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Perfect Days – Wim Wenders

«Pensiero meridiano è quel pensiero che si inizia a sentir dentro laddove inizia il mare, quando la riva interrompe gli integrismi della terra (in primis quello dell’economia e dello sviluppo), quando si scopre che il confine non è un luogo dove il mondo finisce, ma quello dove i diversi si toccano e la partita del rapporto con l’altro diventa difficile e vera.»

Uscendo dalla sala, la prima domanda che mi sono posto è stata se, per qualche motivo, a Wim Wenders sia mai capitato di leggere “Il pensiero meridiano” di Franco Cassano. Questi, sociologo della scuola barese venuto a mancare un paio d’anni fa, sosteneva la necessità di rimettere al centro delle nostre riflessioni, e dunque delle nostre vite, la sosta, il silenzio, la lentezza, la fraternità e i legami sociali.

In “Perfect Days” di Wim Wenders, tutte queste categorie convivono in un appassionato connubio, che si manifesta attraverso lo svolgimento della quotidianità del protagonista, il signor Hirayama (uno splendido Koji Yakusho). Egli pulisce i bagni di Tokyo per mestiere, e la pellicola è il racconto ciclico, uroborico, dello scorrere pacifico e calmo delle sue giornate. Non ci verrà mai rivelato completamente cosa nasconda il passato del protagonista, sebbene qualche spunto ci venga fornito. Tuttavia, la fame di risposte dello spettatore viene quietata dalle immagini della vita di quest’uomo così fragile, così umile, eppure così pieno di bellezza da destarci quasi un pelo di invidia. Stiamo vivendo pienamente le nostre vite o stiamo solo inseguendo uno stereotipo vacuo di ciò che appare giusto? Lo sguardo della macchina da presa viviseziona ogni suo gesto, ogni sua minima abitudine: chiariamolo, non c’è una volontà voyeuristica o invadenza in quanto ci viene mostrato. Ciò che traspare da ogni inquadratura è la stessa meticolosità e cura che il protagonista ripone in ogni sua azione.

Hirayama trova il proprio equilibrio nella finitezza di ogni giorno, aderendo più di tutto al principio, contenuto anche in alcune Costituzioni, che vuole l’uomo come un essere alla ricerca della felicità: essa è, spesso ed erroneamente, esclusivamente associata al lusso più sfrenato. In “Perfect Days”, Wenders vuole mostrarci un punto di vista diverso, una felicità diversa da quella offerta dal Capitale. È nelle piccole cose innanzitutto che si deve cercare di ri-trovare sé stessi, in ciò che si vive quotidianamente e soprattutto in come lo si fa. Perseguire uno stile di vita più morigerato, accontentarsi di ciò che è necessario, aprirsi all’altro con genuinità, cercare di guardare il mondo con stupore ogni giorno, abbracciare una decrescita felice, per usare i termini di Latouche e Pallante.

Per questi motivi, Hirayama e “Perfect Days”, sono in un certo senso un personaggio e una pellicola rivoluzionari. L’accezione da dare a questo termine, in questo caso, è leggermente diversa da quella classica, e ci viene fornita da Ortega Y Gasset, nel suo saggio “Che cos’è la filosofia”. Egli asserisce che, «Nel suo significato più intimo, “spirito rivoluzionario” significa non solo preoccupazione di migliorare, cosa che del resto è sempre eccellente e nobile, ma credere che si possa, senza limiti, essere quello che non si è, e che basti credere in un ordine del mondo o della società che ci sembrano ottimi, perché dobbiamo realizzarli, non avvertendo che il mondo e la società hanno una struttura essenzialmente incangiabile, la quale limita la realizzazione dei nostri desideri […]. Allo spirito rivoluzionario che tenta, utopisticamente, di fare in modo che le cose siano ciò che mai potranno essere o dovranno essere, è meglio sostituire il grande principio etico che Pindaro liricamente definisce: cerca di essere quello che sei». Hirayama non cerca di adeguarsi al mondo intorno a sé, né intende in qualche modo cambiarlo. La sua fragilità sta tutta nella struggente e magnifica inquadratura finale, in cui egli rivela tutto il suo essere profondamente umano: un’altalena fra il riso e il pianto, fra la gioia e il dolore, fra la gratitudine e la nostalgia, il tutto scandito dalla vellutata voce di Nina Simone.

Un ruolo fondamentale è quello della musica, che mai come in questo film è prepotentemente diegetica e si potrebbe quasi considerare un personaggio aggiunto. La selezione musicale raffigura perfettamente ciò che Hirayama è, è ontologicamente collegata a lui e non può essere altrimenti: sembra quasi che egli non possa esistere senza di essa.

In conclusione, con “Perfect Days”, Wim Wenders ha realizzato un film piccolo, come il suo protagonista e tutti noi ma con un messaggio enorme. Siamo nani, e di giganti intorno non se ne vedono poi molti: tanto vale cercare di spalleggiarsi l’un l’altro e vivere al meglio che conosciamo.

