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AMARGA NAVIDAD – Pedro Almodóvar

È trascorso pochissimo tempo dalla vittoria del Leone d’oro a Pedro Almodóvar per il precedente lungometraggio La stanza accanto (The Room Next Door, 2024),  con le celebri protagoniste Julianne Moore e Tilda Swinton. E proprio alcuni giorni fa si è svolta la 79esima edizione del Festival di Cannes, dove è stato presentato il suo ultimo film (in concorso), Amarga Navidad, senza però alcun riconoscimento dalla giuria presieduta da Park Chan Wook. Dopo gli scarsi risultati e riscontri divisi tra critica e pubblico dell’unica esperienza in lingua inglese de La stanza accanto, Amarga Navidad si può definire un’opera meta-testuale profondamente spietata.

La senilità di Almodóvar non costituisce esclusivamente il motore tematico-narrativo dell’ultima fase della sua filmografia – cronologicamente cominciata con Dolor y Gloria, con un Salvador Mallo (Antonio Banderas) nel pieno di una crisi creativa ed esistenziale e pronto a ripercorrere le tappe della sua vita grazie al consolidamento della suo immaginario cinematografico –, ma è anche quel limbo temporale in cui lo stesso autore-regista eleva gradualmente le sue rivelazioni epifaniche incentrate sul Sé e in relazione a tutto ciò che ne sonda la dimensione privata, fatta di relazioni affettive e amicali, regolate e sviluppate lungo un processo autoriflessivo di uno storytelling che intercorre tra le vampirizzazioni voyeuristiche del reale e le rivitalizzazioni tridimensionali della finzione. 

Ciò che compie Almodóvar è la trascrizione di un senso di negazione verso quello che si può definire il decadimento artistico, il malessere insostenibile (dal suo punto di vista) di una carriera giunta al crepuscolo, equivalente a uno status di prestigio culturale e di potere economico nonostante i cinque anni di assenza dalla macchina da presa. La sua maschera di autocompiacimento viene però subitamente smembrata, dato che si è tenuto occupato nella realizzazione di un’opera teatrale e nella stesura di due excursus monografici sulla sua poetica cinematografica. Fa abbastanza ridere e irritare al tempo stesso. Perché? Perché Amarga Navidad mette al centro della propria questione drammaturgica l’incontenibile narcisismo di un ego incapace di venire a patti con l’incompiutezza accidentale della vita e desideroso di rifugiarsi/imprigionarsi nella sua stessa materia ancora (in)espressa, plasmabile ogniqualvolta che gli si presenta davanti una situazione drammatica da cui trarre ispirazione e mettere a repentaglio la fiducia confidenziale delle persone più care. Proprio queste ultime si ritrovano coinvolte, consapevolmente e inconsapevolmente, in logiche e dinamiche passivo-aggressive, facendo notare le ferventi discrepanze e contraddizioni delle convinzioni intellettuali di Raul (Leonardo Sbaraglia), e il suo atto di desacralizzazione nel tramutare le persone in personaggi e nell’annientare la finitudine dell’esistenza.

Questo procedimento narrativo viene attuato in due specifiche modalità di reificazione del dolore:

1) In immagini, le quali raffigurano le dita abbronzate di Raul che digitano sulla tastiera di un computer portatile nella ricerca “disperata” di un’ispirazione, con un binarismo parallelo attraverso il background psicofisico del suo alter ego: Elsa (Bárbara Lennie) e le sue costanti e martellanti emicranie determinate dalla morte di sua madre. È una regista che non riesce più a lavorare nel mondo del cinema e nei panni di regista e tira avanti con diversi spot pubblicitari, tanto da includere in un progetto il suo compagno Beau (Patrick Criado), che  lavora sia come pompiere che spogliarellista.

2) In coinvolgimenti dialogici intenti a circoscrivere quelle sospensioni diegetiche, quegli “intervalli” centrifughi – durante i quali è presente esclusivamente quel gruppo minoritario che si identifica nella definizione di Elsa riguardo il cinema di culto – in cui prevale la valenza metalinguistica dell’apparato fictional del racconto, una finzione nella finzione, o, se possiamo enunciarlo correttamente, un’autofiction, ossia una forma di autobiografia romanzata, un’invenzione letteraria messa in pratica per la prima volta nel 1977 con Serge Doubrovsky e il suo romanzo Fils. L’Io si fa a pezzi con il tentativo paradossale di esorcizzare e curare la realtà.

Ben presto, però, questa prassi narrativa non può nascondersi sempre dietro l’alibi dell’essere indipendente dalla morale e dall’etica davanti a qualsiasi tipo di tematica argomentata e componente letteraria allargata. Qui potrebbe aprirsi un lungo dibattito concernente la libertà espressiva dell’arte, già centrale in un film argentino di grande rilievo, Il cittadino illustre (El ciudadano ilustre, 2016), diretto dalla coppia Mariano Cohn e Gastón Duprat, con Oscar Martínez che interpreta lo scrittore  Daniel Montavani e vince la Coppa Volpi per la miglior interpretazione maschile.

