Nella storica notte di capodanno che avrebbe aperto le porte al terzo millennio, diversi membri della più alta società borghese si ritrovano al Palace Hotel di Gstaad.
Roman Polanski torna a Venezia a distanza di quattro anni da “L’ufficiale e la spia” con un film che, quantomeno, non può proprio lasciare indifferenti.
“The Palace” rappresenta un prodotto del tutto anomalo nella filmografia del regista polacco, sia per lo spirito spiccatamente demenziale che per le poche (o non evidenti) pretese comunicative. Paragonato goliardicamente alle più becere produzioni italiane che per anni hanno inquinato le sale cinematografiche italiane (i vari “Natale a…” o “Vacanze in..), l’ultima fatica di Polanski è in realtà, e a modo suo, una satira vagamente scorretta (e grossolana) determinata ad affondare gli artigli nelle più contorte e paradossali dinamiche che albergano nel lusso dell’edonismo. Che poi non si possa parlare d’un’opera riuscita è un altro discorso.
Tempestato di gag dal retrogusto fastidiosamente vetusto e sequenze sostanzialmente fini a se stesse perchè prive del mordente necessario a suscitare un vivo e sincero riscontro nel pubblico, il film di Polanski finisce per creare più involontario imbarazzo che consapevole fastidio.
Dal regista di grandissimi capolavori che hanno a più riprese contribuito a plasmare la storia del cinema non ci si aspetterebbe certo un film di tale pochezza concettuale; ma, come abbiamo detto, non è questo il vero limite della produzione, quanto più l’incapacità di realizzare un lungometraggio sì poco pretenzioso ma comunque in grado di confermare una certa coerenza qualitativa.
“The Palace”, pur riuscendo a scucire tiepide risate in sporadici frangenti e a stimolare un certo tipo di (superficiale) disgusto, è in fin dei conti un lungometraggio che lascia il tempo che trova; tempo che consigliamo di dedicare ai più grandi film di un autore da sempre controverso e discusso, ma capace di confermare un’altra volta la sua innegabile singolarità, anche se, questa volta, non nel modo a cui ci ha abituato.
Federico Cenni







