La Settimana Internazionale della Critica – sezione autonoma e parallela organizzata dal Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani (SNCCI) – apre l’83esima Mostra d’Arte Cinematografica della Biennale di Venezia con un esordio nostrano, Il Grande Giaffa, del regista Marco Santi.
Lungo la scia risonante del “piccolo grande cinema italiano” – di produzione indie in termini di budget, del tentativo del passaparola e di riformulazione “esotica”, il cui appellativo trasmette quelle radici significative di partenza per sintetizzare idee, racconti e immagini in un blockbuster – Il Grande Giaffa si colloca in quello spazio narrativo e cinematografico in cui agiscono personaggi reietti, perdenti, marginali, diversificati, (s)fortunatamente immersi nella costante ricerca dell’identità e di un luogo di appartenenza, resa difficoltosa dal carattere stravagante ed eccentrico secondo i canoni preimpostati dai nostri stili di vita omologati e assuefatti alle logiche del nostro tempo.
Basti menzionare ulteriori personalità registiche come Fulvio Risuleo (Guarda in alto, Il colpo del cane e Notte Fantasma), Matteo Oleotto (Zoran – Il mio nipote scemo e Ultimo Schiaffo) o un Andrea Magnani (Easy – Un viaggio facile facile e La lunga corsa) per rendersi conto della grande inventiva stilistica e antropologica che riesce a materializzare questo gruppo insolito di sguardi “alternativi”, fortemente orientati verso quelle location dell’Altrove, fortemente trascurate per la loro pregiudicata decadenza estetico-simbolica e la loro mancata definitezza territoriale, per circoscrivere nuovi spunti di riflessione.
In queste giornate calde a Venezia, in anteprima alla Sala Perla, Marco Santi entra a gamba tesa in quest’immaginario iconografico e linguistico, portatore di un fascino europeo nel suo raggio ricettivo, e propone al suo pubblico l’apparato (dis)valoriale degli usi e costumi della vita provinciale nel Cuneese, l’approccio demagogico delle piccole collettività distaccate e separate le une dalle altre e, tutto tutto ciò, ruotando attorno al concetto di glorificazione istantanea dell’idolo incarnato nella star del mondo dello spettacolo teatrale.
Il protagonista Giacomo Falta, interpretato da un Edoardo Pesce in grande forma, è un giornalista dipendente della fittizia testata giornalistica Lo Sguardo, è nei guai con il suo editore (che è anche un suo parente che l’ha fatto entrare per raccomandazione) dopo aver elogiato su un suo articolo un ramen successivamente dichiarato falso. Vive una vita insoddisfacente con una moglie (Barbara Chichiarelli) pronta a deriderlo e insultarlo in qualsiasi situazione fondata sul confronto con gli altri, e ricalca perfettamente quell’individuo inascoltato e fuori posto che detiene come principali “colpe” (quell’alibi brutalmente ideologico e stigmatizzato dal popolo disimpegnato per discostarsi dalle responsabilità di fronte alle problematiche complesse) esistenziali quella di non saper reagire di fronte alle prepotenze scaturite dalle figure presenti e frequentanti nella sfera pubblica, lavorativa e familiare-domestica; e soprattutto quella di ragionare in senso opposto alla massa, e di essere escluso (in)direttamente dalle possibili logiche partecipative e conviviali del context switching. Sembra quel maschio di mezz’età quasi rigenerato dall’apologia cinica e rigurgitante della filmografia avatiana, che non merita redenzione alcuna dinanzi all’inevitabilità fatale degli eventi.
Dopo aver assistito allo spettacolo dell’ultimo artista tanto chiacchierato, il Grande Giason – antieroe mitologico connotato negativamente per il suo opportunismo e il suo arrivismo, acclamato per il suo repertorio artistico autoreferenziale – , il protagonista Giacomo osserva attentamente le sue mosse per entrare in possesso dell’approvazione altrui e del prestigio coercitivo, per adulare quella fetta spettatoriale confinata, inconsapevolmente, nell’inferiorità sistemica.
Il Grande Giaffa restituisce una delle prerogative più malsane e represse della contemporaneità: perseguire il consenso a favore di una maggioranza fintamente democratica e privata di qualsiasi costruzione critica del pensiero individuale. Naturalmente questa radicale involuzione percettiva non vuole essere attribuita a un unico organismo zombificato per favorite quegli istinti primitivi e incontrollabili, bensì all’essere umano singolarmente coinvolto e dotato del libero arbitrio, lucido e conscio del sentiero percorribile e traducibile in annullamento del sé nel pieno conflitto debordiano tra autenticità e illusione.
Dopo l’iniziale e goffo ripudio degli altri e dell’influenza simulacrale che offre il suo personaggio fittizio – inoltre copiato e plagiato a immagine somiglianza dello showman, dell’idolo ormai filtrato dai nostri occhi complici e quindi sostituibile e rimpiazzabile; il film mostra chiaramente la degenerazione culturale che intercorre tra i performer e i fan: questi ultimi raffigurati nel baratro della loro miseria squallida e fantozziana, in particolare la giovane chimera oggettuale interpretata da Carlotta Gamba – referente simbolico della lacerazione della fama.
“Noi siamo qui. Tutti diversi. Tutti uno… IO SONO” – come dice il GRANDE GIASON!







