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Se solo potessi ti prenderei a calci – Mary Bronstein

Già vincitrice dell’Orso d’argento per la miglior interpretazione femminile al Festival di Berlino, e candidata alla cerimonia degli Oscar per la medesima categoria, Rose Byrne affina le sue abilità istrioniche per dare vita sul grande schermo alla fragile psiche in movimento di una madre, Linda. Visivamente comunicabile tra le espressioni facciali e una colonna sonora vibrante-martellante, Se solo potessi ti prenderei a calci (If I Had Legs I’d Kick You, 2025), seconda regia di Mary Bronstein dopo una pausa quasi ventennale dal suo esordio Yeast (2008), espone il senso di una maternità stritolata dal senso di colpa per il ruolo biologico/sociale/personale che, volente o nolente, s’è trovata ad intraprendere sin dalla nascita della sua bambina malata (Delaney Quinn).

Il volto della piccola è posizionato in fuoricampo, il resto del corpo – soprattutto gli arti superiori e inferiori con qualità grammaticali di “particolare cinematografico” – si intravede appena, e infine la sua voce condiziona esaustivamente il malessere della sua genitrice, al fine di apparire quasi come un mostriciattolo “fonogenicamente orrorifico” e, successivamente, oggetto di una malformazione in stile body horror che si inserisce nel solco delle iconografie ideologiche di tutti quei film concentrati sull’odierna metamorfosi femminile – vedasi le operazioni estetiche di Coralie Fargeat (The Substance, 2024), Emilie Blichfeldt (The Ugly Stepsister, 2025), Julia Ducournau (Titane, 2021), Lynne Ramsay (Die, My Love, 2025) e Marielle Heller (Nightitch. Bestia di Notte, 2025) – e sulla conseguente esasperazione psicofisica in derive interiorizzate ed esteriorizzate.

E ciò ha luogo a cominciare dalla prima scena, durante una seduta familiare di psicoterapia in cui si percepisce sin da subito il contrasto tra i due ruoli genitoriali: la madre è un soggetto elastico (fatto di plastilina); mentre il padre Charles (Ronald Bronstein) è una figura assente – se non vocalmente/telefonicamente – e impegnata con il proprio lavoro. Le percezioni della bambina, definite “veritiere” dalla dottoressa, innescano un graduale processo di auto-inflizione coincidente con il primo evento di rottura, caratterizzato dalla voragine in soffitto, causata da una perdita d’acqua che parzialmente inonda l’appartamento metropolitano della famiglia.

Il focus drammaturgico si sposta così in un degradante motel e mantiene i suoi ritmi esagitati nei diversi luoghi frequentati fino all’estremo finale disorientante e allucinante, all’elevato stato di sospensione tra il sonno e la morte, cadenzato da tecniche di rilassamento e di respirazione olotropica e dal raggiungimento di una dimensione spirituale radicata dal quotidiano all’extra-quotidiano, dove tutto è finalmente permesso e concesso per la donna. Un epilogo tragico e liberatorio al tempo stesso.

Registicamente parlando, il risultato complessivo restituisce espressivamente la simbiosi significativa tra maternità e bestialità, in una vacillante oscillazione tra toni sottilmente comici e situazioni puramente drammatiche. Gli espedienti tematico-narrativi si incastrano perfettamente con lo spirito snervante della messa in scena e le relegazioni autoimposte dalla società; e la prassi tecnico-linguistica attua una configurazione articolata e stratificata tra soffocamento dell’immagine e ridondanza dei suoni diegetici ed extradiegetici – e non sorprende che tra i produttori ci sia di mezzo il nome di Josh Safdie, anch’egli in corsa agli Oscar con il lungometraggio Marty Supreme (2025); regista inoltre conosciuto per Good Time (2017) e Diamanti Grezzi (Uncut Gems, 2019), opera nota per il suo montaggio accelerato, ansiogeno e frenetico, con un overlapping dialogue all’interno di una precisione ritmica impressionante per confermare la sua mente dionisiaca in opposizione al fratello Benny, spirito apollineo confermatosi tale dopo la realizzazione in solitaria del film The Smashing Machine (2025).