Lungo un arco temporale di dieci anni, Il cittadino illustre e Amarga Navidad creano un anello di congiunzione sulla percezione politica che ruota attorno alla figura dell’Artista nel contesto dell’alienazione contemporanea, con una serie di ambivalenze favorevoli e sfavorevoli per il soggetto evocato, la sua interpretazione dominante e la sua moralità superiore. Sotto l’appagante ipertrofia comica e la satira mordace, Mantovani incarna l’intellettuale sgradevole e demagogico e il suo ritorno alla cittadina immaginaria di Salas – luogo d’origine di provincia da cui è scappato nel pieno della sua gioventù per omologarsi allo stile di vita europeo –, non ha come obiettivo quello di ricevere l’onorificenza, sostenere una masterclass sulla scrittura e ripristinare i legami perduti con la comunità, poiché il suo reale intento programmato, raccontato in maniera incisiva e sottile – e svelato nell’epilogo –, è quello di assimilare le reazioni dissidenti e conflittuali altrui per poi trasporle in una nuova opera letteraria capace di restituirgli una notorietà che aveva perduto dopo l’assegnazione del Premio Nobel.

Raul non è da meno, con la sua tendenza predatrice a governare i traumi e i conflitti in un gioco oscillante tra realtà e finzione, tra sensibilità umana e relativizzazione universale, e la stessa Elsa si ritrova improvvisamente appagata durante le sue vacanze nell’isola di Lanzarote, in cui strumentalizza per fini letterari la separazione sentimentale della sua ex-amica Patricia (Victoria Luengo) e il lutto inesorabile di Natalia (Milena Smit) per il figlio deceduto prematuramente. E il finale consacra il fallimento relazionale con il giovane compagno Santi e l’attrice Mónica (Aitana Sánchez-Gijón), che non riesce ad andare oltre la disparità dei ruoli prefissati secondo l’egemonia dell’anima creativa e tormentata. Gli ultimi minuti si allontanano da qualsiasi compromesso consolatorio, e il regista spagnolo si mette a nudo come non aveva mai fatto, nel pieno della sua coerenza e sincerità stilistica, financo nella sua “malvagità”.

L’Artista, inteso nel senso maiuscolo del suo impatto pubblico, assume le sembianze di un parassita ontologico, spogliato di quell’aura romantica che lo contraddistingueva dalla massa ammiratrice – o almeno i due registi si sforzano di far recepire al pubblico un necessario distaccamento dai propri surrogati dell’industria culturale. Le autofiction de Il cittadino illustre/Amarga Navidad diventano quindi sofisticate forme di violenza simbolica e di deriva individuale e collettiva.

 Alessandro Passariello

È trascorso pochissimo tempo dalla vittoria del Leone d’oro a Pedro Almodóvar per il precedente lungometraggio La stanza accanto (The Room Next Door, 2024),  con le celebri protagoniste Julianne Moore e Tilda Swinton. E proprio alcuni giorni fa si è svolta la 79esima edizione del Festival di Cannes, dove è stato presentato il suo ultimo film (in concorso), Amarga Navidad, senza però alcun riconoscimento dalla giuria presieduta da Park Chan Wook. Dopo gli scarsi risultati e riscontri divisi tra critica e pubblico dell’unica esperienza in lingua inglese de La stanza accanto, Amarga Navidad si può definire un’opera meta-testuale profondamente spietata.

La senilità di Almodóvar non costituisce esclusivamente il motore tematico-narrativo dell’ultima fase della sua filmografia – cronologicamente cominciata con Dolor y Gloria, con un Salvador Mallo (Antonio Banderas) nel pieno di una crisi creativa ed esistenziale e pronto a ripercorrere le tappe della sua vita grazie al consolidamento della suo immaginario cinematografico –, ma è anche quel limbo temporale in cui lo stesso autore-regista eleva gradualmente le sue rivelazioni epifaniche incentrate sul Sé e in relazione a tutto ciò che ne sonda la dimensione privata, fatta di relazioni affettive e amicali, regolate e sviluppate lungo un processo autoriflessivo di uno storytelling che intercorre tra le vampirizzazioni voyeuristiche del reale e le rivitalizzazioni tridimensionali della finzione. 

Ciò che compie Almodóvar è la trascrizione di un senso di negazione verso quello che si può definire il decadimento artistico, il malessere insostenibile (dal suo punto di vista) di una carriera giunta al crepuscolo, equivalente a uno status di prestigio culturale e di potere economico nonostante i cinque anni di assenza dalla macchina da presa. La sua maschera di autocompiacimento viene però subitamente smembrata, dato che si è tenuto occupato nella realizzazione di un’opera teatrale e nella stesura di due excursus monografici sulla sua poetica cinematografica. Fa abbastanza ridere e irritare al tempo stesso. Perché? Perché Amarga Navidad mette al centro della propria questione drammaturgica l’incontenibile narcisismo di un ego incapace di venire a patti con l’incompiutezza accidentale della vita e desideroso di rifugiarsi/imprigionarsi nella sua stessa materia ancora (in)espressa, plasmabile ogniqualvolta che gli si presenta davanti una situazione drammatica da cui trarre ispirazione e mettere a repentaglio la fiducia confidenziale delle persone più care. Proprio queste ultime si ritrovano coinvolte, consapevolmente e inconsapevolmente, in logiche e dinamiche passivo-aggressive, facendo notare le ferventi discrepanze e contraddizioni delle convinzioni intellettuali di Raul (Leonardo Sbaraglia), e il suo atto di desacralizzazione nel tramutare le persone in personaggi e nell’annientare la finitudine dell’esistenza.

