Sammy, rapito dal cinema fin da bambino, coltiva per la settima arte una vera e propria passione che nel corso degli anni lo porterà a girare i suoi primi film.
Mettendo in scena una storia di formazione sullo sfondo di un atipico nucleo familiare, il tutto avvolto in un soffice, caldo e colorato velo favolistico, con “The Fabelmans” Steven Spielberg firma la sua personale autobiografia.
Nel complesso è innegabilmente un bel film, profondamente introspettivo e tecnicamente ineccepibile, ma, per quanto mi riguarda, rimane vittima d’una narrazione fortemente compassata che ne limita sensibilmente l’impatto emotivo.
Un film del genere dovrebbe emozionare, coinvolgere, appassionare, essere in grado di far respirare il sogno del grande schermo senza incaponirsi nel volerci ricordare di continuo quanto il cinema sia meraviglioso.
E invece mi sono ritrovato fuori dalla sala più che altro annoiato e deluso, arreso di fronte a quella che per me rimarrà l’ennesima occasione persa.
Nota positiva per il cast, nella fattispecie per Gabriel LaBelle che, al netto delle poche esperienze pregresse, riesce a rendersi credibile e a non stonare pur vestendo i panni di una delle personalità più famose della storia cinematografica.
Magnetico invece il processo che porta Sam a sviluppare i primi film su pellicola 8mm: dalle riprese al montaggio, dai set alla musica, sembra davvero di assistere alla genesi di un grande regista.
Ma “The Fabelmans” è tutto qui: un bel film con mezz’ora di troppo che tenta in tutti i modi di raccontarci la passione per il cinema uscendo a più riprese fuori dai binari.
Un po’ come il treno di Sam.
Federico Cenni
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