Ciò che però standardizza la visione del film a una prospettiva riflessiva di carattere unilaterale è l’intera proiezione fisica e mentale della protagonista, orientata esclusivamente a uno sguardo di disarmante accondiscendenza e di incessante sensazionalismo nei suoi ragionamenti di partenza. Si vuole trasmettere a tutti i costi il vissuto empirico di una madre in perenne difficoltà, con se stessa e l’ambiente socio-relazionale che l’avvolge, un territorio ostile, una zona irreversibile popolata da pressioni costanti provenienti dal mondo esterno e dai suoi interlocutori prepotenti e aggressivi a prescindere, con zero possibilità di creare un legame simpatetico – dalle conversazioni telefoniche isteriche alle sedute terapeutiche intransigenti – , e con l’aggiunta spassosa della proprietaria del motel che pretende il rilascio di un documento o l’acquisto di una bottiglia di vino entro un certo orario – quasi ad eco della scena al fast food di Un giorno di ordinaria follia (Falling Down, 1993, Joel Schumacher) con Michael Douglas. E qualsiasi cosa accada è tutto a suo sfavore, dall’inizio alla fine, senza reali interruzioni, senza alcuna possibilità di ripristino del suo modo accidentale di barcamenarsi, circondata da opprimenti primi e primissimi piani, diffidente nell’accettare le percezioni altrui come ulteriore via risolutiva e conciliante, è uno schema ridondante e ribadente nelle grida e nelle urla.

È un film che pone come obiettivo quello di far prevalere narrativamente l’agency della protagonista, politicamente coerente nei confronti di un’inversione della predominanza maschile e delle sue “accezioni eroiche novecentesche” ma, al tempo stesso, cinematograficamente parlando, trasmette una sua insistenza performativa a discapito di un allargamento del campo percettivo con la varietà/diversità degli altri punti di vista e l’equidistanza del dramma corale.

Senza affatto screditare l’urgenza dialettica e la spinta provocante del ritorno dietro la macchina da presa di Mary Bronstein, si ritiene dunque necessario e mentalmente aperto approcciarsi a un prodotto audiovisivo del panorama televisivo, nella remota speranza di scavalcare i pregiudizi dettati dal target.

Si sta parlando di Bluey (2018-), un prodotto seriale animato educativo australiano, per bambini, molto in voga, un po’ come il suo contrappunto ideale e ottimistico, che è riuscito comunque a conquistare il suo pubblico – dall’età prescolare a quell’adulta – per l’invito pedagogico-didattico a riflettere sull’essere genitori e sull’essere figli, stabilendo una connessione reciprocamente comunicativa mai approfondita prima d’ora con queste strategie adattative, in particolare sul gioco autodiretto, sull’elaborazione del lutto, sui pensieri autodistruttivi o sul peso dell’aborto spontaneo.

Quest’ultimo è tema riscontrato anche in Se solo potessi ti prenderei a calci, con la differenza che Linda ha voluto farlo di sua spontanea volontà, e la seconda gravidanza s’è rivelata fallimentare per la sua identificazione come madre, portandola a cercare di auto-convincersi del suo errore irrimediabile tramite il suo psicoterapeuta (Conan O’Brien). Insegna ai genitori e ai figli l’importanza dello stare male, della genitorialità imperfetta (non edulcorata) che tende a definire il suo avanzamento formativo in ogni episodio. Ciò di cui Bluey si vanta e si differenzia dal film è anche la presenza positiva del padre Bandit, sempre disposto a immedesimarsi nei giochi delle figlie, Bluey e Bingo, per sviluppare capacità cognitive superiori e riconoscere le proprie responsabilità nelle fasi della crescita.

Se solo potessi ti prenderei a calci e Bluey si potrebbero coniugare per tracciare una linea di dibattito sul tema della maternità, e le due fazioni contrapposte tra Linda e Chilli sono da esaminare per assimilare e sedimentare le nuove coordinate genitoriali – dal tragico al comico, dal cliché alla novità, dalla subordinazione alla partnership paritaria – ; le loro mansioni professionali (la prima una psicoterapeuta, l’altra una guardia aeroportuale); e le loro provenienze geografiche (una americana, l’altra australiana), separate da confini, abitudini sociali, un tenore di vita divergente e una qualità contrastante tra lavoro e tempo libero.