Roberto Vitacolonna

«Pensiero meridiano è quel pensiero che si inizia a sentir dentro laddove inizia il mare, quando la riva interrompe gli integrismi della terra (in primis quello dell’economia e dello sviluppo), quando si scopre che il confine non è un luogo dove il mondo finisce, ma quello dove i diversi si toccano e la partita del rapporto con l’altro diventa difficile e vera.»

Uscendo dalla sala, la prima domanda che mi sono posto è stata se, per qualche motivo, a Wim Wenders sia mai capitato di leggere “Il pensiero meridiano” di Franco Cassano. Questi, sociologo della scuola barese venuto a mancare un paio d’anni fa, sosteneva la necessità di rimettere al centro delle nostre riflessioni, e dunque delle nostre vite, la sosta, il silenzio, la lentezza, la fraternità e i legami sociali.

In “Perfect Days” di Wim Wenders, tutte queste categorie convivono in un appassionato connubio, che si manifesta attraverso lo svolgimento della quotidianità del protagonista, il signor Hirayama (uno splendido Koji Yakusho). Egli pulisce i bagni di Tokyo per mestiere, e la pellicola è il racconto ciclico, uroborico, dello scorrere pacifico e calmo delle sue giornate. Non ci verrà mai rivelato completamente cosa nasconda il passato del protagonista, sebbene qualche spunto ci venga fornito. Tuttavia, la fame di risposte dello spettatore viene quietata dalle immagini della vita di quest’uomo così fragile, così umile, eppure così pieno di bellezza da destarci quasi un pelo di invidia. Stiamo vivendo pienamente le nostre vite o stiamo solo inseguendo uno stereotipo vacuo di ciò che appare giusto? Lo sguardo della macchina da presa viviseziona ogni suo gesto, ogni sua minima abitudine: chiariamolo, non c’è una volontà voyeuristica o invadenza in quanto ci viene mostrato. Ciò che traspare da ogni inquadratura è la stessa meticolosità e cura che il protagonista ripone in ogni sua azione.

Hirayama trova il proprio equilibrio nella finitezza di ogni giorno, aderendo più di tutto al principio, contenuto anche in alcune Costituzioni, che vuole l’uomo come un essere alla ricerca della felicità: essa è, spesso ed erroneamente, esclusivamente associata al lusso più sfrenato. In “Perfect Days”, Wenders vuole mostrarci un punto di vista diverso, una felicità diversa da quella offerta dal Capitale. È nelle piccole cose innanzitutto che si deve cercare di ri-trovare sé stessi, in ciò che si vive quotidianamente e soprattutto in come lo si fa. Perseguire uno stile di vita più morigerato, accontentarsi di ciò che è necessario, aprirsi all’altro con genuinità, cercare di guardare il mondo con stupore ogni giorno, abbracciare una decrescita felice, per usare i termini di Latouche e Pallante.

Per questi motivi, Hirayama e “Perfect Days”, sono in un certo senso un personaggio e una pellicola rivoluzionari. L’accezione da dare a questo termine, in questo caso, è leggermente diversa da quella classica, e ci viene fornita da Ortega Y Gasset, nel suo saggio “Che cos’è la filosofia”. Egli asserisce che, «Nel suo significato più intimo, “spirito rivoluzionario” significa non solo preoccupazione di migliorare, cosa che del resto è sempre eccellente e nobile, ma credere che si possa, senza limiti, essere quello che non si è, e che basti credere in un ordine del mondo o della società che ci sembrano ottimi, perché dobbiamo realizzarli, non avvertendo che il mondo e la società hanno una struttura essenzialmente incangiabile, la quale limita la realizzazione dei nostri desideri […]. Allo spirito rivoluzionario che tenta, utopisticamente, di fare in modo che le cose siano ciò che mai potranno essere o dovranno essere, è meglio sostituire il grande principio etico che Pindaro liricamente definisce: cerca di essere quello che sei». Hirayama non cerca di adeguarsi al mondo intorno a sé, né intende in qualche modo cambiarlo. La sua fragilità sta tutta nella struggente e magnifica inquadratura finale, in cui egli rivela tutto il suo essere profondamente umano: un’altalena fra il riso e il pianto, fra la gioia e il dolore, fra la gratitudine e la nostalgia, il tutto scandito dalla vellutata voce di Nina Simone.

Un ruolo fondamentale è quello della musica, che mai come in questo film è prepotentemente diegetica e si potrebbe quasi considerare un personaggio aggiunto. La selezione musicale raffigura perfettamente ciò che Hirayama è, è ontologicamente collegata a lui e non può essere altrimenti: sembra quasi che egli non possa esistere senza di essa.

In conclusione, con “Perfect Days”, Wim Wenders ha realizzato un film piccolo, come il suo protagonista e tutti noi ma con un messaggio enorme. Siamo nani, e di giganti intorno non se ne vedono poi molti: tanto vale cercare di spalleggiarsi l’un l’altro e vivere al meglio che conosciamo.

Roberto Vitacolonna


Biografia Roberto Vitacolonna

Biografia Roberto Vitacolonna


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