del buddy movie – o se vogliamo essere più in linea con il pensiero egemonico statunitense, in maniera oppositamente dichiarativa allo scenario politico e isolazionista in atto, il superamento delle barriere e dello spazio personale, entrambi materializzati nella distanza della “xenonite”, per una prospettiva utopica sul cosmopolitismo post-umanista, sulla coabitazione interspecie.
Tutte queste integrazioni quasi armoniche tra densità semantica, fluidità e scorrevolezza sintattico-grammaticale rientrano comunque a far parte di un’eccelsa e coinvolgente dimensione dell’intrattenimento, per una volontà registica di non appesantire i suoi contenuti di natura tecnico-scientifica e, al tempo stesso, di far approcciare rispettosamente il suo pubblico mainstream a una consapevolezza civilmente accessibile sul piano ecologico, niente affatto didascalica, ben radicata nelle reali competenze del settore che se ne sta occupando oggi. La religione ottimista di Phil Lord e Christopher Miller rende la fantascienza un ulteriore luogo di significazione per costruire un’immagine positiva del futuro, e ristabilire l’umanità lungo una navigazione tra responsabilità pregresse e crisi imminenti.
Alessandro Passariello