Alessandro Passariello

Già vincitrice dell’Orso d’argento per la miglior interpretazione femminile al Festival di Berlino, e candidata alla cerimonia degli Oscar per la medesima categoria, Rose Byrne affina le sue abilità istrioniche per dare vita sul grande schermo alla fragile psiche in movimento di una madre, Linda. Visivamente comunicabile tra le espressioni facciali e una colonna sonora vibrante-martellante, Se solo potessi ti prenderei a calci (If I Had Legs I’d Kick You, 2025), seconda regia di Mary Bronstein dopo una pausa quasi ventennale dal suo esordio Yeast (2008), espone il senso di una maternità stritolata dal senso di colpa per il ruolo biologico/sociale/personale che, volente o nolente, s’è trovata ad intraprendere sin dalla nascita della sua bambina malata (Delaney Quinn).

Il volto della piccola è posizionato in fuoricampo, il resto del corpo – soprattutto gli arti superiori e inferiori con qualità grammaticali di “particolare cinematografico” – si intravede appena, e infine la sua voce condiziona esaustivamente il malessere della sua genitrice, al fine di apparire quasi come un mostriciattolo “fonogenicamente orrorifico” e, successivamente, oggetto di una malformazione in stile body horror che si inserisce nel solco delle iconografie ideologiche di tutti quei film concentrati sull’odierna metamorfosi femminile – vedasi le operazioni estetiche di Coralie Fargeat (The Substance, 2024), Emilie Blichfeldt (The Ugly Stepsister, 2025), Julia Ducournau (Titane, 2021), Lynne Ramsay (Die, My Love, 2025) e Marielle Heller (Nightitch. Bestia di Notte, 2025) – e sulla conseguente esasperazione psicofisica in derive interiorizzate ed esteriorizzate.

E ciò ha luogo a cominciare dalla prima scena, durante una seduta familiare di psicoterapia in cui si percepisce sin da subito il contrasto tra i due ruoli genitoriali: la madre è un soggetto elastico (fatto di plastilina); mentre il padre Charles (Ronald Bronstein) è una figura assente – se non vocalmente/telefonicamente – e impegnata con il proprio lavoro. Le percezioni della bambina, definite “veritiere” dalla dottoressa, innescano un graduale processo di auto-inflizione coincidente con il primo evento di rottura, caratterizzato dalla voragine in soffitto, causata da una perdita d’acqua che parzialmente inonda l’appartamento metropolitano della famiglia.

Il focus drammaturgico si sposta così in un degradante motel e mantiene i suoi ritmi esagitati nei diversi luoghi frequentati fino all’estremo finale disorientante e allucinante, all’elevato stato di sospensione tra il sonno e la morte, cadenzato da tecniche di rilassamento e di respirazione olotropica e dal raggiungimento di una dimensione spirituale radicata dal quotidiano all’extra-quotidiano, dove tutto è finalmente permesso e concesso per la donna. Un epilogo tragico e liberatorio al tempo stesso.

Registicamente parlando, il risultato complessivo restituisce espressivamente la simbiosi significativa tra maternità e bestialità, in una vacillante oscillazione tra toni sottilmente comici e situazioni puramente drammatiche. Gli espedienti tematico-narrativi si incastrano perfettamente con lo spirito snervante della messa in scena e le relegazioni autoimposte dalla società; e la prassi tecnico-linguistica attua una configurazione articolata e stratificata tra soffocamento dell’immagine e ridondanza dei suoni diegetici ed extradiegetici – e non sorprende che tra i produttori ci sia di mezzo il nome di Josh Safdie, anch’egli in corsa agli Oscar con il lungometraggio Marty Supreme (2025); regista inoltre conosciuto per Good Time (2017) e Diamanti Grezzi (Uncut Gems, 2019), opera nota per il suo montaggio accelerato, ansiogeno e frenetico, con un overlapping dialogue all’interno di una precisione ritmica impressionante per confermare la sua mente dionisiaca in opposizione al fratello Benny, spirito apollineo confermatosi tale dopo la realizzazione in solitaria del film The Smashing Machine (2025).

