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Chi segna vince – Taika Waititi

L’ultimo film di Taika Waititi, del quale sono state completate le riprese ben quattro anni fa, è a mio modestissimo parere un noioso e triste disastro su tutta la linea.

“Next goal wins” vorrebbe identificarsi nel sottogenere della commedia pseudodemenziale, che in questo caso vorrebbe ragionare sul senso della vita attraverso la cultura spensierata e rilassata – applicata allo sport – di un popolo sconosciuto come quello delle Samoa Americane. Un presupposto che con la competizione sportiva non si sposa affatto bene, e sul quale contrasto Waititi avrebbe voluto costruire una storia di riscatto: quella della nazionale di calcio, famosa per la sconfitta più famosa della storia dei mondiali: il 31-0 fra Australia e, appunto, Samoa Americane, maturata nel 2001 durante le qualificazioni al campionato del mondo che si sarebbe tenuto l’anno successivo in Corea e Giapponese.

Gli elementi a favore, per quanto grossolani, ci sarebbero anche stati, ma nel corso dei novanta minuti il film non riesce ad innescare mai il meccanismo della risata, risulta più imbarazzante che divertente e non riesce a generare la sensazione di coinvolgimento che per un film a sfondo sportivo dovrebbe essere un mantra imprescindibile.

Anche i dimenticabilissimi frammenti “drammatici” sono fragili tanto quanto il resto del film e risultano più blandi e forzati riempitivi che peculiarità necessarie al concretizzarsi della morale che dovrebbe essere alla base di quello a cui Waititi ci sottopone. È un film di vetro che si sgretola in milioni di schegge smussate e innocue.

A tratti la sospetta mancanza di passione nel dirigere la pellicola è fin troppo dichiarata; sembra quasi che il neozelandese abbia in un primo momento desiderato realmente dirigere il film, tanto che se l’è anche scritto, per poi disinteressarsene completamente nel corso delle riprese, forse perché resosi conto del disastro fatto in fase di scrittura.

Il film, dalla regia anonima se non direttamente televisiva, ha l’aspetto di un relitto divenuto tale ancor prima d’essere uscito dalla fabbrica; abbandonato a se stesso, diretto e montato nei ritagli di tempo e mandato al cinema solo per adempiere agli obblighi contrattuali.

Se a fine primo tempo le speranze di passare un’ora e mezza all’insegna della spensieratezza e del divertimento erano già sfumate nell’etere, nel secondo la situazione non è migliorata affatto.

La partita, che dovrebbe coincidere con il fulcro della narrazione e ospitare l’apice del pathos, è diretta semplicemente malissimo: non c’è un momento in cui si riesca a capire cosa stia succedendo, non pervenute – ma assolutamente necessarie – inquadrature abbastanza ariose utili a delineare la situazione in campo; non si parla mai della formazione da rispettare o anche solo lontanamente di una tattica da perseguire. Non c’è niente di tutto ciò che dovrebbe concernere la materia in questione.

Come se non bastasse, alla fine del film si fa spazio a gomitate il prevedibilissimo drammino familiare del protagonista – interpretato da un Fassbender ai limiti del ridicolo – che, ciliegina sulla torta, è quanto di più scontato, retorico e melenso si possa immaginare. Piccolo indizio: ha a che fare con la figlia. Esatto, avete indovinato.

Nota positiva: uno shot à la “Old” di M. Night Shyamalan, ma dubito fosse voluto.

Se la morale avrebbe dovuto sottolineare quanto nella vita la cosa importante non sia perdere (con disagio) ma partecipare con onore allora Waititi ha fatto un grosso buco dell’acqua, perché con il suo film ha decisamente perso, ma senza neanche aver partecipato.

Federico Cenni

L’ultimo film di Taika Waititi, del quale sono state completate le riprese ben quattro anni fa, è a mio modestissimo parere un noioso e triste disastro su tutta la linea.

“Next goal wins” vorrebbe identificarsi nel sottogenere della commedia pseudodemenziale, che in questo caso vorrebbe ragionare sul senso della vita attraverso la cultura spensierata e rilassata – applicata allo sport – di un popolo sconosciuto come quello delle Samoa Americane. Un presupposto che con la competizione sportiva non si sposa affatto bene, e sul quale contrasto Waititi avrebbe voluto costruire una storia di riscatto: quella della nazionale di calcio, famosa per la sconfitta più famosa della storia dei mondiali: il 31-0 fra Australia e, appunto, Samoa Americane, maturata nel 2001 durante le qualificazioni al campionato del mondo che si sarebbe tenuto l’anno successivo in Corea e Giapponese.

