L’identità del cinema di Shinya Tsukamoto risiede nel far assumere alla metropoli di Tokyo – definita da Lorenzo Leone “uno spazio liquido” in uno dei saggi che ha contributo alla pubblicazione monografica del regista giapponese (Il cinema di Shinya Tsukamoto, Edizioni Il Foglio, 2010) – la funzione di sovrastruttura per il corpo dell’uomo fino, a scomporre patologicamente e carnalmente l’individualità dell’essere umano.
Questo approccio estetico è cominciato sin dal suo esordio con Tetsuo – The Iron Man (Tetsuo, 1989), un’opera di transizione, quasi un vero precursore dello sviluppo di genere del cyberpunk degli anni Novanta, con una concezione dualistica tra uomo e macchina, tra carne e metallo, organico e inorganico, in cui gli esseri umani sono strutturati e organizzati secondo la sopraffazione dell’ambiente che li circonda, dell’influenza vitale/mortuaria della città – un’architettura anatomica che funge da organismo vivente, un’allegoria evocata già ai tempi del Naturalismo francese con il padre fondatore letterario Émile Zola: basti pensare a Il ventre di Parigi e L’Assommoir, due opere capaci di sancire la lotta dicotomica biologica e urbanistica tra i grandi boulevards e le zone periferiche.
Il mutamento storico e socio-culturale nella Tokyo tsukamotiana vede emergere la simbiosi con l’industrializzazione e la violenza fredda del metallo, i quali si rivelano i principali artefici – in un intercambio reciproco tra universale e particolare, tra oggettivazione e soggettivazione – dei rapporti interpersonali in fase di disgregazione e isolazionismo allarmante.
Stavolta Tsukamoto si allontana dall’epicentro teorico di tutte le sue convinzioni sociologiche per dedicare la lavorazione del suo ultimo lungometraggio, Mr Nelson, Did Yoy Kill People? (Nelson-San, Anata Wa Hito o Koroshumashita Kai) – presentato in concorso all’83esima Mostra del Cinema di Venezia – il racconto biografico di Allen Nelson (Rodney Hicks), soldato dei Marines arruolato per la guerra in Vietnam e psicanalizzato lungo il percorso terapeutico con il dott. Daniels (Geoffrey Rush). Entrambi dialogano costantemente per dare una consistenza psichica al disturbo da stress post-traumatico (PTSD).
Tsukamoto si è addentrato nel territorio statunitense per indagare l’esperienza realmente vissuta sul fronte bellico dal protagonista. Infatti, appena rientrato nella vita ordinaria di tutti i giorni, le sue reazioni sono di rabbia e terrore incontrollati, e i suoni molesti e assordanti del caos cittadino lo inglobano in un montaggio ipercinetico del mondo circostante, di una mente afflitta, con sintonizzazioni affettive e destabilizzanti della macchina da presa, e proiezioni reiterate della morte.
In mezzo alla giungla del Vietnam Allen Nelson stabilisce nel suo spazio d’azione un allontanamento drammatico da quelle vittime che riceveranno i proiettili mitragliati provenienti da perfette macchine per uccidere. Lo stato d’animo è assoggettato alla smaterializzazione della pietà e dell’empatia, entrambe sepolte nelle zone oscure e dormienti della mente. La guerra in Vietnam mostra quella fisionomia del conflitto in cui gli afroamericani e i vietcong – categorie civili desiderose di libertà e quasi consce della condizione subalterna in contesti di segregazione e di oppressione imperialista – sono corpi agenti prossimi alla distruzione della carne e alla carneficina del popolo.
I proiettili si fondono in una mostruosità biomeccanica della distruzione, tant’è che questi sono perfettamente integrati con le dinamiche delle attività cerebrali.
A differenza dei suoi lavori di culto, e in perfetta coerenza col precedente e bellissimo Hokage – Ombra di fuoco (Hokage, 2023), Tsukamoto decide di decostruire e ridefinire gradualmente il processo di disvelamento del protagonista ricoperto di sangue e di violenza. È consapevole del rischio sontaghiano di confinare le immagini cruente in una mediazione espositiva di assuefazione e di diminuzione dell’impatto emotivamente funzionale; ed è proprio nella seconda parte che Allen Nelson cerca di reintegrarsi nella società civile, dopo essersi rifugiato in un sotterraneo fatiscente per poi ricominciare a vivere pienamente la tranquillità suburbana attraverso la famiglia, l’istruzione e l’amore reciproco.
Il momento critico giunge nel presente immutabile: il figliastro vuole migliorare il vigore fisico e prova una forte attrazione per l’arruolamento militare. Nelson conosce le reali motivazioni di questa fascinazione generale mediata tra idealizzazioni cinematografiche e modelli coercitivi, ed è qui che la potenza di Mr Nelson, Did Yoy Kill People? si pone davanti agli occhi spettatoriali: noi ci dimentichiamo della Storia e le lezioni impartite si dissolvono in un circolo vizioso.
La guerra si occupa di reclutare le figure più vulnerabili, con parallelismi familiari fatti di abusi e manipolazioni, ma Allen Nelson non si può autodefinire esclusivamente una vittima dinanzi alla sua cieca obiezione del passato. Infatti, il finale fa da perno a un rito di iniziazione pacifista per trasmettere alle nuove generazioni la reale barbarie della guerra – oggi più che mai svalutate e derise in qualsiasi aspetto della sfera politica, sociale e ideologica.