Ciò che però standardizza la visione del film a una prospettiva riflessiva di carattere unilaterale è l’intera proiezione fisica e mentale della protagonista, orientata esclusivamente a uno sguardo di disarmante accondiscendenza e di incessante sensazionalismo nei suoi ragionamenti di partenza. Si vuole trasmettere a tutti i costi il vissuto empirico di una madre in perenne difficoltà, con se stessa e l’ambiente socio-relazionale che l’avvolge, un territorio ostile, una zona irreversibile popolata da pressioni costanti provenienti dal mondo esterno e dai suoi interlocutori prepotenti e aggressivi a prescindere, con zero possibilità di creare un legame simpatetico – dalle conversazioni telefoniche isteriche alle sedute terapeutiche intransigenti – , e con l’aggiunta spassosa della proprietaria del motel che pretende il rilascio di un documento o l’acquisto di una bottiglia di vino entro un certo orario – quasi ad eco della scena al fast food di Un giorno di ordinaria follia (Falling Down, 1993, Joel Schumacher) con Michael Douglas. E qualsiasi cosa accada è tutto a suo sfavore, dall’inizio alla fine, senza reali interruzioni, senza alcuna possibilità di ripristino del suo modo accidentale di barcamenarsi, circondata da opprimenti primi e primissimi piani, diffidente nell’accettare le percezioni altrui come ulteriore via risolutiva e conciliante, è uno schema ridondante e ribadente nelle grida e nelle urla.

È un film che pone come obiettivo quello di far prevalere narrativamente l’agency della protagonista, politicamente coerente nei confronti di un’inversione della predominanza maschile e delle sue “accezioni eroiche novecentesche” ma, al tempo stesso, cinematograficamente parlando, trasmette una sua insistenza performativa a discapito di un allargamento del campo percettivo con la varietà/diversità degli altri punti di vista e l’equidistanza del dramma corale.

Senza affatto screditare l’urgenza dialettica e la spinta provocante del ritorno dietro la macchina da presa di Mary Bronstein, si ritiene dunque necessario e mentalmente aperto approcciarsi a un prodotto audiovisivo del panorama televisivo, nella remota speranza di scavalcare i pregiudizi dettati dal target.

Si sta parlando di Bluey (2018-), un prodotto seriale animato educativo australiano, per bambini, molto in voga, un po’ come il suo contrappunto ideale e ottimistico, che è riuscito comunque a conquistare il suo pubblico – dall’età prescolare a quell’adulta – per l’invito pedagogico-didattico a riflettere sull’essere genitori e sull’essere figli, stabilendo una connessione reciprocamente comunicativa mai approfondita prima d’ora con queste strategie adattative, in particolare sul gioco autodiretto, sull’elaborazione del lutto, sui pensieri autodistruttivi o sul peso dell’aborto spontaneo.

Quest’ultimo è tema riscontrato anche in Se solo potessi ti prenderei a calci, con la differenza che Linda ha voluto farlo di sua spontanea volontà, e la seconda gravidanza s’è rivelata fallimentare per la sua identificazione come madre, portandola a cercare di auto-convincersi del suo errore irrimediabile tramite il suo psicoterapeuta (Conan O’Brien). Insegna ai genitori e ai figli l’importanza dello stare male, della genitorialità imperfetta (non edulcorata) che tende a definire il suo avanzamento formativo in ogni episodio. Ciò di cui Bluey si vanta e si differenzia dal film è anche la presenza positiva del padre Bandit, sempre disposto a immedesimarsi nei giochi delle figlie, Bluey e Bingo, per sviluppare capacità cognitive superiori e riconoscere le proprie responsabilità nelle fasi della crescita.

Se solo potessi ti prenderei a calci e Bluey si potrebbero coniugare per tracciare una linea di dibattito sul tema della maternità, e le due fazioni contrapposte tra Linda e Chilli sono da esaminare per assimilare e sedimentare le nuove coordinate genitoriali – dal tragico al comico, dal cliché alla novità, dalla subordinazione alla partnership paritaria – ; le loro mansioni professionali (la prima una psicoterapeuta, l’altra una guardia aeroportuale); e le loro provenienze geografiche (una americana, l’altra australiana), separate da confini, abitudini sociali, un tenore di vita divergente e una qualità contrastante tra lavoro e tempo libero.

Alessandro Passariello



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