Gli elementi a favore, per quanto grossolani, ci sarebbero anche stati, ma nel corso dei novanta minuti il film non riesce ad innescare mai il meccanismo della risata, risulta più imbarazzante che divertente e non riesce a generare la sensazione di coinvolgimento che per un film a sfondo sportivo dovrebbe essere un mantra imprescindibile.

Anche i dimenticabilissimi frammenti “drammatici” sono fragili tanto quanto il resto del film e risultano più blandi e forzati riempitivi che peculiarità necessarie al concretizzarsi della morale che dovrebbe essere alla base di quello a cui Waititi ci sottopone. È un film di vetro che si sgretola in milioni di schegge smussate e innocue.

A tratti la sospetta mancanza di passione nel dirigere la pellicola è fin troppo dichiarata; sembra quasi che il neozelandese abbia in un primo momento desiderato realmente dirigere il film, tanto che se l’è anche scritto, per poi disinteressarsene completamente nel corso delle riprese, forse perché resosi conto del disastro fatto in fase di scrittura.

Il film, dalla regia anonima se non direttamente televisiva, ha l’aspetto di un relitto divenuto tale ancor prima d’essere uscito dalla fabbrica; abbandonato a se stesso, diretto e montato nei ritagli di tempo e mandato al cinema solo per adempiere agli obblighi contrattuali.

Se a fine primo tempo le speranze di passare un’ora e mezza all’insegna della spensieratezza e del divertimento erano già sfumate nell’etere, nel secondo la situazione non è migliorata affatto.

La partita, che dovrebbe coincidere con il fulcro della narrazione e ospitare l’apice del pathos, è diretta semplicemente malissimo: non c’è un momento in cui si riesca a capire cosa stia succedendo, non pervenute – ma assolutamente necessarie – inquadrature abbastanza ariose utili a delineare la situazione in campo; non si parla mai della formazione da rispettare o anche solo lontanamente di una tattica da perseguire. Non c’è niente di tutto ciò che dovrebbe concernere la materia in questione.

Come se non bastasse, alla fine del film si fa spazio a gomitate il prevedibilissimo drammino familiare del protagonista – interpretato da un Fassbender ai limiti del ridicolo – che, ciliegina sulla torta, è quanto di più scontato, retorico e melenso si possa immaginare. Piccolo indizio: ha a che fare con la figlia. Esatto, avete indovinato.

Nota positiva: uno shot à la “Old” di M. Night Shyamalan, ma dubito fosse voluto.

Se la morale avrebbe dovuto sottolineare quanto nella vita la cosa importante non sia perdere (con disagio) ma partecipare con onore allora Waititi ha fatto un grosso buco dell’acqua, perché con il suo film ha decisamente perso, ma senza neanche aver partecipato.

Federico Cenni


Sono Federico Cenni, fondatore di ReadyToRec, un capriccio senza futuro concentrato sul cinema e nato nel 2021 durante una serata di totale perdizione e rammarico. Solo che poi un futuro l’ha avuto. Mi sono diplomato alla Romeur Academy nel 2014 e ho studiato regia presso l’Action Academy nel 2021.
La passione per il cinema sboccia in giovane età, subito dopo essermi lasciato affascinare da Il Gigante Di Ferro, che coincide con la mia prima esperienza in sala e con il miglior film d’animazione mai partorito da mente umana.
Voglio trasformare questa passione in una realtà affermata attraverso ReadyToRec e tutti i suoi mirabili membri.

Sono Federico Cenni, fondatore di ReadyToRec, un capriccio senza futuro concentrato sul cinema e nato nel 2021 durante una serata di totale perdizione e rammarico. Solo che poi un futuro l’ha avuto. Mi sono diplomato alla Romeur Academy nel 2014 e ho studiato regia presso l’Action Academy nel 2021.
La passione per il cinema sboccia in giovane età, subito dopo essermi lasciato affascinare da Il Gigante Di Ferro, che coincide con la mia prima esperienza in sala e con il miglior film d’animazione mai partorito da mente umana.
Voglio trasformare questa passione in una realtà affermata attraverso ReadyToRec e tutti i suoi mirabili membri.


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