A più di dieci anni di distanza dagli eventi del primo film, Jake Sully e la sua famiglia si trovano nuovamente a dover difendere Pandora dagli umani, tornati sul pianeta con intenti pericolosi.
Quando racconta annoia, quando mostra lascia sbalorditi. Questo è il nuovo colossal firmato James Cameron. Forse mai prima d’ora in ambito cinematografico si era assistito ad un così netto divario tra forma e sostanza, ma “Avatar: the way of water” è esattamente questo: un’opera d’arte visivamente mozzafiato capace di raggiungere vette assolutamente inesplorate ma contestualmente infusa d’un comparto narrativo fra i più deboli e retorici degli ultimi anni, aspetto utile ad intercettare agevolmente il pubblico generalista ma al contempo fortemente invalidante in termini complessivi.
In più a detta dello stesso Cameron sembrava che ogni sequel avrebbe avuto una storia circoscritta alla pellicola di riferimento e quindi non necessaria alla comprensione delle successiva. Ecco, vi basti sapere che, molto semplicemente, non è affatto così. “Avatar: the way of water” è chiaramente ed innegabilmente un film di passaggio, alla stregua degli inflazionati blockbuster Marvel, ed in questo senso funziona solo se preso a compartimenti stagni.
Il film infatti risulta fortemente disorganico: i 3 atti sono ben distinti l’uno dall’altro e, mentre il primo e l’ultimo portano avanti la trama nel più didascalico dei modi, nel secondo – il migliore per distacco, tanto da non sembrare nemmeno parte della stessa opera – si lascia spazio alla scoperta e allo stupore, soffermandosi ad ammirare ed esplorare le possibilità concesse da Pandora senza badare alla basica grammatica narrativa che tanto invalida quanto ha preceduto e quanto seguirà. Qui Cameron riesce nel suo intento, anche attraverso inquadrature che finiranno di diritto nella storia del cinema. Per questi motivi ci si ritrova ai titoli di coda storditi e combattuti, perché se da una parte sarà lampante che quanto appena visto non ha minimamente eguali nella storia del cinema, dall’altra si avrà bisogno di scendere a forti compromessi per apprezzare appieno anche il comparto narrativo.
Qualcuno potrebbe dire che anche il primo aveva stessi pregi e stessi difetti. Beh, no, non così. Andate al cinema e vi risponderete.
Federico Cenni
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