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COMPANY – Casey Affleck

Sarò decisamente breve con Company, ultimo lavoro dell’attore/regista Casey Affleck, al suo terzo lavoro da regista e a 7 anni dal suo secondo film: la sua fatica, presentata in concorso qui all’83esima Mostra del Cinema di Venezia, è decisamente non riuscita, confusa e poco interessante. Ma di cosa parla di preciso?

In una notte d’inverno del 1975, una misteriosa donna di nome Evelyn (Emily Alyn Lind) si presenta non invitata a una festa e racconta la storia di Tom (Nick Nolte), un anziano solitario che nel 1953 trae in salvo un’attrice rimasta bloccata durante una bufera di neve in Colorado. L’attrice, per ingannare il tempo durante la notte, rievoca a sua volta una storia più antica, ambientata in un imprecisato West di fine Ottocento: quella di una coppia di contadini che accoglie un giovane vagabondo tormentato (interpretato da Atticus Affleck, figlio del regista, qui al suo debutto sul grande schermo accanto ad Adelaide Clemens) mentre lungo la frontiera si diffonde il terrore per una serie di efferati omicidi. Tre epoche, tre coppie di sconosciuti che si fanno compagnia per una notte: a mano a mano che si intrecciano queste storie di generazioni diverse, Company diventa una meditazione sul lutto, sulla vendetta, sul perdono e sui silenziosi gesti di compassione in grado di sanare anche le ferite più profonde.

Il film, nonostante la sua breve durata, prova a parlare di temi estremamente importanti quali la giustizia, la vendetta e la misericordia, tutto ciò in un abito da western meditativo e da vampire movie (decisamente una gimmick poco riuscita oltre che nemmeno molto giustificata). Ma anche se la pellicola dura solo 92 minuti, l’estrema verbosità dei vari racconti lo rende a tratti difficile da seguire: Affleck, per me, non riesce a incidere nei dialoghi, facendoli sembrare solamente delle chiacchiere sulle tematiche sopra citate, invece che dei discorsi fondamentali.

Oltre a ciò, la scelta di ambientare tutto il film nella stessa casa attraversata da epoche diverse rende il film estremamente statico e ripetitivo: lo stile qui sta semplicemente in un giro scontato di primi piani e mezzi busti che, a un certo punto del film, diventano difficili da sopportare.

Alla fine resta la sensazione di un’occasione sprecata: le idee di fondo (il lutto che attraversa le generazioni, il perdono come unica vera forma di giustizia) meritavano un film capace di lasciarle respirare, non di ripeterle tre volte in tre epoche diverse sperando che, ripetute, suonino più profonde. Company naufraga proprio lì dove voleva essere più ambizioso: nel tenere insieme troppe storie, senza il coraggio di sceglierne e raccontarne bene anche solo una.

Sarò decisamente breve con Company, ultimo lavoro dell’attore/regista Casey Affleck, al suo terzo lavoro da regista e a 7 anni dal suo secondo film: la sua fatica, presentata in concorso qui all’83esima Mostra del Cinema di Venezia, è decisamente non riuscita, confusa e poco interessante. Ma di cosa parla di preciso?

In una notte d’inverno del 1975, una misteriosa donna di nome Evelyn (Emily Alyn Lind) si presenta non invitata a una festa e racconta la storia di Tom (Nick Nolte), un anziano solitario che nel 1953 trae in salvo un’attrice rimasta bloccata durante una bufera di neve in Colorado. L’attrice, per ingannare il tempo durante la notte, rievoca a sua volta una storia più antica, ambientata in un imprecisato West di fine Ottocento: quella di una coppia di contadini che accoglie un giovane vagabondo tormentato (interpretato da Atticus Affleck, figlio del regista, qui al suo debutto sul grande schermo accanto ad Adelaide Clemens) mentre lungo la frontiera si diffonde il terrore per una serie di efferati omicidi. Tre epoche, tre coppie di sconosciuti che si fanno compagnia per una notte: a mano a mano che si intrecciano queste storie di generazioni diverse, Company diventa una meditazione sul lutto, sulla vendetta, sul perdono e sui silenziosi gesti di compassione in grado di sanare anche le ferite più profonde.

Il film, nonostante la sua breve durata, prova a parlare di temi estremamente importanti quali la giustizia, la vendetta e la misericordia, tutto ciò in un abito da western meditativo e da vampire movie (decisamente una gimmick poco riuscita oltre che nemmeno molto giustificata). Ma anche se la pellicola dura solo 92 minuti, l’estrema verbosità dei vari racconti lo rende a tratti difficile da seguire: Affleck, per me, non riesce a incidere nei dialoghi, facendoli sembrare solamente delle chiacchiere sulle tematiche sopra citate, invece che dei discorsi fondamentali.

Oltre a ciò, la scelta di ambientare tutto il film nella stessa casa attraversata da epoche diverse rende il film estremamente statico e ripetitivo: lo stile qui sta semplicemente in un giro scontato di primi piani e mezzi busti che, a un certo punto del film, diventano difficili da sopportare.

Alla fine resta la sensazione di un’occasione sprecata: le idee di fondo (il lutto che attraversa le generazioni, il perdono come unica vera forma di giustizia) meritavano un film capace di lasciarle respirare, non di ripeterle tre volte in tre epoche diverse sperando che, ripetute, suonino più profonde. Company naufraga proprio lì dove voleva essere più ambizioso: nel tenere insieme troppe storie, senza il coraggio di sceglierne e raccontarne bene anche solo una.


Il cinema mi accompagna praticamente da sempre: da bambino passavo ore a guardare film e a immaginare storie, oggi ho trasformato quella passione in una professione. Laureato in Arte e Tecnologia del Cinema e dell’Audiovisivo con specializzazione in Suono, e adoro tutto ciò che riguarda il dietro le quinte di un film, dai rumori più impercettibili alle colonne sonore che restano nella memoria. Per farla breve: se c’è una sala buia e uno schermo acceso, probabilmente ci sono anch’io.

Il cinema mi accompagna praticamente da sempre: da bambino passavo ore a guardare film e a immaginare storie, oggi ho trasformato quella passione in una professione. Laureato in Arte e Tecnologia del Cinema e dell’Audiovisivo con specializzazione in Suono, e adoro tutto ciò che riguarda il dietro le quinte di un film, dai rumori più impercettibili alle colonne sonore che restano nella memoria. Per farla breve: se c’è una sala buia e uno schermo acceso, probabilmente ci sono anch’io.


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