Questo procedimento narrativo viene attuato in due specifiche modalità di reificazione del dolore:

1) In immagini, le quali raffigurano le dita abbronzate di Raul che digitano sulla tastiera di un computer portatile nella ricerca “disperata” di un’ispirazione, con un binarismo parallelo attraverso il background psicofisico del suo alter ego: Elsa (Bárbara Lennie) e le sue costanti e martellanti emicranie determinate dalla morte di sua madre. È una regista che non riesce più a lavorare nel mondo del cinema e nei panni di regista e tira avanti con diversi spot pubblicitari, tanto da includere in un progetto il suo compagno Beau (Patrick Criado), che  lavora sia come pompiere che spogliarellista.

2) In coinvolgimenti dialogici intenti a circoscrivere quelle sospensioni diegetiche, quegli “intervalli” centrifughi – durante i quali è presente esclusivamente quel gruppo minoritario che si identifica nella definizione di Elsa riguardo il cinema di culto – in cui prevale la valenza metalinguistica dell’apparato fictional del racconto, una finzione nella finzione, o, se possiamo enunciarlo correttamente, un’autofiction, ossia una forma di autobiografia romanzata, un’invenzione letteraria messa in pratica per la prima volta nel 1977 con Serge Doubrovsky e il suo romanzo Fils. L’Io si fa a pezzi con il tentativo paradossale di esorcizzare e curare la realtà.

Ben presto, però, questa prassi narrativa non può nascondersi sempre dietro l’alibi dell’essere indipendente dalla morale e dall’etica davanti a qualsiasi tipo di tematica argomentata e componente letteraria allargata. Qui potrebbe aprirsi un lungo dibattito concernente la libertà espressiva dell’arte, già centrale in un film argentino di grande rilievo, Il cittadino illustre (El ciudadano ilustre, 2016), diretto dalla coppia Mariano Cohn e Gastón Duprat, con Oscar Martínez che interpreta lo scrittore  Daniel Montavani e vince la Coppa Volpi per la miglior interpretazione maschile.

Lungo un arco temporale di dieci anni, Il cittadino illustre e Amarga Navidad creano un anello di congiunzione sulla percezione politica che ruota attorno alla figura dell’Artista nel contesto dell’alienazione contemporanea, con una serie di ambivalenze favorevoli e sfavorevoli per il soggetto evocato, la sua interpretazione dominante e la sua moralità superiore. Sotto l’appagante ipertrofia comica e la satira mordace, Mantovani incarna l’intellettuale sgradevole e demagogico e il suo ritorno alla cittadina immaginaria di Salas – luogo d’origine di provincia da cui è scappato nel pieno della sua gioventù per omologarsi allo stile di vita europeo –, non ha come obiettivo quello di ricevere l’onorificenza, sostenere una masterclass sulla scrittura e ripristinare i legami perduti con la comunità, poiché il suo reale intento programmato, raccontato in maniera incisiva e sottile – e svelato nell’epilogo –, è quello di assimilare le reazioni dissidenti e conflittuali altrui per poi trasporle in una nuova opera letteraria capace di restituirgli una notorietà che aveva perduto dopo l’assegnazione del Premio Nobel.

Raul non è da meno, con la sua tendenza predatrice a governare i traumi e i conflitti in un gioco oscillante tra realtà e finzione, tra sensibilità umana e relativizzazione universale, e la stessa Elsa si ritrova improvvisamente appagata durante le sue vacanze nell’isola di Lanzarote, in cui strumentalizza per fini letterari la separazione sentimentale della sua ex-amica Patricia (Victoria Luengo) e il lutto inesorabile di Natalia (Milena Smit) per il figlio deceduto prematuramente. E il finale consacra il fallimento relazionale con il giovane compagno Santi e l’attrice Mónica (Aitana Sánchez-Gijón), che non riesce ad andare oltre la disparità dei ruoli prefissati secondo l’egemonia dell’anima creativa e tormentata. Gli ultimi minuti si allontanano da qualsiasi compromesso consolatorio, e il regista spagnolo si mette a nudo come non aveva mai fatto, nel pieno della sua coerenza e sincerità stilistica, financo nella sua “malvagità”.

L’Artista, inteso nel senso maiuscolo del suo impatto pubblico, assume le sembianze di un parassita ontologico, spogliato di quell’aura romantica che lo contraddistingueva dalla massa ammiratrice – o almeno i due registi si sforzano di far recepire al pubblico un necessario distaccamento dai propri surrogati dell’industria culturale. Le autofiction de Il cittadino illustre/Amarga Navidad diventano quindi sofisticate forme di violenza simbolica e di deriva individuale e collettiva.

 Alessandro Passariello



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